Cile: ‘Crisi irreversibile. E il problema non è solo il carovita’

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27 ottobre 2019

Intervista a Gino Mirabelli, ex esule cileno

Dopo l’Ecuador dilagano le proteste in Cile e si apre una crisi in Bolivia dopo la vittoria elettorale di Evo Morales, contestata dall’opposizione. In Cile la situazione è particolarmente preoccupante, perché la violenza della repressione evoca fantasmi che sembravano sepolti definitivamente nel passato. In realtà dall’epoca della dittatura in Cile molte cose sono rimaste uguali, tradendo le aspettative di tanti cileni, soprattutto giovani e lavoratori, e alimentando la delusione e la rabbia che vediamo esplodere nelle piazze. Ce ne parla Gino Mirabelli, nato in Cile ma di origini italiane, famiglia di sinistra, con un fratello e una sorella militanti della sinistra rivoluzionaria cilena all’epoca del golpe, arrivato in Italia da ragazzo proprio per sfuggire alla repressione dopo l’ascesa di Pinochet. A Mirabelli più che di farci la cronaca abbiamo chiesto di ricostruire il contesto sociale e politico in cui si svolgono i fatti, collocandoli in un’America Latina idealizzata da tanta sinistra, ma le cui contraddizioni stanno venendo a galla inesorabilmente col passare del tempo e la fine della congiuntura economica espansiva.

Che cosa sta succedendo in Cile e di cosa è frutto la situazione che vediamo nelle piazze?

Innanzitutto sta succedendo qualcosa di inaspettato, che in realtà è il frutto di contraddizioni accumulatesi nel tempo, alcune già dagli anni immediatamente successivi alla fine della dittatura. Nei trent’anni trascorsi da quando Pinochet è uscito di scena abbiamo visto succedersi quattro governi di Concertación, l’ultimo guidato da Michelle Bachelet, a cui sono seguiti i due governi di centrodestra di Piñera, con in mezzo, tra il 2014 e il 2018, il secondo governo Bachelet, sostenuto da una maggioranza che comprendeva anche il Partito Comunista e forze provenienti  dalla tradizione  della sinistra rivoluzionaria. Tutte queste coalizioni hanno governato il paese rimanendo all’interno delle regole ereditate dalla dittatura: una Costituzione pinochetista e una legislazione in cui tutte le conquiste del ‘900 – lavoro, stato sociale, sanità e scuola, pensioni – erano state cancellate. La struttura stessa della Costituzione è funzionale a inibire qualunque cambiamento sociale. Il Parlamento è formato da una Camera dei Deputati e un Senato e, come in Italia, i più giovani possono votare solo per la Camera, per cui anche quando le forze di centrosinistra vincono le elezioni al Senato la destra conserva la maggioranza e da lì blocca ogni leggi che giudichi troppo progressista. Aggiungi che per poter votare è necessario iscriversi ai seggi e pagare una quota e che se non voti vieni multato.

Possiamo dire che la questione che siamo di fronte a una mobilitazione contro il carovita?

La questione del carovita sta dentro la protesta, ma le ragioni sono più generali. Il punto è che la gente dopo la fine di Pinochet nutriva grandi aspettative di miglioramento, ma quel miglioramento non c’è stato e anzi le cose sono progressivamente peggiorate. E’ al funzionamento dello Stato nel suo complesso che si stanno ribellando i cileni. Il Cile è un paese che avrebbe tutto ciò che serve a garantire una vita dignitosa, ma sta svendendo le risorse di cui dispone, perlopiù a  multinazionali straniere. Risorse come l’acqua e l’energia sono in mano a società spagnole, australiane, americane e italiane – nel settore energetico, ad esempio, è presente l’ENEL. Hanno privatizzato persino il mare, vendendolo a pezzi alle grandi compagnie internazionali – americane, giapponesi e norvegesi – del settore ittico. Il risultato è stato che i pescatori cileni non hanno più di che vivere e oggi sono anche loro in piazza a manifestare. Allo stesso modo stanno cercando di vendere il territorio abitato dalle comunità Mapuche, che fa gola all’industria del legname, suscitando la loro reazione. Complessivamente in Cile rimane il 25% della ricchezza nazionale, mentre il resto va alle imprese straniere. E di quel 25% il 10% finisce alle forze armate, una vera e propria élite sociale, con un sistema esclusivo di welfare – scuole e ospedali riservati ai militari e alle loro famiglie – che oggi ripaga i privilegi di cui gode andando in piazza a reprimere le proteste.

I primi a muoversi sono stati gli studenti e non è una novità…

Sì, gli studenti sono i protagonisti, quelli che in tutti questi anni hanno sempre battagliato chiedendo dei cambiamenti a scuola e all’università. In Cile gli studenti sono organizzati attraverso la Federación de Estudiantes  Secundarios e la Federación  de Estudiantes de la Universidad. In questi anni, a volte in modo coordinato, altre separatamente, queste due organizzazioni sono state quelle che hanno portato avanti la bandiera dell’opposizione ai diversi governi. Una delle figure rappresentative di questo attivismo giovanile è Camila Vallejo, che oggi è in Parlamento come deputata del Partito Comunista, dopo essere salita alla ribalta guidando una delle mobilitazioni più grandi contro Piñera, all’epoca in cui era presidente della Federazione degli Studenti Universitari.

