L’essenza del Giro d’Italia

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11 maggio 2019

Il Giro d’Italia è un sabato del villaggio, leopardiano, lungo tre settimane. È una prospettiva, un’aspirazione: qualcosa verso cui tendere. Il Giro è la promessa di un Paese migliore. Che da sempre stenta a realizzarsi, ma che nel mese di maggio, edizione dopo edizione, dal 1909 a oggi, almeno ci appare possibile. Il Giro d’Italia è l’unica vera forma di nazional-popolare che ci resta; forse, l’unica che mai abbiamo avuto nell’accezione più elevata del termine. Per tre settimane, il Giro riduce le distanze tra “alto” e “basso”, dal punto di vista culturale; ricuce parzialmente le fratture tra Nord e Sud; stempera le frizioni tra schieramenti politici contrapposti. Il Giro siamo noi o, per meglio dire, il Giro è ciò che noi dovremmo ambire a essere, nel rispetto delle reciproche differenze.
Per capirlo davvero, dovete leggere un libro: “L’Italia del Giro d’Italia” di Daniele Marchesini, per molti anni docente all’Università di Parma. È un volume fondamentale perché spiega, in modo accessibile a tutti, che il ciclismo e le sue grandi corse non sono solo uno sport: sono una versione della storia del Novecento e della nostra contemporaneità, costituiscono una peculiare cronologia intorno a cui possiamo riorganizzare il nostro modo di intendere e tramandare le nostre esperienze comuni.
Roland Barthes, parlando del Tour de France in un testo redatto (tra il 1960 e il 1961) come commento per il docufilm “Lo sport et les hommes”, girato dal regista canadese Hubert Aquin, scrisse: «Dicono che i francesi non si intendono di geografia: la loro geografia non è quella dei libri ma quella del Tour. Ogni anno, grazie ad esso, i francesi scoprono la lunghezza delle loro coste e l’altezza delle loro montagne. Ogni anno rivivono l’unità materiale del loro paese, ne censiscono le frontiere e i prodotti».
Barthes aveva intuito il potenziale conoscitivo e pedagogico delle grandi corse come filtro capace di mettere in relazione il ciclismo con il territorio, il sapere esperto con il sapere ordinario dei cittadini, la comunicazione di massa incentrata su di un evento sportivo con una forma diffusa di apprendimento e di consapevolezza.
Vale anche per il Giro d’Italia.
Il Giro è un catalogo delle bellezze del nostro Paese, ma anche un osservatorio sulle sue fragilità. Ogni anno agisce come strumento di alfabetizzazione territoriale, aiutandoci (e, in qualche misura, costringendoci) a tornare a guardare quelle parti d’Italia che spesso sfuggono alle narrazioni quotidiane operate dai mass media: la montagna, le aree interne, la campagna urbanizzata, il periurbano.
Il Giro è “la corsa più dura del mondo, nel Paese più bello del mondo”: uno dei pochi slogan promozionali intelligenti coniati in anni recenti. Non importa nemmeno quanto sia vero. Conta la sua qualità retorica: semplice, ma non banale. Anche questo è pedagogico.
Ma il Giro può essere tutto ciò solo grazie alla dimensione emozionale prodotta dalla competizione, dall’agonismo, dalla sfida tra corridori. La corsa è il vero catalizzatore delle sue valenze positive.
E la corsa, questa sua edizione numero 102, inizia oggi da Bologna. Con una cronometro di 8 chilometri che già esprime la natura complessa del percorso generale: una prima parte in pianura, il finale in salita, sulle rampe micidiali che portano al Santuario di San Luca.
Sarà l’occasione per osservare almeno un tratto del meraviglioso portico, lungo 3.796 metri, che dal centro della città si arrampica sulle pendici del Colle della Guardia. Conta 666 arcate, in totale. Un numero non casuale: è una salita bestiale, quella del San Luca, con pendenze che arrivano al 16%. Metterà subito molti corridori a confronto con i propri demoni.
È la tappa che vorrei sentir raccontare da Enrico Brizzi, che di Bologna, bici e ciclismo se ne intende. Immagino lo farà, da qualche parte. E in fondo, in una certa misura, l’ha già fatto tanti anni addietro, nel suo celebre romanzo d’esordio: “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.
Stasera, mentre il tramonto si tenderà sopra San Luca, di molti corridori si potrà scrivere come Brizzi fece del suo protagonista adolescente e innamorato, il vecchio Alex: «Cercava di tenere il rapporto di pianura, che ha il passo lungo e ti fa fare più strada, fin dove gli era possibile; poi si alzava a pedalare in piedi con tutta la bici che ballava sotto; quando sentiva che la pendenza diventava troppo forte […] faceva scattare il cambio».
In cima al San Luca, ad aspettare tutti, non ci sarà la soave Adelaide del romanzo. Ci sarà la prima maglia rosa. Anche lei frusciante.
Qualcuno la indosserà, uscendo dal gruppo.

 

 

Riferimenti
– Barthes R. (2004), “Lo sport et les hommes”, Le Presses de l’Université de Montréal,  Montreal (trad. it: “Lo sport e gli uomini”, Einaudi, Torino, 2008).
– Brizzi E. (1995), “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, Baldini&Castoldi, Milano.
– Marchesini D. (1996), “L’Italia del Giro d’Italia”, Il Mulino, Bologna.

Credits foto di copertina: www.facebook.com/giroditalia

TAG: Gino Cervi, Giro d'Italia 2019, Paolo Bozzuto
CAT: ciclismo

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