Bioetica
Perché un moscerino virtuale è così importante?
E se potessimo continuare a esistere anche dopo la morte? Recentemente il team di ricerca di EON Systems PBC ha pubblicato un breve articolo sui recenti riscontri negli studi in merito all’implementazione di una mappa neurale reale all’interno di un computer. La ricerca, che è ancora in una fase embrionale, si concentra sulla mappatura delle connessioni nervose del cervello della Drosophila melanogaster, il moscerino della frutta comunemente usato nella ricerca scientifica, e sulla sua implementazione all’interno di un ambiente virtuale. Nell’esperimento, una rappresentazione 3D del moscerino, guidata dalle interazioni dei neuroni del connettoma riprodotto, agisce in continuità con i comportamenti memorizzati in vita: la capacità di problem solving rimane invariata. Questa continuità è plausibile se consideriamo che conoscenza e memoria – come suggeriva già lo psicologo canadese Donald Hebb – emergono dal rafforzamento delle connessioni tra neuroni. L’esperimento, utilizzando la struttura nervosa del moscerino reale, si avvale quindi di conoscenze, memorie ed esperienze acquisite dall’animale.
Perché un esperimento su un moscerino dovrebbe interessarci così tanto?
Il fatto straordinario che la struttura del cervello del moscerino, con le sue conoscenze pregresse, sia stata duplicata e riutilizzata in un mondo virtuale ci porta a sperare che, in un futuro non troppo lontano, sia possibile ripetere il processo applicandolo all’uomo. Se questa prospettiva dovesse realizzarsi, le conseguenze sarebbero tutt’altro che marginali. Non solo dovremmo ridefinire cosa intendiamo per “morte”, ma diventerebbe concreta la possibilità di implementare l’intero sistema nervoso di una persona in un robot.
Non sarebbe neppure la prima volta che il concetto di morte viene ridefinito. Già in passato, il progredire delle tecnologie ne ha messo in discussione la definizione affinché, la sua modifica le permettesse di uscire da uno stato di obsolescenza. Infatti, l’acquisita capacità di replicare e/o sostituire alcune delle funzioni vitali del corpo aveva costretto ad abbandonare la definizione fisiologica di morte, basata sul corretto funzionamento del tripode vitale (cuore-polmoni-cervello) e a introdurre la cosiddetta “morte clinica”. Questa nuova definizione è basata su un criterio “psicologico”. Quando introdotta, lasciò uno spiraglio aperto alle ricerche mediche e scientifiche: la morte viene circoscritta al degradarsi di un solo organo, il cervello, e all’impossibilità di replicare e sostituire artificialmente le sue funzioni.
Con l’esperimento del team di EON Systems PBC potremmo essere giunti a un livello tecnologico tale da poter intervenire anche nel processo di degenerazione e degradazione della mente, riuscendo a replicarla, duplicarla e riutilizzarla. Ci chiediamo ora: l’utilizzo virtuale della stessa infrastruttura nervosa, con il conseguente conservarsi degli stati mentali, della memoria e della conoscenza individuale, permette di estendere la vita dell’individuo anche dopo la morte del corpo? E quale sarà la nuova definizione di morte?
Ma ridefinire la morte non è cosa da poco: significa inevitabilmente ridefinire anche ciò che intendiamo per persona. Per questo, la possibilità di duplicare e riutilizzare la struttura del cervello di un essere umano apre scenari fantascientifici per l’industria dei robot assistivi. Le bambole con intelligenza artificiale utilizzate per la cura dell’Alzheimer, per l’assistenza agli anziani, ai disabili o, più semplicemente, usate come compagne e compagni, acquisterebbero valore in termini di utilità. Infatti, chi ne usufruirebbe si sentirebbe inevitabilmente più coinvolto e aiutato se il robot dovesse replicare fedelmente il comportamento di una persona cara.
Questo investimento di significato, ovvero il valore ontologico degli assistenti robotici, ci spinge a chiederci: i robot sono davvero persone? e a riflettere se sia giusto affermare che i robot “Replicano fedelmente il comportamento di una persona” o se si tratti di un “pit-stop fisiologico”, in cui la persona appare semplicemente trasferita in un nuovo corpo artificiale.
Alla luce di queste riflessioni e dello sviluppo del potere tecnologico, se un giorno la mente potrà essere trasferita, duplicata o simulata, la domanda non sarà più soltanto “quando moriamo”, ma quante volte possiamo continuare a esistere.
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