Scegliere la nazionale

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26 marzo 2019

Non è un fenomeno nuovo, ma certamente, negli ultimi anni, è aumentato il numero di calciatori (e, più generalmente, sportivi) che possono scegliere di competere sotto la bandiera di più nazionali. Una possibilità che spesso è frutto di fenomeni migratori oppure di divisioni nazionali interne a uno stato (come quelle causate dalla compresenza di più gruppi all’interno di determinati confini).

Il calcio, a differenza per esempio della pallacanestro, offre la possibilità di rappresentare soltanto una nazionale maggiore nell’arco della carriera, salvo rari casi, permettendo un cambio soltanto a livello di giovanili. In questo senso, il suo regolamento è più vincolante rispetto a quello di altri sport e rende la scelta della nazionale un momento importante nella carriera di un calciatore, che non potrà più fare passi indietro (se non quello di rinunciare a giocare per qualsiasi selezione).

Ho deciso di considerare soprattutto le storie di alcuni calciatori provenienti dall’area della ex-Jugoslavia, perché sono più informato riguardo a questi e perché le loro vite sono state fortemente toccate dai due fenomeni cui ho accennato poco fa: migrazioni e divisioni nazionali (condite da guerre sanguinose).

UNA SCELTA SOLO SPORTIVA?

Non tutti i calciatori prendono in considerazione gli stessi parametri nella scelta e io posso solo cercare di intuirli dalle loro parole e dai loro comportamenti, senza poter raggiungere un’effettiva oggettività nella valutazione di una decisione in cui possono pesare tanti fattori o pensieri umani, anche non esplicitati in pubblico. In ogni caso, credo che questo tipo di decisioni si possano approssimativamente ricondurre a due linee di ragionamento: una scelta puramente sportiva, con quale un calciatore sceglie la nazionale che pensa gli possa garantire maggiore successo, oppure una scelta più personale, in cui entra in gioco anche un fattore di appartenenza nazionale. A questo proposito, un ottimo articolo di Arnaldo Greco si chiede, in senso più ampio, se oggi quest’ultimo fattore sia ormai superato.

L’identità nazionale ha, però, senza dubbio pesato nella scelta di uno dei principali centrocampisti della Serie A: Miralem Pjanić. Nato a Tuzla nel 1990, lo juventino è fuggito con la famiglia in Lussemburgo a poco più di un anno di età, mentre in Bosnia-Erzegovina stava per cominciare la guerra. A 14 anni è stato accolto in una delle accademie calcistiche più importanti d’Europa, a Metz, e in seguito ha giocato per tre stagioni nell’Olympique Lione. Il periodo passato in Francia gli ha permesso di ottenere la cittadinanza del Paese, che si andava a sommare a quella lussemburghese e a quella bosniaca.

Pjanić ha giocato per le selezioni giovanili del Lussemburgo, ma nel momento decisivo ha scelto la Bosnia-Erzegovina, rifiutando anche la Francia di Domenech. Lo ha fatto per “far felice il popolo bosniaco”, per una scelta di appartenenza nazionale a un Paese in cui, in fondo, non è mai vissuto. Considerando che, vista la sua carriera, avrebbe potuto giocare un ruolo importante anche in una squadra come quella francese, con la quale avrebbe potuto ambire a vincere tutto, la scelta di Pjanić è andata decisamente contro la logica del successo professionistico.

Una preferenza per il discorso professionistico si può leggere forse nella scelta di Gerard Piqué, difensore del Barcellona, che ha vestito per 103 volte la maglia della nazionale spagnola, pur essendosi espresso a favore dell’indipendenza catalana. Appare difficile conciliare le due identità, anche perché Piqué ha parlato di indipendenza, non autonomia, e ha chiamato gli spagnoli “loro”(“Da oggi fino a sabato, esprimiamoci pacificamente. Non diamogli nessun pretesto, è quello che vogliono. Noi voteremo”, in occasione del referendum del 2017), segnando una propria estraneità nei confronti della Spagna.

La questione catalana si lega indirettamente a un altro punto scottante dello scacchiere balcanico: il Kosovo, Paese non riconosciuto dalla Spagna proprio in virtù di una “coerenza” di posizioni riguardo gli indipendentismi. Fra mille proteste della Serbia, la nazionale kosovara è entrata a far parte di FIFA e UEFA nel 2016, trovando un importante riconoscimento internazionale.