Qual è stata la scintilla che ha innescato l’incendio?

Come hanno riferito i media questa mobilitazione è nata improvvisamente dopo l’annuncio che i biglietti del trasporto pubblico sarebbero aumentati di 30 pesos. Ovviamente, anche se Piñera parla spesso del ‘nostro trasporto pubblico’, anche questo settore è controllato da aziende spagnole, australiane, francesi. Ma il problema non è l’aumento in sé. Diciamo che quella è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso. Oggi un lavoratore cileno lavora 12-14 ore al giorno, perché con quello che guadagna deve pagare ciò che lo Stato gli nega in termini di servizi. Per curarsi infatti è necessario avere un’assicurazione sanitaria come negli USA. Lo Stato garantisce solo il primo soccorso, dopodiché, se hai bisogno di terapie, devi essere assicurato e ovviamente per essere assicurato devi possedere dei beni a garanzia della polizza sanitaria che stipuli. Il sistema formativo è stato quasi integralmente privatizzato. E’ rimasto solo un residuo di scuola pubblica, gestito dai sindaci, ma ogni anno in questi istituti le lezioni finiscono 2-3 mesi prima perché mancano i soldi per pagare gli insegnanti, per cui è chiaro che chi frequenta la scuola privata è avvantaggiato. All’università poi vige un sistema perverso: per poter sostenere la spesa è necessario accendere un mutuo bancario intestato allo studente. In ogni università c’è un ufficio dedicato proprio ai prestiti per gli studenti. Una volta terminati gli studi vai a lavorare e per 15-20 anni ti trattengono una quota dello stipendio, fino a che non hai estinto il debito con la banca.

Dunque gli studenti hanno preso l’iniziativa non a caso. Che cosa hanno fatto?

C’è stato uno sciopero indetto dalla Federación de Estudiantes  Secundarios, che ha anche invitato a prendere la metro e non pagare. Gli studenti hanno invaso le stazioni della metro scavalcando i tornelli e lì ci sono stati i primi scontri con la polizia, che ha aggredito brutalmente questi ragazzi facendo scattare la reazione autodifensiva. Ma la cosa interessante è che a quel punto attorno agli studenti si è agglomerato una prima forma di coordinamento che ha messo insieme settori sociali diversi e alcune organizzazioni di base che si battono per difendere le condizioni di vita della popolazione: gli insegnanti, le associazioni di quartiere e quelle che si occupano di sanità. Unidad Social del Pueblo Cileno, così si chiama questo coordinamento, ha fatto appello a uno sciopero generale scavalcando i vertici del sindacato. I primi ad aderire sono stati i portuali che hanno iniziato a scioperare con gli studenti, bloccando i porti e creando grossi problemi alle multinazionali.

E i lavoratori e il sindacato?

Dopo la nascita di questo primo coordinamento tra forze diverse c’è stata una riunione più ampia a cui hanno partecipato Unidad Social, la CUT, cioè la principale centrale sindacale del paese; la Coordinadora contra las AFP, formata dalle organizzazioni sindacali che si battono contro le pensioni a capitalizzazione; la ANES, che è un sindacato del pubblico impiego e altre realtà. Insieme hanno deciso di convocare lo sciopero generale di 48 che si è svolto martedì e mercoledì. E’ interessante osservare che in quell’occasione Barbara Figueroa, leader della CUT e vicina al Partito Comunista cileno, è stata costretta a fare autocritica, riconoscendo che l’azione del sindacato in questi anni è stata inadeguata. Del resto fino alle ultima elezioni, che hanno visto affermarsi la destra, i comunisti sostenevano il governo di Michelle Bachelet.

Quali erano le parole d’ordine dello sciopero generale?

Le organizzazioni che lo hanno promosso chiedono più diritti sociali, il ritiro della legge sulle pensioni di Piñera, che prevede di aumentare l’importo degli assegni, ma aumenta l’età pensionabile a 70 anni e quello della riforma tributaria, che favorisce i ricchi e le grandi imprese. Un altro punto è il rifiuto di sottoscrivere il TPP, Trans Pacific Partnership, un accordo commerciale che di fatto consegnerebbe quel poco di economia che ancora è in mano allo Stato alle imprese straniere. Ma soprattutto chiedono che il presidente si dimetta e che vengano indette nuove elezioni.

La repressione è molto forte ed è una cosa che fa impressione in un paese che ancora deve metabolizzare la violenza del regime di Pinochet. Girano video di pestaggi e addirittura di furgoni che scaricano corpi senza vita nelle strade.

