L’alce e il dragone: il complicato rapporto tra Cina e Norvegia

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5 Settembre 2020

scritto da Gabriele Catania e Benedicte Meydel.

Tra le tappe della recente visita in Europa del ministro degli esteri cinese Wang Yi c’è stata, oltre all’Italia, alla Germania, alla Francia e ai Paesi Bassi, anche la Norvegia. Per essere precisi, dopo i suoi incontri a Roma, Wang Yi è volato a Oslo.

Membro di NATO ed EEA, ma non della UE, la Norvegia è sempre più interessante agli occhi di Pechino. Oltre a essere un acquirente di merci per più di otto miliardi di dollari (e infatti l’import dalla Cina segue solo quello dalla confinante Svezia, e dalla Germania), la Norvegia è una potenza idrocarburica, e soprattutto vanta una posizione strategica in un’area sempre più importante per gli Stati Uniti, la Russia, l’Europa e appunto la Cina: l’Artico.

«I cinesi sanno bene che la Norvegia è una democrazia occidentale ricca e molto attenta ai diritti umani, ma sanno anche che in un mondo post-petrolio il paese deve essere più pragmatico» spiega, a registratori spenti, un diplomatico occidentale di stanza a Oslo.

Operahuset a Oslo, foto di Gabriele Catania

In effetti sarebbe un eufemismo dire che la storica attenzione per i diritti umani della Norvegia non ha avuto un impatto sulle relazioni sino-norvegesi. Nel 2010 l’assegnazione del Nobel per la pace al cinese Liu Xiaobo, intellettuale e attivista per i diritti umani detenuto in una prigione del Liaoning, mandò su tutte le furie Pechino. Intorno al paese nordico la Cina elevò una grande muraglia di gomma, e alla diplomazia di Oslo servirono sei anni per “scongelare” le relazioni con il paese asiatico. «Allora avvertii bene quella freddezza – ricorda Sissel Thune Hammerstrøm, direttrice dei programmi executive internazionali alla BI Norwegian Business School, e assidua frequentatrice del paese asiatico –. Alcune imprese ebbero vita difficile. Ogni cosa divenne impossibile per un po’».

Dal 2016 le relazioni dei due paesi sono andate migliorando, ma Oslo – seppur con un certo tatto – ha continuato a promuovere i diritti umani in tutto il mondo, Cina inclusa. Nel 2019 la Norvegia è stata uno dei 23 paesi ad aderire al Joint statement on human rights violations and abuses in Xinjiang presentato alle Nazioni Unite dall’ambasciatrice britannica Karen Pierce; lo scorso luglio Ine Eriksen Søreide, ministro degli esteri della Norvegia, ha invitato la Cina a non dare esecuzione alla molto controversa Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, allineandosi così agli altri paesi nordici, alla Germania, alla Francia, al Canada, all’Australia ecc. E che sia un caso o meno, a fine giugno alcuni media cinesi hanno accusato il salmone europeo (e quindi in primis quello norvegese) di veicolare il coronavirus, facendo precipitare le vendite locali del pregiato pesce.

Ancora, due parlamentari della coalizione di centrodestra al governo in Norvegia fanno parte dell’Inter-Parliamentary Alliance on China (IPAC), gruppo interpartitico di parlamentari al lavoro per riformare l’approccio dei paesi democratici alla Cina: Trine Skei Grande, influente esponente della Venstre (partito liberale), e Michael Tetzschner della Høyre (conservatori), entrambi molto noti nel paese nordico (per quanto misconosciuto in Italia, l’IPAC include tra i suoi membri il potente senatore repubblicano Marco Rubio, il conservatore britannico Iain Duncan Smith e la sua compatriota laburista Helena Kennedy, il referente per i diritti umani della CDU Michael Brand).

I due parlamentari norvegesi fanno sul serio: Tetzschner, per esempio, ha proposto che la Norvegia dia asilo agli attivisti pro-democrazia di Hong Kong dopo il giro di vite cinese. E lo scorso autunno un altro influente parlamentare liberale, Guri Melby, ha candidato il popolo di Hong Kong al Nobel per la pace. Ovviamente l’attenzione che alcuni politici norvegesi riservano ai diritti umani non piace a Pechino. Né ad alcuni imprenditori norvegesi. Quando Liu Xiabo ricevette il Nobel, certi esponenti della comunità imprenditoriale norvegese in Cina criticarono apertamente la scelta.

