Milano
La discontinuità necessaria in una Milano che cambia
Per confermarsi alla guida della città, il centrosinistra deve elaborare una proposta convincente per il futuro. Questo non significa sconfessare l’operato di Sala: è stato proprio lui il primo a parlare di discontinuità
Essere o non essere discontinui? È questo il problema che scalda la prima polemica politica di questo gelido inizio di 2026. Per la verità il tema non è particolarmente nuovo (ne abbiamo parlato abbondantemente anche noi), ma entrando nel vivo della marcia verso le elezioni ogni occasione è buona per farne un casus belli.
È certamente il caso delle reazioni all’intervista di Alessandro Capelli al Corriere della Sera, che alcuni strumentalmente interpretano come una sconfessione del Sindaco in carica, se non proprio dell’intera amministrazione a guida Pd. Nientemeno. Eppure, il segretario metropolitano Dem si limita a fare delle considerazioni talmente di buon senso da sfiorare l’ovvietà, rispolverando un tema che aveva già sollevato lui stesso due anni fa e, prima ancora, lo stesso Beppe Sala. “Se mi ricandido, lo faccio in discontinuità con me stesso, anche interpretando alcune sensibilità che non hanno casa in nessun partito, come per esempio quella ambientale”, disse il Sindaco nella calda estate del 2020, riprendendo un concetto già espresso nel precedente Linkiesta Festival: “Se mi ricandidassi vorrei attorno a me persone nuove, più giovani, più fresche che affianchino persone esperte. Mi ricandiderei in discontinuità con me stesso per lavorare sulle questioni di equità sociale. Dovrei cambiare io su certe cose e vorrei cambiare parte delle persone che lavorano con me per andare in quella direzione”.
Affermazioni sensate allora e a maggior ragione oggi, dopo cinque anni e mezzo nei quali la città ha proseguito il percorso di cambiamento iniziato nel 2011. Se allora Milano voleva scrollarsi di dosso l’immagine di città depressa e brutto anatroccolo tra le metropoli internazionali, oggi è avvezza a volare sin troppo in alto e il suo primo problema è invece dare attenzione a chi è rimasto con le terga al suolo, annichilito dalla gentrificazione e dall’espansione sfrenata. A maggior ragione, ha senso cambiare rotta in quanto non solo Sala, ma anche un buon numero di consiglieri e assessori ha raggiunto il limite dei due mandati: a imporre il rinnovamento non è solo lo statuto del Pd, spesso derogato, ma soprattutto ragioni di opportunità.
Il tema della squadra – allargata a tutta la coalizione – non va trascurato, anche perché nella scelta del successore del Sindaco vi sono vari gradi di possibile discontinuità: la posizione di chi lo ha affiancato fino al traguardo non è la stessa di chi in questi anni si è occupato di altro e di chi non ha fatto mancare un contributo critico, quando necessario. Ragionare in termini collettivi serve anche a svelenire il campo dalla dietrologia: è cervellotico pensare che il segretario del Pd abbia voluto disconoscere l’operato di Sala, perché nel contempo avrebbe delegittimato il gruppo dirigente del quale egli stesso è il leader. Pur essendo comprensibile che il centrodestra abbia colto l’occasione per evidenziare una presunta contraddizione nel campo progressista, a un’analisi più obiettiva è meramente una questione di naturale evoluzione. Semmai sarebbe grave il contrario, ovvero far finta che tutto vada bene e che non ci siano problemi ai quali trovare soluzione. Questo significa demolire il lavoro svolto da Pisapia e Sala? Certamente no: proprio perché la città è cambiata, oggi ha bisogni diversi da quelli del passato.
Last but not least: in qualunque contesto, il voto dei cittadini si conquista facendo proposte per il futuro, non sbandierando i risultati ottenuti. Nemmeno la migliore delle amministrazioni immaginabili può limitarsi a elencare i propri successi e aspettarsi di ricevere in cambio un premio nelle urne. Il rendiconto di mandato serve per rafforzare la credibilità delle proprie promesse, ma una promessa deve pur esserci! È determinante proporre un progetto chiaro ai cittadini che si ambisce a rappresentare, prospettando loro un domani desiderabile. Pensare di farlo con le ricette di ieri sarebbe grave e autoreferenziale. È un errore tipico di chi, dopo troppe vittorie, perde la capacità di ascoltare i bisogni e proporre risposte. Chiedere per referenze al centrodestra, che nel 2011 si sentiva imbattibile. È quindi il tempo di passare alla prossima fase: delineare il programma della coalizione per la Milano dei prossimi dieci anni e quindi individuare i migliori candidati (plurale non maiestatis) per realizzarlo.
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