Consob, la mossa di Vegas per prevenire l’accusa di omessa vigilanza su Mps

22 ottobre 2015

A distanza di più di quattro anni da quando per la prima volta venne messa sul chi va là da un esposto anonimo sull’operazione Alexandria/Nomura, la Consob “sta valutando” se impugnare i bilanci del Monte dei Paschi di Siena, a partire da quelli del 2012. «Sono emersi fatti nuovi che prima erano stati tenuti nascosti e stiamo valutando qualunque tipo di ipotesi», ha dichiarato questa mattina Giuseppe Vegas, presidente dell’autorità di vigilanza della Borsa, che si trovava in Senato per un’audizione. Ciò che Vegas chiama “fatti nuovi” è l’inesistenza nei bilanci Mps di 3,05 miliardi di Btp 2034 su cui è stata costruita l’operazione Alexandria – tesi sostenuta dalla Procura di Milano. Si tratta dello stesso derivato sintetico che la banca senese ha chiuso in anticipo lo scorso mese versando alla controparte Nomura 359 milioni di euro.

Dal bilancio 2009 fino alla semestrale al 30 giugno 2015, Mps ha indicato i 3 miliardi di Btp trentennali sui propri conti come se li avesse effettivamente acquistati da Nomura, contabilizzando separatamente i vari elementi dell’operazione (l’acquisto dei Btp, lo swap su tassi, la vendita degli stessi Btp con patto di riacquisto, etc.). Secondo la Banca d’Italia, la Bce, la stessa Nomura, quel complesso di strumenti finanziari erano assimilabili alla vendita di un Credit default swap (CDS) su rischio Italia, ossia una protezione a favore di Nomura contro il rischio di default del Tesoro italiano per un importo assicurato di 3,05 miliardi di euro.

La Procura sostiene invece che le singole operazioni fossero fittizie, esistenti solo sulla carta. Di conseguenza, in bilancio l’operazione Alexandria non poteva che essere contabilizzata, come si dice, “a saldi chiusi”: cioè come un unicum, e quindi come un derivato, e non invece “a saldi aperti”, come è stato fatto. Quest’ultima possibilità, che consiste nel contabilizzare separatamente i vari elementi, è consentita in alcuni casi particolari: ma la premessa logica è che “i singoli pezzetti” – cioè il Btp, lo swap, il Repo, etc. – esistano realmente, e non siano invece meri parametri virtuali scritti solo sulle pagine di un contratto. Dopo il provvedimento congiunto Bankitalia-Consob-Ivass dell’8 marzo 2013, Banca Montepaschi, passata nel frattempo sotto la gestione Profumo-Viola, ha continuato a indicare l’operazione a saldi aperti, aggiungendo una rappresentazione dell’operazione come derivato sintetico nella nota integrativa al bilancio.

La vicenda è al centro del procedimento per falso in bilancio e aggiotaggio contro gli ex vertici di Mps e Nomura (Giuseppe Mussari, Antonio Vigni, Gianluca Baldassarri, Raffaele Ricci, Sadeq Sayeed), nel quale le due banche sono indagate come responsabili amministrative. E qui entra in campo la manovra di Vegas per evitare di finire lui stesso sotto i “fari” che solitamente accende sui intermediari finanziari e società quotate. Lo scorso 12 ottobre, nel corso della prima udienza preliminare davanti al giudice Livio Antonello Cristofano, i legali della Consob hanno chiesto che l’autorità di vigilanza sia ammessa fra le parti civili, quale ente danneggiato nel perseguimento delle sue finalità di interesse pubblico. Il giudice si esprimerà su questa come sulle altre richieste il prossimo 27 novembre.

Probabilmente, oggi Vegas si è convinto che le conclusioni delle indagini dei tre pm milanesi Mauro Clerici, Stefano Civardi e Giordano Baggio, accompagnate da una relazione giurata di due consulenti tecnici i professori Roberto Tasca, ordinario di Economia degli intermediari finanziari dell’Università di Bologna e Francesco Corielli, docente di Metodi matematici finanziari dell’Università Bocconi di Milano – non lascino scampo.