IL KOSOVO

Questo fatto ha portato a uno di quei rarissimi casi in cui per un calciatore è possibile cambiare la maglia della nazionale maggiore: infatti, i calciatori di origine kosovara rappresentanti altri Paesi avrebbero potuto in quel periodo scegliere di competere per la selezione da poco formata. Lo hanno fatto soltanto giocatori di non primissimo piano e giovani di belle speranze. I nomi più chiacchierati erano stati quelli di Shaqiri (nazionale svizzero, nato a Gjilan, nel Kosovo) e Januzaj (un calciatore che, peraltro, avrebbe potuto scegliere fra altre 5 nazionali): nessuno dei due ha deciso di cambiare.

Una figura spesso associata erroneamente all’identità albanese del Kosovo è quella di Miralem Sulejmani, calciatore dello Young Boys Berna e della Serbia. La scelta di giocare per la nazionale serba da parte di un albanese sarebbe eccezionale, se non fosse che Sulejmani è, in realtà, di etnia gorani. Si tratta di un popolo slavo, di religione musulmana, dall’identità nazionale non definita, spesso confuso con l’etnia albanese. I gorani (o goranci, dal nome della regione montuosa della Gora: nome che significa, appunto, “montagna”) non si esprimono omogeneamente in fatto di appartenenza etnica: alcuni si definiscono soltanto “musulmani”, altri si legano all’etnia bosniaco-musulmana, albanese o serba. Nonostante varie incertezze, i media serbi insistono nel definire Sulejmani come “serbo”.

Il tratto più sicuro dell’etnia gorani è, però, la religione musulmana: questo fatto accomuna i gorani ai musulmani del Sangiaccato, da cui viene Adem Ljajić.

IL SANGIACCATO

Il Sangiaccato è oggi un territorio diviso fra la Serbia e il Montenegro, ma fino al 1878 era stato parte della Bosnia, a sua volta inclusa nell’Impero Ottomano. In particolare, la regione che oggi appartiene alla Serbia ruota intorno alla cittadina di Novi Pazar (letteralmente “mercato nuovo”), una volta importante stazione commerciale sulla via che collegava Sarajevo a Istanbul. Qui, nel 1991, è nato Adem Ljajić, altro membro della nazionale serba.

Come detto, il Sangiaccato è popolato prevalentemente da persone di religione musulmana, solo una parte delle quali si identifica nazionalmente con i bosniaci-musulmani. Il sentimento religioso è di gran lunga prevalente su quello nazionale. Ljajić rappresenta bene questa situazione: non ha mai nascosto la sua fede musulmana, inquadrato molto spesso prima delle partite nel recitare la Al-Fatiha (prima sura del Corano), ma al contempo ha scelto di rappresentare la Serbia, il cui inno e stemma non sembrano tenere troppo conto dei “serbi non ortodossi”. Nel 2009, ha rifiutato la Bosnia-Erzegovina. Ljajić si è sempre definito serbo e non ha mai messo in dubbio che la sua patria fosse la Serbia (nonostante il suo discusso rifiuto di cantare l’inno nazionale), sdoganando anche quell’imprecisa definizione che tende a far coincidere le tre identificazioni nazionali bosniaca, croata e serba con quelle religiose musulmana, cattolica e ortodossa.

Una linea di pensiero diversa da quella di Ljajić ha portato due calciatori nati in Bosnia-Erzegovina a scegliere la maglia della Serbia: mi riferisco ai talentuosi Mijat Gaćinović e Luka Jović.

LA REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA-ERZEGOVINA

Mijat Gaćinović è un ortodosso nato a Trebinje, nell’estremo Sud della Bosnia-Erzegovina, dove si produce un ottimo vino. La città dista poco da Dubrovnik (Ragusa), da cui è divisa da un forte astio per via dell’ultima guerra.

Dagli anni Novanta, Trebinje è abitata in grande maggioranza da cittadini di etnia serba, che ritengono la Serbia essere la propria patria, come la maggioranza delle persone di religione ortodossa nella Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, una delle due entità che compongono il Paese.

Gaćinović ha mosso i primi passi nella squadra locale del Leotar e ha rappresentato la Bosnia-Erzegovina fino all’under-17, dopo la quale è passato sotto la bandiera dei vicini. La scelta di Gaćinović si inserisce nella linea di pensiero più diffusa oggi nell’area ex-jugoslava, che tende a proporre una perfetta identità fra religione ortodossa e appartenenza etnica serba.

La stessa idea ha condotto alla maglia della Serbia Luka Jović, nato a Bijeljina, cittadina del Nord-Est bosniaco, inclusa nella Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina: oggi uno degli attaccanti più promettenti della Bundesliga.

Anche l’altra entità della Bosnia-Erzegovina ha dato alcuni calciatori ad altre nazionali, in particolare alla Croazia. Per esempio, Dejan Lovren è nato nella Federazione di Bosnia-Erzegovina da una famiglia cattolica, ma ha scelto di rappresentare la Croazia, seguendo l’equazione che identifica cattolico con croato nell’area balcanica occidentale.

