Italia
Per fortuna arriva il Referendum, così usciamo dalla campagna più brutta della storia
Con un’imbarazzante serie di autogol, i sostenitori dei due fronti stanno facendosi del male da soli. Sfida all’ultimo strafalcione
Politicizzare un referendum fino a sbiadirne la discussione di merito non è certo una novità. Memore del tracollo di Matteo Renzi, Giorgia Meloni ha provato a scansare l’effetto-derby, ma anche questa volta siamo ai cori da ultras. Sfuggono alla regola solo pochi temi di importanza trasversale (ad esempio il divorzio), ma quando la materia è particolarmente tecnica come nel caso della Giustizia si percepisce una scoraggiante lontananza dalla quotidianità dei cittadini.
Anche per questo, nella prima fase della campagna referendaria il Si era in largo vantaggio: la motivazione di chi era convinto di sostenere la riforma poteva fare la differenza, specialmente in una consultazione senza quorum. Con una rapidità veramente inedita, i rapporti di forza sono mutati con l’intensificarsi della campagna, al punto che oggi il pronostico è quantomai incerto. Più ancora che le ragioni del No, a spostare l’ago della bilancia sono stati gli autogol del Sì, protagonista di una campagna che sembra un manuale di masochismo. Il giudizio potrà apparire severo, ma a emetterlo è stata una delle parti in causa: la deputata Simonetta Matone, che in un’assemblea della Lega ha dato la colpa della rimonta alle “dichiarazioni folli di Nordio”. Purtroppo per lei, la riunione si svolgeva alla presenza della stampa, quindi ora tutti sappiamo che il pensiero del Ministro è largamente condiviso nel centrodestra, “ma sono cose che non si possono dire pubblicamente, perché abbiamo dato il là a una ripresa del fronte del No”. Difficile fare un favore più grande alla parte avversa.
A sua parziale attenuante, va ricordato che in effetti Nordio ha fatto più autogol di Communardo Niccolai e Riccardo Ferri messi insieme. L’urticante utilizzo dell’espressione “metodi paramafiosi” a proposito del CSM ha smosso persino il Presidente Mattarella, precipitatosi per la prima volta in assoluto a presiedere una seduta ordinaria dell’organo di autogoverno della magistratura. Meno plateali, ma forse ancora più significativi, sono stati i vari passaggi nei quali Nordio ha smentito gli argomenti sostenuti dal fronte del Sì a favore della riforma, che effettivamente nulla ha a che vedere con i veri problemi della giustizia. Un argomento, peraltro, ribadito anche da Giulia Bongiorno, presidente leghista della Commissione Giustizia del Senato e sostenitrice del Sì: “Ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere!”. Peccato che lo stesso schieramento abbia più volte motivato la necessità della riforma attraverso riferimenti assortiti a vari casi di malagiustizia e tirando in ballo vicende eterogenee come Garlasco e la famiglia del bosco, il cui nesso con l’effettivo quesito referendario è francamente cervellotico.
Non che la campagna per il No sia stata granché brillante. Il palpabile imbarazzo dei tanti che in passato avevano auspicato una riforma molto simile a quella oggi proposta dal centrodestra è stato pienamente colto dai più attenti, ma ancora più fragorosa è stata la tafazziana demonizzazione dei sostenitori del Sì. I manifesti sui quali si afferma che bisogna votare contro perché CasaPound vota a favore vanno nella stessa direzione delle sorprendenti dichiarazioni di Nicola Gratteri, che ha parlato di “indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere” schierati a favore del Sì.
Essendo in par condicio, riserviamo anche a lui un po’ dell’indulgenza mostrata verso Matone: in effetti non ha detto che tutti quelli che sostengono la riforma sono animati da fini poco commendevoli, ma l’accostamento è stato comunque ingeneroso verso le tante rispettabilissime persone che in buona fede voteranno Sì (compresi diversi magistrati e avvocati) e questo è un meccanismo comunicativo che chi fa un altro mestiere ha certamente il diritto di ignorare, ma non quando decide di scendere in campo con una netta posizione politica.
Se l’acrimonia dello scontro può essere spiegata con una polarizzazione ormai barbarica, che spinge a bollare come “traditore” chi si schiera in base al suo pensiero e non all’appartenenza politica, la pochezza di questa campagna è stata determinata anche da alcuni marchiani errori tecnici. Il più evidente mi è parso il post del Pd che, senza alcun tipo di autorizzazione, nel pieno delle Olimpiadi invernali usava l’immagine di due atleti azzurri del curling, che ovviamente ne hanno chiesto e ottenuto la rimozione. Tra casi controversi come la presunta censura social di Alessandro Barbero e il florilegio di promesse e minacce ugualmente fallaci nel caso della vittoria dell’uno o dell’altro, si può già dire che quella che va a chiudersi andrà ricordata come una delle campagne più brutte della storia della comunicazione politica. Mancano ancora due settimane e quindi c’è tempo per peggiorare ulteriormente la situazione. Probabilmente, a vincere sarà chi farà meno danni dell’avversario.
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