Ma, se è davvero così, la faccenda non lascerebbe scampo nemmeno alla Consob, titolare dei potere di vigilanza sull’informativa delle società quotate e quindi potenzialmente responsabile di omessa vigilanza. Il motivo è presto detto. L’autorità di vigilanza della Borsa viene allertata circa la miliardaria transazione di Btp attraverso un esposto anonimo giunto in Consob il 2 agosto 2011, come raccontato dallo stesso Vegas in un’intervista al Messaggero del 30 gennaio 2013. Da allora sono passati più di quattro anni. Non solo. È almeno dal 2013 che Nomura ammette pacificamente che quei Btp non sono mai stati comprati. La chiusura delle indagini della Procura risale a sei mesi fa.

La questione che investe Vegas e la Consob dunque è semplice: dato che la Procura ha potuto appurare, o ritiene di aver appurato, che quei Btp messi in bilancio da Mps in realtà non sono mai esistiti, per quale ragione non ci è arrivata prima la Consob? Erano verifiche standard o richiedevano indagini speciali che solo la magistratura può fare? In fondo, si trattava di chiedere informazioni sulla giacenza di Btp in capo a Mps a un soggetto, la Monte Titoli, che ricade sotto la vigilanza della stessa Consob. Né più né meno di quello che la Consob fa quando conduce indagini per insider trading o aggiotaggio, e per prima cosa controlla chi ha comprato cosa e quanto detiene sui propri conti.

È emblematico, in questo senso, l’interrogatorio come testimone di Guglielmina Onofri, responsabile dell’ufficio informativa emittenti della Consob, nell’ambito del processo Mps che si è svolto a Siena. «L’acquisto di BTP (…) si riferisce soprattutto a BTP 2034, per un valore complessivo di 3.054.412.000, che sono stati comprati in asset swap», ha dichiarato Onofri il 22 gennaio 2014. «Non abbiamo riscontrato degli elementi certi che ci facciano ritenere che debba essere contabilizzato come un CDS», ha poi aggiunto in relazione a un’operazione che ancora in un recente comunicato Mps ha presentato come «un investimento in Btp in asset swap con scadenza 2034, del valore di euro 3 miliardi, finanziato con un Long Term Repo di pari durata».

Dalle dichiarazioni della Onofri sembra che nessuno in Consob abbia mai avuto dubbi: l’esistenza dei 3 miliardi di Btp fu data per scontata. Per quale ragione? Mancavano i poteri per indagare a fondo, forse? Eppure, unica fra le autorità di vigilanza, la Consob gode di poteri ad ampio spettro: non solo può richiedere informazioni dirette a intermediari ed effettuare ispezioni, ma ha anche la facoltà di chiedere perquisizioni e acquisire tabulati telefonici, come indicato dall’articolo 187-octies del Testo unico sulla finanza. È perciò incomprensibile come per anni sia andata avanti a disquisire su una questione interpretativa dei principi Ias (come contabilizzare un Long term Repo), senza avere prima verificato il fatto materiale (ci sono o no i Btp).

La risposta definitiva circa l’ovvietà o meno dei controlli che potevano essere disposti dalla Consob arriverà dalle carte dei pm e dalla ricostruzione tecnica dei consulenti Tasca e Corielli. A quel punto sarà interessante capire quale direzione prenderà la Procura di Milano: se risulterà che sarebbe bastata una semplice verifica in Monte Titoli, la Consob potrebbe rischiare un’ipotesi di omessa vigilanza. Sempre che la Procura non decida di limitarsi a fare l’esattore dello Stato, e chiedere solo una sanzione di qualche decina di milioni di euro alle due banche per la loro responsabilità amministrativa sull’operazione Alexandria.

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TAG: Alexandria, Antonio Vigni, consob, derivati, Francesco Corielli, giuseppe mussari, giuseppe vegas, Livio Antonello Cristofano, Mauro Clerici, mps, Procura di Milano, Roberto Tasca, Stefano Civardi e Giordano Baggio
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