Parlamento norvegese, foto di Gabriele Catania

Alle aziende norvegesi l’immenso mercato cinese, naturalmente, fa gola. Molta gola. Sognano un accordo di libero scambio tra il loro paese e la Cina. Se ne discute da oltre un decennio, però a oggi l’accordo non è stato ancora stipulato. A gennaio, a margine di una conferenza, il ministro dell’industria Torbjørn Røe Isaksen si diceva fiducioso a riguardo, ma da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Nella già citata visita a Oslo il ministro degli esteri Wang Yi ha espresso l’auspicio che l’accordo di libero scambio si materializzi presto: la sensazione è che Pechino lo consideri un premio, un premio che il paese nordico si deve guadagnare.

Anche le aziende cinesi sono interessate all’economia norvegese. Ma più al know-how delle sue aziende e ad alcune materie prime che ai suoi 5,3 milioni di consumatori (persino la meno popolosa tra le province della Cina, il Qinghai, ha più abitanti). Lo conferma Hammerstrøm: «Possiamo offrire tecnologie d’avanguardia nei settori dell’eolico e degli idrocarburi. C’è il pesce, molto importante. Il nostro modello economico, basato sull’alta tecnologia e sulla lean production, è esso stesso molto interessante per i cinesi».

Come ricorda Hammerstrøm, ci sono già casi di aziende norvegesi di pregio acquistate dai cinesi, ad esempio nel settore dell’arredo o del silicio (settore, quest’ultimo, dove l’industria cinese insegue ancora gli americani). E l’esperienza norvegese nelle tecnologie verdi non può non allettare la Cina.

Per il canadese Marc Lanteigne, associato di scienze politiche all’Università di Tromsø e buon conoscitore del paese asiatico, «la Cina sta cercando di tenersi in equilibrio tra l’essere vista come una “grande potenza responsabile” nella politica ambientale globale, e proteggere la sua economia, specie a seguito delle tensioni finanziarie internazionali quest’anno. Pechino vede la Norvegia come una potenziale fonte di commercio ed expertise nelle tecnologie verdi, e questo potrebbe rappresentare una possibilità di futura cooperazione tra i due paesi. Che del resto cooperano su tematiche ambientali artiche, inclusa la protezione dell’ambiente marino, attraverso il Consiglio Artico».

Andreas Østhagen, ricercatore senior del prestigioso Fridtjof Nansens Institutt (FNI), ritiene che la Norvegia debba ancora mettere a fuoco la sua politica con la Cina. I temi sul tappeto, dai rapporti commerciali alla questione di Hong Kong, sono numerosi. «Almeno per me, non è chiaro quale dovrebbe essere la politica norvegese con la Cina e quale sarà in futuro. È un dibattito importante, naturalmente, anche per gli anni a venire».

Un dibattito che non è confinato ai soli campi della politica e dell’economia, ma tocca anche quelli della tecnologia e della scienza, dove la Cina è ormai una protagonista di primo piano: dalle telecomunicazioni alle scienze marine sino allo studio del cambiamento climatico nell’Artico. «La Norvegia è un paese prospero, avanzato ma piccolo, e quindi è un forte importatore di tecnologia – spiega il diplomatico occidentale citato sopra –. È chiaro che il know-how cinese in settori strategici come le IT, il biotech, i nuovi materiali interessa molto agli imprenditori e agli scienziati norvegesi».

C’è chi invita alla cautela. È il caso dell’intelligence interna norvegese, la PST, che nel 2019 ha ricordato al governo e ai cittadini come Russia e Cina non solo non hanno accordi di cooperazione con Oslo nell’ambito della sicurezza, ma hanno le capacità cibernetiche per sottrarre informazioni alla Norvegia, e per condurre attività di intelligence contro il paese e i suoi interessi. L’allora capo della PST Benedicte Bjørnland ha invitato i suoi connazionali a non essere «ingenui». Nel rapporto 2020 sulle minacce alla sicurezza nazionale si dichiara che «le principali minacce sono poste dai servizi di intelligence russi, cinesi e iraniani».

