Italia

Tommaso Cerno e la retorica delle bandiere

La semplificazione propagandistica di un tema complesso come la separazione delle carriere: tra simboli, confronti fuorvianti e assenza di dati, il dibattito pubblico scivola dall’analisi alla mobilitazione emotiva.

16 Marzo 2026

Negli ultimi giorni è stata condivisa migliaia di volte sui social una tabella che confronta due liste di Paesi: quelli che avrebbero la separazione delle carriere dei magistrati e quelli che non l’avrebbero, tra cui l’Italia.

Il messaggio implicito è che l’Italia rappresenti un’eccezione negativa nel contesto internazionale e che la separazione sia una sorta di certificato di qualità dei sistemi giudiziari. La tabella, però, non indicava alcuna fonte: non c’era scritto chi l’avesse realizzata, su quali dati si basasse, né quale definizione di “separazione delle carriere” fosse stata adottata.

Tommaso Cerno riprende il format di quella tabella senza citare dati, senza esporre argomenti, senza prestarsi a confutazioni. Da bravo patriota, anziché mostrare un foglietto, mostra direttamente le bandiere, perché esse lavorano sotto il livello del ragionamento. Sono icone emotive: non si possono smentire, si possono solo sventolare. L’accostamento che costruisce, l’Italia del “no” affiancata a Iran, Iraq, Cina e al Venezuela di Maduro, è, ancora una volta, un falso logico travestito da evidenza visiva. Chiosa infine: “Credo che basti per andare a votare.” Una frase che, nella sua brevità, è forse l’unica cosa onesta dell’intero servizio: ammette che l’obiettivo non è informare, ma mobilitare. Non analisi, ma per l’appunto innesco emotivo.

Eppure la realtà è più complessa e più interessante di quanto una sfilata di drappi colorati possa suggerire. I dati raccolti dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa mostrano che ogni Paese adotta un proprio modello e che non esiste una linea di confine netta tra sistemi “separati” e “unificati”. Uno degli elementi più usati nel dibattito comparativo è lo status istituzionale del pubblico ministero: se appartenga al potere giudiziario o a quello esecutivo. Una parte dei Paesi europei, tra cui l’Italia, mantiene il PM all’interno del sistema giudiziario, riconoscendogli ampia indipendenza funzionale. In altri è formalmente inserito nell’esecutivo, pur disponendo di autonomia operativa. La Francia stessa, spesso evocata come modello virtuoso, ha un corpo giudiziario unico in cui giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa categoria e possono transitare da una funzione all’altra nel corso della carriera. Confrontare il modello italiano con quelli stranieri è legittimo e necessario nel dibattito sul referendum costituzionale. Per essere utile, però, quel confronto deve basarsi su dati corretti. Ridurre la complessità degli ordinamenti di ciascuno Stato a una sfilata di bandiere non è semplificazione: è falsificazione.

Tutto ciò acquista un sapore particolare considerando la firma. Direttore de Il Giornale, testata che Indro Montanelli condusse con rigore e una prosa che tagliava come un bisturi, Cerno rappresenta oggi un singolare cambio di destinazione d’uso. Stesso edificio, altra funzione.

Già senatore del PD prima di reinventarsi megafono del centrodestra, la sua parabola restituisce l’immagine di una banderuola nel senso più meteorologico del termine: uno strumento calibrato per assecondare il vento dominante. Già allora non si era segnalato per profondità analitica. La coerenza, evidentemente, non ha mai figurato tra le sue priorità.

Ma se la coerenza è un optional, la matematica è impietosa. Il suo programma su Rai 2, 2 di Picche, in onda dal lunedì al venerdì alle 14, è diventato un caso di scuola di diaspora televisiva: al debutto, il pubblico è passato dal milione e mezzo del Tg2 a poco più di seicentomila spettatori. Una fuga disciplinata davanti a una pedagogia patriottica servita all’ora di pranzo. I numeri completano il quadro con la crudeltà di un’epigrafe: costo complessivo di circa 850 mila euro, compenso per Cerno di 3.000 euro a puntata per un totale stagionale di 200 mila euro. A questo si aggiunge l’ombra di un nepotismo sempreverde: la gestione dei social si vorrebbe affidare a Giada Balloch, figlia dell’attuale compagno del conduttore. Con uno share che fatica a superare il 5%, il calcolo finale è implacabile: Cerno guadagna circa un euro per ogni spettatore perduto. Soldi pubblici investiti per trasformare il servizio pubblico in una tribuna di parte.

In questa lunghissima campagna referendaria, il livello della propaganda ha toccato il fondo. Non riguarda più solo i partiti: contamina ogni organo di informazione, livellando verità e manipolazione attraverso influencer prestati al giornalismo. Se il telecomando rimane l’unico strumento di difesa dei cittadini contro una propaganda pagata a caro prezzo con denaro pubblico, significa che qualcosa nel sistema ha smesso di funzionare. Sarebbe ora di finirla con questa recita a costo zero per chi la mette in scena, e a carissimo prezzo per chi la subisce.

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