Ermanno Olmi, nato per vedere

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7 maggio 2018

Goethe paragona gli esseri umani alle vedette di una torre: “nati per vedere, eletti a scorgere”.

Ermanno Olmi è stato in mezzo a noi certamente una vedetta.

Una vedetta la cui fede religiosa cristiana si è impastata in maniera profonda e inestricabile con la sua vita umana.

E’ possibile scorgere con pudore il segreto della fede di Ermanno Olmi?

Olmi è stato un credente della vista, un mistico.

L’ascolto porta all’obbedienza, il vedere alla libertà. Per questo la chiesa istituzionale ha sempre avuto in sospetto i mistici. E a loro volta i mistici hanno sempre avuto un atteggiamento critico nei confronti della chiesa.

Così è stato per Ermanno Olmi che ha avuto parole dure e aspre nei confronti dell’istituzione ecclesiastica.

Vorrei provare a scorgere qualcosa di più a partire dal suo straordinario film CENTOCHIODI.

«Io sono un narratore di storie….Le storie si formano allo stesso modo in sui si forma una perla dentro l’ostrica. Ostriche felici non fanno perle. Occorre che un granello di sabbia entri nell’ostrica e raggiunga la sua carne molle. Il granello di sabbia rende l’ostrica infelice. Per liberarsi dal dolore provocato dal granello di sabbia, l’ostrica avvolge pazientemente l’aspro granello di una sostanza liscia, senza punte e rotonda: la perla».

Un bel film è sempre un granello di sabbia nella coscienza dello spettatore. Destinato ad essere avvolto da tutto quanto vi è depositato: memoria, emozioni, sapere…

«Bisogna che ognuno torni a nascere, chi rinasce nell’amore crede in ogni cosa che il suo occhio non vede».

E’ in quest’espressione del protagonista di Centochiodi che è destinato ad insinuarsi il dolore dentro lo spettatore.

“Cinema dell’anima”, dice qualcuno dell’intera opera del regista bergamasco.

Olmi non riflette, racconta.

Niente di predicatorio, il misticismo del regista lombardo ha questo d’impagabile in questo film: racconta un Cristo quotidiano, che potremmo incontrare in un giorno e in un luogo qualsiasi, con la più assoluta naturalezza, rendendocelo familiare e facendo di noi amici tra i suoi amici.

Nel film è possibile cogliere una particolare sintonia con il vangelo di Giovanni (il racconto delle nozze di Cana; la singolare rilettura delle parole di Gesù a Nicodemo: “l’amore soffia dove vuole…” e non “lo Spirito soffia dove vuole” come nell’originale evangelico; la giovane fornaia “che è Maria di Magdala”).

Proprio quel vangelo che si congeda così: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,30-31).

Mi vien da dire che l’affinità tra il regista e proprio il vangelo di Giovanni non sia casuale.

Perché proprio questo evangelista con quella conclusione non autorizza interpretazioni “libresche” del suo racconto.

In linea con la conclusione del film che viene così riletta dal regista stesso: «Nel finale del film solo il bambino vede “Cristo”, e dice: “Si è voltato e si è messo a ridere”. L’attesa degli uomini viene però disattesa perché di quel Gesù Cristo non si sa più nulla. Non dobbiamo più aspettare che ritorni, perché non ritornerà. Se dovesse farlo commetterebbe un errore grave perché vorrebbe dire impedirci di assumerci la responsabilità di continuare. Cristo non ritorna perché noi dobbiamo andare avanti, diventare presenze vive, in relazione col mondo. Lui è come un libro che abbiamo letto, e dopo l’ultima pagina ci dice: “e adesso camminate figli miei”».

Ho trovato grande consonanza tra le immagini di Ermanno Olmi e questa riflessione di Eugen Drewermann, altra scomoda vedetta.

«La cosa che Gesù ritiene più temibile è che nel discorrere di Dio e su Dio vada perduto, guarda caso, proprio Dio, così che la religione si trasforma in scienza della religione e Dio diventa un prodotto spirituale conoscibile come qualcosa di noto in sé, come qualcosa che si può imparare a memoria….La religione corre sempre il rischio di degenerare nella sua ‘attività’ dottrinale…

E’ evidente che Gesù si è rifiutato costantemente di mettere per scritto una qualsiasi sua parola, un qualsiasi suo discorso, una qualsiasi sua azione per evitare che già nella generazione successiva una nuova corporazione di interpreti della Scrittura si gettasse addosso alle sue parole.

Come tutti i grandi della storia delle religioni, come Laotse, Socrate, Diogene, Pitagora ed altri ancora, Gesù credeva che può esserci un unico modo di diffondere la verità di Dio, inviando, cioè delle persone che rispondono con la loro propria esistenza di ciò che hanno compreso di Dio e lo dimostrano con la propria vita…

Che nel campo dell’arte e della storia umana profana le creazioni dei grandi vengano gestite nel corso del tempo da spiriti gretti è un fatto sul quale si può in certo qual modo convenire ed al quale, comunque, siamo abituati come a cosa normale. Ma nell’ambito religioso questa è una cosa che non si deve ammettere. E’ Gesù che se ne fa garante con tutta la sua persona. Egli voleva che noi vivessimo le sue parole (Mt 7,24) e non che ci mettessimo con esse in un rapporto che definisce e codifica la sua persona e il suo insegnamento e che alla fine rende possibile pavoneggiarsi carichi di onori, come ‘reverendi’ ed ‘eminenze’, che non notano neppure più quanto si rendano ridicoli con la loro maschera teologica».

Delle suggestioni di Olmi avremmo ancora bisogno, dei suoi racconti e dei suoi paesaggi. Ma ora non è più con noi a fare da vedetta con la sua mistica scomoda.

Ancora mi soccorre Rubem Alves: «Sempre dopo la conclusione di una storia, mia figlia mi domandava: “Papà è una storia vera? E’ davvero avvenuto così?”. Io però non potevo darle una risposta. Sarebbe stata eccessiva la risposta per la testolina di una bambina. La mia risposta avrebbe dovuto essere questa: “No. Questa storia non è mai avvenuta perché avvenga sempre…”».

TAG: Centochiodi, Ermanno Olmi
CAT: Cinema, Teologia

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