Nel rapporto 2020 dell’intelligence esterna norvegese, la E-tjenesten, la parola Cina compare 173 volte (soltanto la parola Russia è presente più volte: 222). E nella versione in inglese del rapporto 2019, dove la parola Cina appare 122 volte, si può leggere che la più significativa e persistente sfida alla sicurezza e agli interessi della Norvegia è la minaccia spionistica di alcuni stati, a partire da Cina e Russia; ancora, «la prossimità della Norvegia all’Artico e all’estremo nord la rendono un bersaglio spionistico attrattivo [per Russia e Cina]».

Imprenditori norvegesi che conoscono bene il paese asiatico confessano di essere preoccupati per l’atteggiamento contraddittorio del governo cinese nei confronti dei diritti umani e dei trattati. Sulla carta, raccontano, la Cina rispetta tanto i primi che i secondi. Nella realtà si tratta di un’adesione selettiva, e che consente infinite eccezioni.

Anche i cittadini sembrano essere piuttosto diffidenti nei confronti della Cina. Per Nils Ragnar Myklebust, pensionato di 65 anni di Kvinnherad, nel sudovest del paese, «la Cina sta cercando di comprare pezzi del nostro paese. Penso che il loro grande obiettivo sia il dominio mondiale. Sono potenti e la loro economia è forte. Sono attivi in tutto il mondo, e fanno come gli pare. Il problema è che dipendiamo troppo da loro. Producono e vendono tutto». E poi aggiunge: «Forse noi norvegesi siamo troppo creduloni, ci lusinga che la grande Cina voglia investire nella piccola Norvegia».

Di parere analogo Jørgen – chiamiamolo così – ingegnere di Oslo di 32 anni che preferisce non rivelare il suo vero nome. «Non mi fido del governo cinese. Non mi piace che non apprezzino le critiche. In Cina le opinioni discordanti sono vietate, e trovo molto provocatoria questa attitudine. Abbiamo visto cosa è successo quando abbiamo dato il Nobel per la pace a quell’intellettuale cinese… La Cina ha risposto boicottandoci. E ora c’è questa situazione a Hong Kong…».

Per l’ingegnere «non è molto allettante che la Cina voglia essere coinvolta in progetti qui al nord. Non ha senso secondo me consentire a un paese dall’altra parte del mondo di governare i nostri affari. Specie quando si sa come gestiscono il loro paese, con così poco rispetto per i diritti umani. Non è meglio se manteniamo noi il controllo? E diciamolo, questo loro interesse nell’Artico, il fatto che si considerano un paese “quasi artico”… beh, è tutto abbastanza stiracchiato».

In effetti la Cina, per legittimare il suo crescente attivismo nell’Artico, si definisce uno “stato quasi-artico”. Da un punto di vista geografico la pretesa è infondata: per esempio il punto più a nord del Regno Unito è ad appena 400 chilometri a sud del circolo polare artico, e supera in settentrionalità tanto la Mongolia interna che lo Heilongjiang; Londra però si limita a definirsi “il vicino più vicino dell’Artico” (già diversa la Francia, che con maggior magniloquenza della Cina, ma minori mezzi, si definisce una nation polaire). In ogni caso la presenza cinese nell’Artico è forte, e spazia da una ricerca scientifica di buon livello a cospicui investimenti diretti, sino alle comitive di simpatici turisti cinesi che affollano città artiche come Tromsø, Rovaniemi o Kirkenes.

«Anche se i cinesi non si collocano vicino all’Artico a livello fisico, sono molto interessati all’area, sia da un punto di vista politico che da un punto di vista commerciale. Questo perché navigare attraverso l’Artico ridurrebbe in modo drammatico i tempi di viaggio [dalla Cina all’Europa] – spiega Hammerstrøm – Magari il normale imprenditore cinese non ha forti opinioni a riguardo, ma è evidente che le grandi aziende di trasporto marittimo, e chiunque in Cina operi nel commercio internazionale, è interessato».

Tromsø, foto di Gabriele Catania

Ai lettori italiani la parola Sevmorput (Севморпуть) non dirà nulla. È la sigla di Severnyy morskoy put (Се́верный морско́й путь), che in russo significa Rotta del Mare del Nord. Nei programmi del Cremlino, è la rotta marittima che, costeggiando le aspre coste della Russia del nord, consente alle navi di raggiungere i porti del Mare di Kara passando per lo stretto di Bering. A rendere possibile questo viaggio vertiginoso, e ancora oggi non facile, è il dramma del cambiamento climatico, che sta rendendo il Mar Glaciale Artico sempre meno glaciale, e sempre più navigabile.

