Italia
Da Budapest a Milano, la retromarcia dei sovranisti
La caduta di Orban è l’ennesimo segnale di allarme anche per la destra italiana, con evidenti conseguenze sulle elezioni nazionali e milanesi. Il bivio del 18 aprile: da un lato il “Remigration Summit”, dall’altro “Innamorarsi ancora” del Pd
Tira davvero una brutta aria per i sovranisti nostrani, ma non solo. L’esito delle elezioni ungheresi è eloquente: Magyar non è certo il Sole dell’Avvenire, ma la sua dose di europeismo è stata più che sufficiente per consegnare a Orban il più beffardo degli “you’re fired”. Il riferimento è ovviamente al celebre show televisivo di Trump, la cui vicinanza è ormai paragonabile a quella di un gatto nero. Così come il referendum sulla giustizia aveva punito Meloni ben oltre il contenuto tecnico della riforma proposta, così gli ungheresi hanno voltato le spalle al leader sponsorizzato dall’internazionale sovranista che si era spesa anche in campagna elettorale, da Le Pen a Vance, da Salvini a Meloni, appunto. D’altra parte, a prescindere dalle diverse idee politiche, a nessuno può far piacere sentirsi vassalli di chi sta stravolgendo il mondo, non solo aumentando a dismisura il costo delle materie prime, ma anche prospettando che una mattina ci si possa svegliare col fall-out dell’atomica.
I populismi sono molto efficaci nell’incendiare gli animi, ma molto meno a governare le fasi successive e prima o poi il conto delle speranze deluse viene presentato a chiunque. Se per Trump si prospetta una seconda metà di mandato piuttosto difficile (e speriamo che non usi la Groenlandia come arma di distrazione di massa), a casa nostra Meloni si trova davanti a un bivio. Da un lato la tentazione di elezioni anticipate è molto forte, perché le consentirebbe di capitalizzare il residuo consenso senza dare tempo al centrosinistra per organizzarsi in maniera credibile, uscendo dall’impasse tra leader potenziali, auspicati e autocandidati. Dall’altro c’è però una legge elettorale pendente e portarla a casa le consentirebbe di mettere in banca la riconferma, a prescindere dalle gaffe che la sua squadra un po’ sbrindellata potrà riservarci nell’ultimo anno in carica.
L’allarme rosso scattato nel centrodestra fa sì che tutte le forze siano dispiegate a livello nazionale e regionale, per quanto riguarda la Lombardia. Le amministrative milanesi sono finite gioco forza in secondo o terzo piano, anche perché le carte da giocare erano risicate già prima del referendum. Per il momento va avanti Civita e poi si vedrà: se il centrosinistra dovesse scegliere un candidato considerato battibile magari salterà fuori qualche altro candidato, altrimenti buona fortuna a Mister Panino Giusto.
A questo punto diventa interessante valutare la partecipazione al controverso “Remigration Summit” in programma a Milano il 18 aprile. Se fosse inferiore alle attese, sarebbe una pietra tombale sulle ambizioni di chi un tempo spadroneggiava in città. Ovviamente andrà misurata la partecipazione dei cittadini, che solitamente sul tema dell’immigrazione si scaldano, e non quella del ceto politico, che peraltro deve fare i conti anche con l’aperta contrarietà di Forza Italia, sempre più rioentrata sul voto moderato. Lo stesso giorno partirà “Innamorarsi ancora”, l’evento col quale il Pd inizierà a sciogliere i nodi verso le elezioni del prossimo anno. Passaggio molto interessante, perché alla luce delle difficoltà del centrodestra bisognerà scegliere tanto il programma quanto la migliore strategia per individuare il candidato sindaco (e magari la sua squadra). L’abbondanza di aspiranti eredi di Sala a oggi fa delle primarie l’unica soluzione credibile, ma il fatto che i gazebo potrebbero diventare determinanti anche a livello nazionale suggerisce alcune riflessioni.
Sul tavolo della già complessa sfida Schlein-Conte ha messo i piedi anche Silvia Salis e, benché nel suo caso l’avessimo vista arrivare con un certo anticipo, l’esito della vicenda è tutt’altro che deciso. Non a caso, i maggiorenti del Pd si sono riuniti nei giorni scorsi per elaborare un piano che consenta di uscirne indenni e, se non proprio evitando le primarie, quantomeno rendendole il meno laceranti possibile. Non è detto che la stessa ricetta non venga scelta per Milano, allo scopo di non disperdere troppe energie in una strada sostanzialmente in discesa, per riversarle interamente sull’obiettivo più prestigioso. E, magari, il biglietto di sola andata per Roma potrebbe contribuire a far scendere la tensione sul campo di battaglia milanese.
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