Sì, stanno accadendo queste cose e la gente ha paura perché si ricorda ancora quello che succedeva durante la dittatura. L’Instituto Nacional de Derechos Humanos (INDH Cile) sta pubblicando i dati giorno per giorno: sono oltre 3.000 le persone arrestate e circa 1.000 i feriti e i media parlano di decine di morti. Le famiglie si vedono portare via i figli dalla polizia per un interrogatorio, ma poi spariscono e non se ne hanno più notizie. Circolano video e testimonianze di polizia e carabineros che approfittano del caos che regna nelle strade per rubare e saccheggiare oppure che quando si avvicina un corteo costruiscono barricate e danno fuoco ai cassonetti, così da avere un pretesto per caricare i manifestanti. Poi ci sono gli assalti alle banche: agenti in borghese entrano dentro, fanno uscire i clienti e poi buttano dentro degli ordigni incendiari. Il livello delle provocazioni è altissimo. Si sa che alcuni ex agenti della vecchia CNI, la Central Nacional de Informaciones, la polizia politica di Pinochet, si sono offerti di intervenire e risolvere il problema a modo loro. Del resto il capo delle Forze Armate, Javier Iturriaga, è il figlio dell’ex vicedirettore della polizia segreta di Pinochet, condannato a 20 anni di carcere per i crimini di cui si è macchiato durante la dittatura. Oggi Iturriaga dice che l’esercito non ha dichiarato guerra ai cileni, che il popolo cileno non è un nemico, ma anche se gli atti di repressione più violenta effettivamente avvengono per mano dei carabineros, è chiaro che anche l’esercito si sta prestando a fare il  lavoro sporco per conto di Piñera.

Quali sono le prospettive?

Piñera oggi ammette le proprie responsabilità, chiede perdono, riconosce la propria ‘mancanza di visione’, ha annunciato l’intenzione di formare un nuovo governo  per realizzare un programma di riforme e chiede di fermare il caos. Ma l’impressione che si ha è che tutto questo non basti a calmare le acque, cioè che quello avviatosi nei giorni scorsi sia un processo ormai irreversibile. Lo hanno capito anche settori della maggioranza che appoggia il presidente, che oggi gli stanno chiedendo di fare un passo indietro. Tieni presente che uno sciopero di 48 ore nella storia del Cile non si era mai verificato, neanche negli anni dei duri scontri che hanno preceduto l’arrivo di Allende al potere. E soprattutto non si era mai realizzata una convergenza sociale così ampia, che va dagli studenti ai sindacati fino ai pescatori e ai piccoli negozianti. Le manifestazioni dei giorni scorsi, con oltre un milione di persone nella capitale e centinaia di migliaia da nord a sud del paese, indicano che la gente non si fida delle promesse del Presidente.

L’America Latina si infiamma. Dopo l’Ecuador, il Cile, la Bolvia… Il Socialismo del XXI siglo, come lo chiamava qualcuno, sembra avere lasciato il posto alle macerie…

Il problema è che quel modello non ha dato i veri cambiamenti che milioni di persone si aspettavano e per ottenere i quali avevano votato quei partiti e quei leader che lo incarnavano. Se non c’è una vera rottura coi meccanismi che regolano l’economia di mercato alla fine paghi il conto. In Ecuador Correa aveva introdotto dei miglioramenti nel campo della sanità, della scuola, delle pensioni, ma dopo di lui è arrivato Moreno, esponente del suo stesso partito, che si sta dimostrando un liberista peggiore di Piñera. Voleva espropriare gli indios, perché nelle zone in cui abitano nel sottosuolo ci sono risorse preziose, la popolazione si è ribellata, la polizia ha lanciato delle granate contro le persone e ci sono stati oltre 300 morti. E quando la gente si è sollevata contro  gli aumenti dei carburanti gli indios erano in prima fila e tutti insieme lo hanno costretto a fare marcia indietro. In Bolivia anche Morales, che pure proviene da una fascia sociale povera – le comunità indigene che coltivano la coca – di recente è stato costretto ad ammettere di avere commesso degli errori e gli errori prima o poi si pagano.

Un aspetto spesso sottovalutato è che questi governi progressisti hanno costruito il proprio successo sulla possibilità di redistribuire un po’ di ricchezza nazionale facendo leva sulla crescita delle esportazioni trainata dall’economia cinese. Poi però la Cina ha smesso di crescere ai ritmi a cui ci eravamo abituati.

E quei governi si sono ritrovati con meno risorse da redistribuire. Il problema è che non puoi basare interamente l’economia di un paese sull’esportazione delle materie prime e se governi paesi come la Bolivia e l’Ecuador devi pensare a creare le infrastrutture necessarie affinché la tua economia esca da una situazione di perenne dipendenza.

Cosa si può fare in Italia per esprimere solidarietà al popolo cileno?

Ci sono alcune realtà organizzate che si sono mosse nei giorni scorsi ci sono state manifestazioni di solidarietà in tutta Europa. Questa setimana ci sono state iniziative in Germania, in Belgio, in Francia e in Gran Bretagna. Ma anche in Italia si è già mosso qualcosa e sono annunciate nuove manifestazioni nei prossimi giorni in tutta Italia. Cercare su internet le iniziative nella propria città e partecipare è un modo per far sentire agli studenti e ai lavoratori cileni che non sono soli.

L’intervista è tratta dalla newsletter di PuntoCritico.info del 25 ottobre.

TAG: Cile, Gino Mirabelli, Pineras
CAT: America

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