Non a caso è stato un ministro russo (Sergey Shoygu), non un dignitario cinese, a parlare per la prima volta di “Via della seta sul ghiaccio”, nel 2011. Sette anni dopo è stato pubblicato il primo libro bianco sulla politica cinese nell’Artico, dove si parla d’una “Via polare della seta” per collegare la Cina con l’Europa nordoccidentale. Sostenuta dai russi (che hanno bisogno del supporto e della domanda cinesi per far decollare l’impervia Rotta del Mare del Nord e sfruttare le grandi risorse minerarie ed energetiche del loro estremo nord), la “Via polare della seta” permetterebbe alle navi portacontainer cinesi di evitare il canale di Suez, riducendo così di circa una ventina di giorni la durata dei viaggi dai porti della Cina a quelli dell’Europa (e rendendo Pechino meno vulnerabile alla potenza aeronavale statunitense, che veglia sui mari del Pacifico e sull’Oceano Indiano).

Gli addetti ai lavori, è bene sottolinearlo, restano scettici sull’effettivo sostenibilità economica della Rotta del Mare del Nord, almeno nel breve termine. Nell’ultimo periodo la Rotta del Mare del Nord ha visto un calo dei traffici, secondo Mosca in parte a causa della pandemia, e le stime di crescita fino al 2024 sono state abbassate. Ma sia i cinesi che i russi hanno pazienza: ragionano con logiche di medio-lungo periodo, conciliando priorità economiche con obiettivi geopolitici e di sicurezza nazionale.

Se risale al 2013 il primo viaggio di una nave commerciale da un porto cinese al grande porto di Rotterdam attraverso la Rotta del Mare del Nord, due anni fa i viaggi sono stati otto. E la Norvegia, con la sua lunghissima costa e la sua posizione strategica, potrebbe avere un grande potenziale. Porto norvegese d’elezione è Kirkenes, a un tiro di schioppo dal confine russo. Solitamente privo di ghiaccio in inverno, il porto di Kirkenes ha catturato l’attenzione degli investitori e dei diplomatici cinesi, anche grazie all’intraprendenza della sua amministrazione locale.

Si parla anche di una (improbabile) ferrovia tra Kirkenes e Rovaniemi, in Finlandia, così da collegare il porto di Helsinki (e quindi il Mar Baltico, e quindi i porti tedeschi, danesi, svedesi e polacchi) con l’Artico. Il progetto, molto criticato da ambientalisti e popolazioni locali per il suo impatto sui delicati ecosistemi della regione e sulle comunità sami, è ancora lontano dal concretizzarsi. Tuttavia all’inizio di agosto gli abitanti di Narvik hanno salutato l’arrivo del primo carico dall’Anhui, giunto attraverso le ferrovie di Cina, Kazakistan, Russia e Finlandia. Un’odissea commerciale che ha fatto sognare questa cittadina di 19mila abitanti. Narvik è il principale porto nella Nord-Norge (Norvegia del nord), e ambisce a trasformarsi in hub per i commerci tra Estremo Oriente, Nordeuropa e Nordamerica.

«La Norvegia è centrale nello sviluppo di queste rotte marittime – spiega Østhagen – Negli ultimi dieci anni il paese ha cercato di facilitare questo sviluppo, a livello scientifico e anche commerciale. Ma pur avendo un ruolo centrale, abbiamo forse compreso che non si tratta del boom che ci aspettavamo. Credo che la Norvegia sia in una fase di attesa, ma non c’è dubbio che queste rotte potrebbero essere importanti a livello economico». Certo, qui il pallino ce l’ha il tandem Russia-Cina, piuttosto che la Cina con la Norvegia, e nessuno si aspetti che il canale di Suez o quello di Panama vengano mandati in pensione, ma «la Norvegia ha molto da guadagnare dallo sviluppo di questa rotta», precisa Østhagen.

Per Ingrid A. Medby, senior lecturer in geografia politica alla Oxford Brookes University, «sarà interessante seguire negli anni a venire gli sviluppi relativi alla Rotta del Mare del Nord. Questa è chiaramente un’area di interesse per la Russia, la Cina così come per la Norvegia e altri stati europei. Per città come Kirkenes la speranza di alcuni residenti (e la preoccupazione di altri) è che la Rotta del Mare del Nord continui sino ai loro porti, perché questo potrebbe generare opportunità per quelle comunità».

