Il lento declino degli USA

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26 Giugno 2015

Eventi di grande rilevanza per chi si interessa di economia e politica non sono mancati negli ultimi anni, anzi. La Grande Recessione che ancora attanaglia l’Europa di certo è tra le principali, se non la più rilevante (almeno per noi che la viviamo).

Volgendo lo sguardo un po’ più in la però, ci sono due grosse questioni che emergono. La prima, che ci riguarda ma resta ancora abbastanza dietro le quinte è quella concernente il TTIP, l’accordo di libero scambio con gli USA. L’altra, forse ancora più nebulosa, è il progressivo ma (parrebbe) inesorabile avvio di una massiccia riorganizzazione degli assetti finanziari internazionali. I Paesi riuniti sotto l’acronimo BRICS (rispettivamente Brasile, India, Russia, Cina, Sudafrica) stanno cercando di concretizzare un Nuovo Ordine multipolare, che non veda più l’egemonia statunitense come guida unica. Il primo passo è minare il cuore dell’egemonia; ed il cuore, come un barbuto che sta tornando rapidamente di moda ci insegnava, risiede nell’economia.

Il punto da sottolineare a mio avviso è che le due questioni non viaggiano su binari paralleli, ma potrebbero essere strettamente legate. Il crocevia di incontro sta nella bilancia dei pagamenti (qui). Come malauguratamente pochi economisti ricordano, nel lungo periodo la crescita di un Paese può subire pesanti battute d’arresto a causa del “vincolo esterno” (il Prof. Alberto Bagnai invece lo spiega bene). In cosa consiste? In breve, un sostenuto sviluppo della domanda interna porta inevitabilmente a richiedere maggiori importazioni dal resto del mondo; se non si è grado di coprirne i costi mediante le proprie esportazioni, si accumula debito estero. Un persistente accumulo però viene prima o poi ritenuto insostenibile dai mercati finanziari, e a quel punto una crisi diviene probabile.

A livello di blocchi continentali, andando nel macroscopico, occorre quindi che vi sia una sorta di “motore trainante” a sostenere le esportazioni di vari Paesi, allentandone così il vincolo e permettendo una crescita senza accumulo di debito estero. Gli USA si sono rivelati, dal secondo dopoguerra in poi, una straordinaria locomotiva, che mediante uno sviluppo interno elevatissimo (e aiuti diretti alle varie Nazioni europee) ha permesso a tutto l’Occidente di conoscere svariati decenni di crescita sostenuta. E’ una lettura ovviamente non onnicomprensiva e meccanica, ma spiega a mio avviso una fetta importante di ciò che è successo.

Una domanda a questo punto è del tutto giustificata: ma gli USA non hanno avuto problemi di bilancia dei pagamenti a fronte di una crescita così formidabile? Qual è allora il fattore che ha loro permesso di non entrare in crisi? Diciamo che gli Stati Uniti hanno dalla loro un elemento piuttosto pesante nello spostare gli equilibri geopolitici: il Dollaro. In effetti, nel corso dei primi decenni del secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno tenuto le partite correnti in equilibrio, finché il Dollaro è stato una simil – moneta ufficiale di riserva mondiale. Durante il periodo culminato con la fine del sistema di Bretton Woods (dichiarata da Nixon nel 1971), la bilancia statunitense ha preso a deteriorarsi in maniera cumulativa, fino al picco negativo nel pre – crisi 2008 (qui). Una crisi sulla bilancia dei pagamenti può essere quantomeno posticipata se a fronte di un accumulo di debito estero la propria moneta viene continuamente richiesta, nonostante queste problematiche. Ed il Dollaro è una moneta a cui ancora oggi molte valute minori sono agganciate, per non parlare del commercio mondiale di petrolio, o del continuo finanziamento che la Cina ha destinato ai titoli  del debito pubblico americani, dovendo essa depositare in qualche modo i propri surplus commerciali. Nei riguardi dei Paesi un po’ birichini poi, gli USA sanno essere piuttosto persuasivi (qui, e qui dove il Prof. Ernesto Screpanti ben argomenta che gli USA hanno tre ruoli: banchiere, locomotiva e sceriffo globale).

