Milano

Mons Delpini e la kenosi dell’Arcivescovo: quando Milano viene prima del pastore

5 Gennaio 2026

Nei prossimi mesi si concluderà il mandato di monsignor Mario Delpini come arcivescovo di Milano. Non è irrispettoso affermare che sia stato, tra quelli visti negli anni, uno dei più incompresi. Non è stato percepito come il grande esperto di bioetica, né come il raffinato biblista o il profondo conoscitore del mondo arabo. Monsignor Delpini è stato, per me , semplicemente Don Mario.

Ed è forse proprio per questo che risulta, paradossalmente, uno degli arcivescovi più ambrosiani che Milano abbia avuto, vicino ad Ambrogio più per stile che per sistema.

Già in altre occasioni  ho riflettuto su questo tema; qui si vuole invece tentare un primo (ma non esaustivo) bilancio. Spero che non me ne vorrà male l’interessato se lo chiamo “Don Mario Delpini”

Vorrei metterlo a confronto con due figure decisive della storia milanese: San Carlo Borromeo e il beato Ildefonso Maria Schuster. Non da ecclesiastico, ma da osservatore esterno, con lo sguardo di chi analizza i processi storici e simbolici di una città e della sua Chiesa.

Mons Delpini è stato un arcivescovo largamente incompreso non per colpa sua, ma per la scelta radicale del linguaggio. Ha cercato di farsi capire attraverso gesti semplici, parole sobrie, posture quotidiane, evitando documenti roboanti, carichi di teologia astratta e spesso poveri di quella concretezza che è cifra profonda dell’ambrosianità.

Eppure, come Carlo Borromeo e Schuster, Mons Delpini ha guidato la Chiesa e la città in tempi difficili. Basterebbe rileggere i suoi discorsi alla città per coglierne la profondità profetica. Milano, sotto il suo episcopato, è cambiata radicalmente: una città ferita dalla speculazione economica, dalla massiccia immigrazione, non meno escludente della distruzione materiale subita durante la Seconda guerra mondiale ai tempi di Schuster; una città martire della pandemia, in modo sorprendentemente simile alla Milano della peste vissuta da San Carlo.

A prima vista, il confronto può apparire azzardato. Che cosa possono avere in comune San Carlo Borromeo, il beato Schuster e monsignor Delpini? In realtà, hanno molto in comune, soprattutto se si guarda non ai risultati esteriori, ma allo stile spirituale e pastorale.

San Carlo fu il primo a incarnare concretamente le riforme del Concilio di Trento. Trovò una diocesi complessa, ma la trasformò in un laboratorio ecclesiale per l’Italia e per l’Europa. Ristabilì la disciplina del clero, riformò gli ordini religiosi, fondò seminari, rafforzò la formazione morale e spirituale dei sacerdoti, e diede vita agli Oblati di Sant’Ambrogio. Tutto questo non come esercizio di potere, ma come servizio radicale alla Chiesa e alla città.

Schuster, dal canto suo, si trovò a governare una Milano devastata dalla guerra e lacerata dalla violenza e da una “guerra civile ” che non voleva mai smettere di mietere vittime anche dopo il 1945 . Dopo la strage di Gorla seppe difendere la città, arrivando a ottenere la cessazione dei bombardamenti. La sua azione fu meno sistematica di quella di Carlo, ma altrettanto decisiva: ricostruire un tessuto umano, morale e spirituale distrutto.

In questo solco si inserisce Mons Delpini. Tutti e tre, pur in contesti diversissimi, hanno incarnato una forma profonda di kenosi (κένωσις), lo “svuotamento di sé”. Nessuno di loro ha voluto imporsi come grande teologo, intellettuale o uomo di potere. Eppure erano teologici e in un certo senso (San Carlo uomini che veniva da una famiglia importante)  Hanno scelto di essere, prima di tutto, vescovi di una delle diocesi più difficili da governare.

La kenosi di San Carlo fu lo svuotamento del privilegio: rinunciò al peso sociale e politico di una delle famiglie più potenti d’Europa per mettersi radicalmente al servizio della città, ricostruendola liturgicamente e spiritualmente. La kenosi di Schuster fu quella di un monaco diventato pastore, chiamato a ricucire una città ferita dalla guerra civile e dall’odio. La kenosi di Mons Delpini è stata forse la più silenziosa: svuotare la figura dell’arcivescovo per far emergere la Chiesa di Milano. Uno svuotamento totale che lo porta anche a non soffrire di non essere “cardinale” . Sono sicuro che non abbia sofferto la mancanza della nomina cardinalizia.

Le parole dette a Como , sono vere . L’Arcivescovo di Milano ha tanto lavoro per fare anche il Cardinale. L’Arcivescovo di Milano, al pari del Vescovo di Roma è capo rito con il peso che questa carica comporta.

Mons Delpini ha portato avanti una riforma discreta ma profonda, puntando sulla sinodalità come forma ecclesiale originaria della diocesi ambrosiana, storicamente la più orientale tra le diocesi latine. Il Sinodo delle Genti (2017-2018), spesso dimenticato a Roma, rappresenta uno dei punti più alti del suo episcopato. Un sinodo che ha posto al centro migranti, culture, pluralità, producendo il documento Chiesa dalle genti, responsabilità e prospettive. Non un’operazione sociologica, ma un ritorno all’identità profonda della Chiesa ambrosiana: una Chiesa delle genti da sempre.

Don Mario ha deliberatamente rinunciato a etichette, visibilità e personalismi. Non ha cercato di “emergere”, ma di far emergere la Chiesa. In questo senso, il parallelo con figure storicamente “incomprese” è inevitabile.

Come accadde a Leone XIV  — spesso ridotto a stereotipi, mentre in realtà ha svuotato  il papato da molte incrostazioni per restituirlo alla sua funzione pastorale — così Mons Delpini ha spogliato il ruolo arcivescovile di ogni sovrastruttura per restituirlo alla sua essenza.

Monsignor Delpini merita un’analisi più approfondita del suo magistero, che probabilmente sarà possibile solo con il tempo. È stato un arcivescovo incompreso perché ha scelto la via più difficile: quella dell’umiltà operosa, del silenzio fecondo, della responsabilità condivisa. Come Carlo e Schuster, non ha voluto essere ricordato come “grande”, ma come necessario. E questo, nella storia di Milano, è forse il segno più autentico della grandezza.

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