E aggiunge: «Benché i media spesso si focalizzino sulle cosiddette minacce, è importante notare che per molti attori artici alcuni di questi sviluppi sono visti con speranza e ottimismo. Tuttavia, a causa delle attuali tensioni tra la NATO e la Russia, la domanda è come la relazione tra Cina e Russia potrebbe svilupparsi, e alla fine quale ruolo ci sarà per gli attori e i decisori norvegesi. La mia opinione è che un dialogo attivo e collaborazione siano cruciali».

Senja, isola della contea di Nordland. Foto di Benedicte Meydel

È una presenza palpabile, quella cinese, sia nella Nord-Norge che nelle Svalbard, arcipelago nel Mar Glaciale Artico sottoposto a un particolare regime di diritto internazionale. E del resto questo è in linea con le aspirazioni cinesi a diventare “una grande potenza polare”, per citare una dichiarazione del 2014 del presidente cinese Xi Jinping.

«Non vedo le attuali attività cinesi nell’Artico come una minaccia alla Norvegia. La Cina ha importanti e legittimi interessi nell’impatto del cambiamento climatico sull’Artico, in campo scientifico, così come negli ambiti più spesso discussi dei trasporti e delle possibili risorse naturali – osserva la Medby –. La Cina a oggi è stata chiara in merito ai suoi interessi, e si è data da fare per comunicare le sue intenzioni in qualità di paese “vicino” ma comunque esterno alla regione artica. Per la Norvegia e gli altri stati artici, penso che la cosa importante sia lavorare con la Cina, piuttosto che escluderla, negli ambiti dove essa ha un contributo da dare».

Nelle Svalbard Pechino è presente a livello scientifico, ad esempio partecipando a iniziative internazionali di ricerca come l’EISCAT (che ha una struttura nei pressi di Longyearbyen, maggior centro dell’arcipelago) o la stazione artica Fiume giallo, creata dall’Istituto di ricerca polare cinese nel 2003, a Ny-Ålesund.

Negli ultimi anni l’arcipelago ha goduto di un boom turistico inedito, anche grazie al crescente numero di visitatori dalla Cina, e nel 2014 un miliardario cinese ha persino progettato di costruire un mega-complesso turistico non lontano da Longyearbyen (alla fine però il governo norvegese ha acquistato i terreni impedendo l’operazione).

Come nota Klaus Dodds, professore di geopolitica alla Royal Holloway, Università di Londra, «gli interessi della Cina nelle Svalbard non sono, probabilmente, soltanto scientifici. In quanto firmataria del trattato delle Svalbard, alla Cina non è chiesto peraltro di avere solo interessi scientifici. Le è infatti permesso di creare, in modo piuttosto legittimo, un punto d’appoggio nell’estremo nord. E questo si adatta con una più ampia strategia cinese di costruzione di relazioni bilaterali con gli stati e gli attori nordici più piccoli, come la Groenlandia e l’Islanda. Le Svalbard sono destinate a essere viste come una porta d’accesso al polo e connesse ai più ampi interessi della Cina nei corridoi di trasporto artici. E c’è anche un potenziale per la pesca: l’Oceano Artico Centrale sarà un’area di futuro interesse».

Il rinnovato interesse di Cina, Russia e altri paesi verso le Svalbard e la Nord-Norge, in ogni caso, è espressione di una più generale attenzione internazionale verso l’Artico: basti pensare all’attivismo di Washington in Groenlandia, o al fatto che stati estremamente lontani come Singapore o l’India sono osservatori del Consiglio Artico.

Come osserva Dodds, è in atto un «re-incantamento strategico nei confronti dell’Artico, in un modo però che contrasta con lo spirito di ciò che aveva in mente Gorbaciov quando fece il suo famoso discorso di Murmansk del 1987. Parlò dell’Artico come il punto di incontro di tre continenti, e auspicò che la regione diventasse una zona di pace e di cooperazione. Sulla base di tale condivisione di intenti, gli otto “stati artici” (come definiti dalla Convenzione di Ottawa del 1996) cercarono di fare dell’Artico una zona circumpolare di protezione ambientale e sviluppo sostenibile. Ma la Convenzione di Ottawa, su insistenza degli Stati Uniti, creò un Consiglio Artico che non si occupava di temi militari e legati alla sicurezza».

