Diritti

La “meglio gioventù” e l’urlo della domanda di “civismo”: più regole, legalità ed Europa

Il NO unisce Sud e Nord nella domanda di legalità, civismo e servizi

23 Marzo 2026

I giovani si sono appassionati e – nonostante i collosi 8 pollici di un digitale onnipresente  e distrattivo –  hanno votato in massa dimostrando una sensibilità sui temi “costituzionali” dai quali ripartire affidando alla Legge Fondamentale il loro futuro senza cadere nelle trappole dei tecnicismi giurisprudenziali e per non dover sempre emigrare. Se i 18-28enni tornano alla politica per esprimersi su un tema apparentemente tecnico è un ottimo segnale di riflessività e di presenza civica attive, a sinistra, al centro e a destra. Se anche in chiave anti-trumpista nel senso di difesa del perimetro istituzionale del funzionamento delle democrazie lo vedremo nelle prossime ore incrociando struttura e demografia del voto, dimensione regionale e affluenza (comunque alta), proprio dei giovani e delle donne. Infatti, valga notare che nelle supplettive circa il 6% in più ha votato per il referendum “rifiutando” la scheda politica (denunciandone l’immobilismo e il mancato ricambio) e  a livello di un + 10% quasi come alle Europee.

L’ unica “grande riforma” tentata dal Governo Meloni “fallisce”, dopo l’insabbiamento di quella delle autonomie regionali e la “frenata” sul premierato, spaccando il paese e scivolando sulla sua politicizzazione voluta proprio dalla PdC.

Se il risultato sarà confermato in queste dimensioni gli italiani votano anche per una Riforma della Giustizia che sia “vera ed efficace” ma dentro il perimetro della Costituzione, per esempio, per un “processo più veloce oltre che più giusto” e investendo sui tribunali e anche sulle carceri e pene alternative. Il no che avanza deciso però non significa “giustizialismo contro garantismo” ma semplicemente domanda di un “processo giusto e più veloce” sia nel penale che nel civile. Inoltre, è un voto per l’ unicità della giurisdizione e per la sua autonomia anche perché già ora quelle carriere sono separate, potendo già ora transitare da una funzione all’altra ( da PM a Giudice e viceversa) ma una sola volta nella vita e con vincoli territoriali. Dunque “carriere separate” come delineato dalla Riforma Cartabia, da completare ma già attive.

Gli italiani hanno peraltro rifiutato la “prova di forza” imposta dalla maggioranza che pur avendo i due terzi in parlamento avrebbe potuto approvarla senza problemi attraverso leggi ordinarie invece si è cercato il Referendum come “atto di rottura costituzionale” e di fatto percepito come una inutile forzatura di sovra-ordinazione dell’esecutivo sul giudiziario. Provando a “svuotare” pezzi di Costituzione mai accettata e mai digerita fino in fondo e rigurgito “di un passato che non passato mai”. Anche su questo gli italiani hanno detto no perché si voleva formare una maggioranza assoluta per fare tanto altro come una legge elettorale versata ad un premio di maggioranza insostenibile molto oltre quel 5% della “Legge Truffa” e avviare un tentativo di premierato nonostante le proposte (respinte) di cancellierato dell’opposizione. Allora non vince tanto l’ opposizione ma soprattutto la “società civile” che emerge a difesa della Costituzione e di una “giustizia giusta ed efficiente” indicando la destinazione e il metodo anche al prossimo Governo: sostenendo che una riforma non può mai essere tale finché viene “scagliata” contro una categoria e – peggio ancora – se in forme punitive verso la magistratura, i suoi organi di autogoverno e la sua autonomia. Quei magistrati – ricordiamolo – che hanno pagato un prezzo altissimo con un immenso sacrificio di sangue contro il terrorismo, le mafie e il clientelismo. Le riforme non possono mai essere “contro qualcuno” ma “per qualcosa” e unendo persone e comunità molto oltre il loro credo politico e attorno a progetti di medio-lungo termine e che non possono guidate da un solo “consenso di parte e di corto respiro “.

Per la destra emerge allora il problema multistrato di una classe dirigente inadeguata e, inoltre, di destinazione nella ricerca di una identità che non potrà non essere europeista e liberale (dalla difesa, alla sicurezza, alle migrazioni, al climate change) e, infine, di un linguaggio di riforme che deve coinvolgere le opposizioni in un paese stremato e che il PNRR ha fatto “galleggiare” nell’ immobilità di una stabilità senza crescita non più accettabile.
Anche il prevalere forte del no al sud esprime poi in modo chiaro una domanda di Stato, di legalità e di giustizia non separabile da una democrazia di una cittadinanza attiva con ruolo forte per giovani e donne (sanità, mobilità, scuola, lavoro, salario minimo). Dunque, a favore del ruolo della magistratura che proprio al sud rappresenta la presenza dello Stato nel principio di legalità e  – inoltre – del merito contro tutti i familismi e clientelismi clanici. In Sicilia e Campania, per esempio, con il si al 35% e il no oltre il 60% si indica questa strada nella sollecitazione di classi dirigenti giovani e partecipate, orientate a progetti  e alla promozione dei beni comuni (climate change, energia, salari dignitosi, sanità, Europa) e del merito. Dunque, sconfitta netta a livello nazionale e molto più al sud a difesa della Costituzione e dei bisogni primari delle persone – in generale – soprattutto per una sua “attuazione concreta” e non tanto per “cambiarla” e certo non a colpi di maggioranza.

Traguardando anche alle implicazioni globali e data la dimensione del distacco di circa 10 punti certo è un voto a favore delle regole e della legalità, del civismo e dunque della democrazia  e della pace anche in chiave europeista e – indiscutibilmente – anche anti-trumpista. Come uscirà ora la nostra PdC dal “cul de sac” dove si è infilata e – purtroppo – con il paese?

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.