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Immigrazione

Migrazione, identità e Europa oltre la retorica

di Eriseld Zeneli

L’articolo propone una rilettura della narrazione politicizzata della migrazione, considerandola un fenomeno strutturale per l’Europa. Valorizza le identità multiple e invita a superare retorica e semplificazioni ascoltando le esperienze reali.

27 Gennaio 2026

Migrazione come fatto strutturale, non emergenza

In Italia – e più in generale in Europa – la migrazione continua a essere raccontata come un’anomalia. Un problema temporaneo, un’emergenza ciclica, un fattore destabilizzante. Questa narrazione persiste nonostante i dati, le analisi demografiche, le proiezioni economiche dicano l’opposto: senza migrazione, il sistema produttivo europeo non regge.

Secondo enti pubblici, associazioni datoriali, istituti di ricerca e organismi internazionali, la carenza di forza lavoro in settori chiave – sanità, assistenza, edilizia, agricoltura, logistica, industria – è già oggi un dato strutturale. Eppure, nel dibattito pubblico, l’immigrazione continua a essere trattata prevalentemente come una minaccia identitaria o un costo sociale, più che come una risorsa necessaria.

Questo scarto tra realtà e racconto non è neutrale. È il risultato di una scelta politica e comunicativa.

La migrazione come strumento politico

In Italia l’immigrazione viene spesso usata come strumento di mobilitazione emotiva. Non per risolvere problemi, ma per produrre consenso. Il migrante diventa una figura simbolica su cui concentrare paure, insicurezze, frustrazioni sociali che hanno origini ben diverse: precarietà del lavoro, disuguaglianze territoriali, crisi dei servizi pubblici, declino demografico.

In questo schema, la complessità non trova spazio. Non si distingue tra migrazione regolare e irregolare, tra percorsi di integrazione riusciti e falliti, tra politiche di accoglienza inefficaci e assenza di politiche strutturate. Tutto viene appiattito in una narrazione semplificata, utile alla contrapposizione ma dannosa per il paese.

Il paradosso è evidente: mentre una parte della politica alimenta l’idea dell’immigrazione come “cancro”, le stesse istituzioni economiche e produttive chiedono più ingressi regolari per sostenere crescita, welfare e competitività. Due discorsi che convivono senza mai incontrarsi.

Crescere tra più identità: una competenza invisibile

Chi vive la migrazione in prima persona, soprattutto in età formativa, sperimenta questo scarto sulla propria pelle. Crescere tra più paesi non significa semplicemente adattarsi a nuove abitudini, ma sviluppare una capacità costante di mediazione: linguistica, culturale, relazionale.

È una competenza che raramente viene riconosciuta come tale. Anzi, spesso viene percepita come ambiguità, come mancanza di radicamento, come identità incompleta. Eppure, in un contesto europeo sempre più interdipendente, questa capacità di muoversi tra sistemi diversi è un valore strategico, non una debolezza.

Il problema nasce quando l’integrazione viene intesa come assimilazione: quando l’unico modo accettabile di “appartenere” è rinunciare alle proprie complessità. In quel momento, l’adattamento smette di essere una risorsa e diventa una fatica silenziosa.

“Da dove vieni?” e le gerarchie invisibili

La domanda “da dove vieni?” non è mai solo una richiesta di informazione. È spesso una domanda di collocamento. Serve a stabilire una distanza, una posizione, una gerarchia implicita. Chi ha un percorso migratorio impara presto che l’origine non è un dato neutro: può diventare un filtro attraverso cui viene valutata la sua legittimità a stare in un certo spazio.

Questo meccanismo è ancora più evidente in contesti istituzionali, educativi e professionali, dove l’accesso formale ai diritti non sempre coincide con un pieno riconoscimento simbolico. Si può essere integrati sul piano giuridico, ma restare “ospiti” sul piano culturale.

Europa: progetto politico o esperienza vissuta?

L’Unione europea nasce anche come risposta a queste fratture. Almeno sulla carta. Libera circolazione, cittadinanza europea, cooperazione tra Stati: principi che dovrebbero ridurre il peso dell’origine e valorizzare il percorso.

Nella pratica, però, l’Europa vissuta non sempre coincide con l’Europa proclamata. Le disuguaglianze tra Stati membri, i diversi sistemi di welfare, le barriere linguistiche e culturali continuano a produrre cittadini di serie diversa, anche all’interno dello stesso spazio politico.

Eppure, è proprio l’esperienza migratoria a mostrare il potenziale dell’Europa quando funziona: come spazio di opportunità, mobilità sociale, riconoscimento del merito. Non un’utopia, ma un equilibrio fragile che va continuamente difeso.

Migrazione, lavoro e diritti: un nodo irrisolto

Il legame tra migrazione e lavoro resta uno dei punti più ipocriti del dibattito pubblico. I migranti sono spesso indispensabili nei settori meno tutelati, ma raramente coinvolti nella definizione delle politiche che li riguardano. Utili come forza lavoro, invisibili come cittadini.

Questo squilibrio alimenta sfruttamento, dumping sociale e tensioni, che poi vengono attribuite alla presenza dei migranti stessi, invece che alla mancanza di politiche serie di integrazione, formazione e tutela dei diritti.

Affrontare la migrazione come fenomeno strutturale significa anche questo: spostare il focus dalla paura alla responsabilità politica.

Raccontare controvento

In un contesto dominato da slogan e semplificazioni, raccontare storie complesse è una scelta deliberatamente scomoda. Non genera consenso immediato, ma apre spazi di comprensione. Le storie di chi cresce tra più paesi, tra periferie e istituzioni, tra margini e centri, non offrono soluzioni facili né risposte preconfezionate: servono piuttosto a rimettere al centro la realtà, nella sua interezza e nelle sue contraddizioni.

È in questo spazio che prende forma Controvento. Dall’Albania a Bruxelles: diario di un’Europa possibile, con la prefazione dell’eurodeputato Brando Benifei e la postfazione della giornalista Daniela Corneo (Corriere di Bologna). Non come un manifesto, né come una verità conclusiva, ma come un tentativo consapevole di tenere insieme esperienza personale e riflessione collettiva, evitando tanto l’indulgenza quanto la retorica. La scrittura diventa così uno strumento per restituire complessità e dignità a percorsi che troppo spesso vengono semplificati, ridotti a problema o piegati a un uso strumentale nel discorso politico.

Se questo racconto può avere un senso, non è quello di fornire risposte definitive, ma di aprire uno spazio di riflessione più onesto. Di ricordare che l’Europa non è soltanto un progetto istituzionale o un perimetro giuridico, ma un’esperienza umana quotidiana, fatta di traiettorie individuali che attraversano confini, sistemi e appartenenze. E che, spesso, per comprenderla davvero, è necessario guardarla dal margine, da chi ha imparato a viverla controvento.

Se l’Europa vuole essere qualcosa di più di un mercato o di una linea di demarcazione, deve saper ascoltare anche queste voci: non per concedere privilegi, ma per ritrovare coerenza tra i valori che proclama e le vite che li mettono alla prova ogni giorno. Controvento – Joker

 

cittadinanza europa identità Integrazione migrazioni politica società
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