Il sogno gorbacioviano non si è mai trasformato in realtà, e sempre più norvegesi del nord ne sono consapevoli. A Tromsø, in un caffè non lontano dalla piazza dove si erge la statua di re Haakon VII, un giovane barista spiega: «Tutti conoscono quel proverbio africano, quando gli elefanti ballano a soffrire è l’erba. Ecco, noi norvegesi siamo l’erba, tra elefanti come la Russia, gli USA e soprattutto la Cina, che ha più abitanti di Russia e USA messi insieme».

In ogni caso non bisogna neanche sopravvalutare il peso della Cina nell’Artico norvegese. A Kirkenes, dove ogni anno si festeggia il Capodanno cinese, i grandi investimenti dal paese asiatico non si sono ancora materializzati, e la città è lontana dal trasformarsi nella “Rotterdam artica” della pubblicistica. E neanche in altre aree della Norvegia settentrionale sono affluiti capitali cinesi degni di nota.

Tromsø, foto di Gabriele Catania

Spiega Rasmus Gjedssø Bertelsen, professore di studi settentrionali all’Università di Tromsø: «L’interesse cinese nella Norvegia artica è relativamente limitato. Probabilmente è soprattutto un interesse scientifico. Il coinvolgimento della Cina nell’Artico di gran lunga preponderante riguarda oggi il gas e il petrolio dell’Artico russo e la Rotta del Mare del Nord». Lo studioso nota come la Cina, in quanto una delle due più grandi economie del mondo, vuole «essere parte della governance della regione. Il petrolio e il gas dell’Artico russo è importante per la sicurezza energetica cinese. La Rotta del Mare del Nord è un’alternativa alle rotte controllate dalla marina militare americana». Ancora, la regione interessa per lo sviluppo della scienza e della tecnologia spaziali cinesi. E in futuro, nota Bertelsen, il Mar Glaciale Artico potrebbe essere un’area di pattugliamento per i sottomarini nucleari cinesi.

Per ora, dunque, l’attivismo di Pechino nell’estremo nord norvegese non starebbe superando i livelli di guardia. Secondo Lanteigne, «al momento le attività militari russe nella regione sono per la Norvegia fonte di ben più preoccupazioni di quelle cinesi, sebbene ci si interroghi sull’impatto degli interessi economici artici della Cina sulla Norvegia in futuro. I cinesi hanno interessi militati limitati nell’Artico e hanno cercato di dare enfasi alle loro politiche di cooperazione scientifica e di impegno economico».

Tuttavia, continua lo studioso, «le relazioni più strette tra Cina e Russia nelle politiche artiche, inclusa la cooperazione tra i due stati nel corso delle manovre militari Vostok-2018, ha reso Oslo diffidente di una possibile “Alleanza artica” tra le due potenze. In ogni caso esistono molti sbocchi per la cooperazione artica tra Cina e Norvegia, incluso il Consiglio Artico e meccanismi di diplomazia parallela come l’Arctic Frontiers Conference».

Anche Østhagen non sembra allarmato. La Cina è geograficamente lontana dalla Norvegia, e non è probabile che rappresenti una minaccia al paese nordico. Però alcune sfide potrebbero essere all’orizzonte, proprio nell’Artico. Ad esempio a causa degli spostamenti verso nord dei banchi di pesce cruciali per la Norvegia, ma di grande interesse anche per americani, russi e cinesi. O il diritto del mare; la Cina, ricorda Østhagen, ha «la sua concezione di come esso dovrebbe essere interpretato: guardiamo al Mare Cinese Meridionale».

E ancora, «l’accresciuto interesse della Cina nell’Artico appare una provocazione agli Stati Uniti. E questo ha a che fare poco con l’Artico, e più con la relazione tra i due paesi. Ma la regione può diventare un’arena dove le due parti possono simbolicamente “combattere” tra loro». In un confronto tra il dragone e l’aquila, i momenti peggiori li passerebbe l’alce.

 

 

La foto di copertina è tratta da Pixabay.

 

 

TAG: artico, Cina, futuro, Norvegia, polo nord, russia
CAT: Cina, Geopolitica

Un commento

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  1. giuseppevalerio 3 mesi fa

    interessante, non credevo l’Artico avesse così tanta rilevanza per la Cina. Se lo stretto di Suez venisse superato dalle rotte dell’Artico, per i porti italiani sarebbe un duro colpo.

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