E’ però diverso tempo che alcune potenze, in particolare Cina e Russia, si dimostrano sempre più riottose nei confronti dello status quo (qui); le recenti sanzioni verso Putin hanno portato la situazione verso un punto di rottura. In questo caso non mi riferisco alla celeberrima situazione in Ucraina, bensì alla lenta ma costante dismissione del Dollaro quale moneta di commercio internazionale (qui). E’ allora abbastanza intuitivo capire che dal momento in cui il Dollaro gradatamente perde il suo status di moneta di riserva internazionale, il Paese che lo emette lentamente perde la sua capacità di crescere senza tener conto del vincolo sulla bilancia dei pagamenti. Per una economia che ha accumulato quote di debito estero impressionanti, questo può essere un problema potenzialmente esplosivo. Per inciso, a cascata questo si ripercuote in maniera pesante anche su tutti i Paesi che proprio su quel traino hanno costituito buona parte delle loro fortune.

Come rimediare? Un buon consiglio sarebbe quello di ingegnarsi per trovare mercati di sbocco per le proprie merci in modo da tentare, su un periodo medio – lungo, di dipendere sempre meno dalle importazioni e stabilizzare la situazione. Ecco che allora il TTIP cade a pennello. Poco male se per fare questo si cerca di abbattere la regolamentazione europea sulla qualità dei prodotti, che per quanto incompleta risulta un ostacolo durissimo da superare per i prodotti made in US; ergo, va rimossa. E’ anche sotto questo profilo che si può comprendere meglio la preoccupazione del Dipartimento del Tesoro USA nei riguardi delle politiche neomercantiliste tedesche: se la Merkel strozza il mercato domestico al quale gli USA si dovrebbero affidare, che ne sarà di loro? Se questo quadro fosse realistico, staremmo assistendo ad un cambio di paradigma epocale: la guida indiscussa del capitalismo avanzato occidentale che velatamente scende dal suo piedistallo per mettersi al pari, se non al rimorchio dei suoi storici alleati maggiori.

Ovviamente non è affatto detto che queste contraddizioni possano trovare una composizione complessiva, anzi (ci sono le elezioni negli USA, la situazione in Medio Oriente, ecc.). C’è poi il “pivot to Asia”, una operazione di cui sentiremo sempre di più parlare se le faccende del TTIP dovessero volgere nel verso sbagliato per gli USA. Quando blocchi di potenze così ampi si trovano a cozzare uno contro l’altro, i rischi sono elevati. Di Francesco Ferdinando d’Asburgo Este, o di armi di distruzione di massa nascoste, all’occorrenza se ne possono trovare a bizzeffe.

TAG: crisi, politica
CAT: America, macroeconomia

5 Commenti

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  1. paolo-della-sala 5 anni fa

    Articolo non realista, né idealista. Un poco complottista, non solo nella frase finale. Di crolli dell’Occidente se ne parla dal Club di Roma (anni ’60). La crisi è certo cosa reale, ma il nodo è l’Europa. Se vuole andare per conto suo (nelle braccia di Cina e Russia) si andrà di male in peggio.

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    1. stefdibu 5 anni fa

      E di grazia, dove sarebbe il complottismo? La mia analisi è personale, non ha alcuna pretesa di verificarsi puntualmente. Tra l’altro rimandando esternamente su ogni singolo punto. Spiace che ad oggi cercare di mettere insieme i pezzi sia complottismo, una volta era voglia di capire. Tempi andati

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  2. daniele-g 5 anni fa

    Articolo ben scritto, ben documentato e molto interessante. In gran parte lo trovo condivisibile, però andrei molto più cauto nell’assumere che il ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale sia in pericolo nel breve-medio periodo. E’ vero, nel lungo periodo sembrerebbe probabile una transizione verso un sistema monetario internazionale multipolare. Ma ci potrebbero volere molti decenni. I paesi emergenti (Cina in primis) sono estremamente riluttanti a percorrere questo cammino con le loro valute, perchè per ora preferiscono cercare di tenere basso il tasso di cambio per sostenere l’export (la c.d. ‘guerra delle valute’). L’Euro sarebbe il candidato naturale ad affiancare il dollaro…peccato che nessuno sia in grado di dire se tra due anni esisterà ancora. Penso che gli USA potrebbero continuare a stampare la moneta di riserva internazionale ancora a lungo.

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    1. daniele-g 5 anni fa

      PS: e ovviamente export=profitti è sufficiente come spiegazione per la ricerca da parte degli USA di mercati di sbocco per la propria produzione, lo è sempre stata.

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    2. stefdibu 5 anni fa

      Grazie mille del commento. Sì, in effetti quelli che metto in campo sono solo primi segnali di una possibile transizione; data la sua lentissima progressione, ciò che dici è vero. Però si può leggere anche al contrario: dato lo stock di debito estero enorme, gli USA (ammesso che io sia nel giusto) potrebbero aver mangiato la foglia. Quindi cercano di anticipare di molto le operazioni per arrivare preparati. In ogni caso, hai dato una precisazione importante.

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