Come ha sottolineato Noel Macolm nella prefazione di Bosnia: A short history, l’identificazione fra le religioni cattolica e ortodossa con le nazionalità croata e serba in Bosnia-Erzegovina è un fenomeno abbastanza recente, sviluppatosi nell’ultimo secolo o poco più, di cui tenere conto, vista l’importanza che riveste nel modo di ragionare e orientarsi di queste popolazioni.

EMIGRARE E TROVARE UNA NUOVA CASA

Nonostante l’emigrazione dai Balcani sia passata un po’ in secondo piano negli ultimi anni, essa resta un fattore importante e risulta addirittura crescente. La Croazia perde in continuazione persone in cerca di un futuro migliore a Ovest: la meta non è più soltanto la Germania, ma spuntano anche destinazioni nuove, come l’Irlanda. A perdere giovani è stata soprattutto la popolazione croata della Bosnia-Erzegovina (cui appartiene Lovren), dove la situazione economica e politica è persino peggiore che nella vicina Croazia. Dalla Bosnia-Erzegovina partono indistintamente tutte e tre le nazionalità che la compongono (bosniaci-musulmani, croati e serbi). Non si tratta più soltanto di operai e lavoratori edili, com’era il caso negli scorsi decenni, ma anche di infermieri, assistenti sanitari e medici.

Quello che può essere interessante è che questa emigrazione non è stata, in passato, dovuta esclusivamente alla guerra e alla dissoluzione dell’ex-Jugoslavia, che certamente l’hanno rafforzata, ma era presente già dagli anni Sessanta in poi. In particolare, una generazione di figli di emigrati allora jugoslavi è nata in Occidente negli anni Ottanta: fra questi spiccano Ivan Rakitić e Zlatan Ibrahimović.

Rakitić è nato a Rheinfelden, in Svizzera, da una famiglia croata. Oggi gioca nel Barcellona, ma ha incominciato la sua carriera calcistica nel Basilea. Fino all’under-21 Ivan ha rappresentato la Svizzera, prima di decidere di vestire la maglia a scacchi della Croazia.

In Svizzera, dove la nazionale di calcio è composta da un alto numero di giocatori con origini diverse, non amano, ovviamente, questi cambi di maglia. In fondo, il Paese ha investito nella formazione non solo sportiva di una persona da cui si aspetterebbe di essere rappresentato a livello internazionale. La scelta di Rakitić si spiega chiaramente con il sentimento di appartenenza alla Croazia: è una decisione analoga a quella di Pjanić, senza il tratto della rinuncia a un progetto tecnico più importante, dato che la Croazia, calcisticamente, non ha nulla da invidiare alla Svizzera.

Altri giocatori hanno fatto la scelta opposta, giocando per la Svizzera, pur mantenendo un forte legame affettivo e di appartenenza con il Paese dei propri genitori: Shaqiri porta la bandiera kosovara sulle scarpe; Seferović mostra sul braccio uno stemma della monarchia bosniaca medievale; Granit Xhaka nello scorso campionato mondiale ha esultato mimando l’aquila albanese dopo il gol alla Serbia.

Zlatan Ibrahimović non ha bisogno di troppe presentazioni. Nato a Malmö, in Svezia, da padre bosniaco-musulmano e madre croata, ha giocato a lungo nella nazionale svedese, di cui è probabilmente il calciatore più forte, rappresentativo e antipatico di sempre.

Nonostante varie polemiche contro il presunto razzismo degli svedesi nei suoi confronti, Ibrahimović ha sempre ribadito di sentirsi solo e soltanto svedese, pur mantenendo una certa simpatia per le proprie origini, che si può notare anche in uno degli ultimi spot commerciali di cui è protagonista. In aggiunta a questo, in un’intervista del 2014, ha dichiarato che avrebbe tifato Croazia e Bosnia-Erzegovina nel campionato mondiale giocato in Brasile.

Sia in Croazia che in Bosnia-Erzegovina rimpiangono il fatto che Zlatan non abbia vestito la maglia della loro nazionale. I bosniaci aggiungono anche l’aneddoto secondo cui il giovane Ibrahimović sarebbe stato rifiutato dalla selezione bosniaca, accompagnato all’uscita da una frase che suonava come: “Abbiamo altre centinaia di ragazzi bravi come Zlatan“.

 

 

(L’immagine di copertina è stata realizzata da Farzad Mohsenvand.)

 

 

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CAT: calcio, Geopolitica

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