Milano

Resoconto dell’evento: Mamdani, un socialista a New York al Circolo Caldara18 Marzo 2026

25 Marzo 2026

C’è una dedica all’inizio del libro di Luciana Grosso che forse è la risposta più onesta alla domanda che molti si ponevano: perché trovarsi in una sala intitolata a un sindaco milanese di cento anni fa per parlare di un giovane sindaco appena eletto a New York? “A tutti quelli che, nonostante tutto, fanno politica”.

Insieme a Danilo Aprigliano, abbiamo voluto organizzare questo incontro con Barricata, all’interno del percorso Hey Milano, perché sentiamo che la partecipazione democratica nella nostra città è in codice rosso. Quando i dati dicono che a Milano l’affluenza è crollata dal 78% (934.166 elettori) del 1993 a meno del 48% (491.134) delle ultime amministrative, non stiamo parlando di una statistica, ma di un collasso del sistema democratico. Abbiamo guardato a New York, alla vittoria di Zohran Mamdani, per capire se esistesse una “scintilla” capace di riaccendere i motori della partecipazione.

Ospiti del Centro Studi Caldara, abbiamo chiesto a Luciana Grosso, Sandro Brusco, Francesca Cucchiara e Lorenzo Pacini di ragionare attorno a questa prospettiva. Il dibattito che ne è nato ha evidenziato una tensione affascinante tra l’entusiasmo per il “metodo” New York e il sano scetticismo sulla sua applicazione nel contesto milanese.

Luciana Grosso ha analizzato i primi mesi di mandato di Zohran Mamdani partendo da una premessa di equilibrio, spiegando come il nuovo sindaco si sia insediato effettivamente solo il primo gennaio e come le narrazioni attuali siano divise tra chi grida al miracolo e chi profetizza l’apocalisse. Ha sottolineato che la vera chiave dell a sua vittoria è risieduto nel tema della partecipazione, una partecipazione che ha descritto come profondamente fisica e quasi carnale, nonostante l’indubbio successo della strategia digitale. Ha spiegato che il vero colpo di genio della campagna è stato l’utilizzo di video social mozzafiato, simili a mini-film, non come fine ultimo, ma come strumento per dire agli elettori che i “like” e i cuoricini non servivano a nulla se non si usciva di casa per occupare le strade. Ha raccontato con enfasi come Mamdani abbia mobilitato tra i duecento e i trecentomila volontari per fare un “canvassing” vecchio stile, bussando fisicamente alle porte dei cittadini, un’attività che ha definito quasi paragonabile alla dedizione dei testimoni di Geova. Ha evidenziato come il candidato si sia reso onnipresente, facendosi trovare nei mercati tra i banchi degli yogurt, nelle stazioni della metropolitana, nelle discoteche e nelle aree gioco dei parchi, rendendo la politica una presenza costante e tangibile nella vita quotidiana dei newyorkesi. Per quanto riguarda la questione della replicabilità, secondo Grosso è necessaria una distinzione tra il contesto americano e quello milanese, senza però pretendere di possedere una formula magica universale. Ha ammesso onestamente che, se conoscesse la ricetta perfetta per vincere le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, sarebbe probabilmente miliardaria, sottolineando quanto il sistema americano sia complesso e deciso da pochissimi voti in stati chiave come il Maine o l’Alaska.

Sandro Brusco ha offerto al dibattito una prospettiva decisamente pragmatica, smontando anche l’idea che l’elezione di Mamdani rappresenti una novità assoluta dal punto di vista delle politiche proposte, ricordando che la città ha già conosciuto sindaci di sinistra radicale in passato, come Bill de Blasio o David Dinkins. Ha espresso forti dubbi sulla validità delle ricette di Mamdani per la casa, definendo i grandi progetti di edilizia pubblica un’esperienza storicamente fallimentare negli Stati Uniti e criticando il controllo degli affitti come una misura che, pur essendo popolare, ha già dimostrato in passato di deprimere gli investimenti privati nell’edilizia. Ha poi attribuito il record di partecipazione elettorale a fattori strutturali più che ideologici, citando le riforme del voto introdotte durante il periodo del Covid, come il voto per posta e l’apertura dei seggi per più giorni lavorativi, che hanno facilitato l’accesso alle urne in un contesto di forte incertezza politica. Per Brusco, poi, Mamdani ha sì una capacità comunicativa e propagandistica di prim’ordine, ma sembra anche un leader molto pragmatico, capace di dialogare persino con Trump per il bene della città, piuttosto che come un rivoluzionario ideologico.

Per quanto riguarda la replicabilità del modello, Sandro Brusco ha risposto in modo molto netto, distinguendo i diversi livelli della sfida politica. Ha escluso categoricamente che la strategia di Mamdani possa essere replicata con successo nelle elezioni presidenziali americane, poiché ha spiegato che la partita nazionale si vince conquistando la classe operaia bianca degli stati del Midwest, un elettorato che ha priorità e sensibilità opposte a quelle della bolla progressista di New York City. Sulla replicabilità a Milano, ha ammesso con onestà di non avere una ricetta specifica pronta, ma ha sottolineato che un elemento davvero utile da importare potrebbe essere la focalizzazione sui problemi concreti e “terra-terra” come il carovita.

Francesca Cucchiara ha espresso un grande entusiasmo per la campagna di Mamdani, definendola straordinaria soprattutto perché ha saputo risvegliare un interesse profondo attraverso la forza delle idee e di una visione di città molto chiara. Ha lodato il coraggio del sindaco newyorkese nel non aver temuto l’etichetta di “radicale”, contrapponendo questo atteggiamento alla tendenza del centro-sinistra tradizionale a perdersi in calcoli di geometria politica e tatticismi eccessivi per il timore di spaventare l’elettorato. Ha sostenuto con vigore che le persone sono disposte a compiere sforzi incredibili quando credono in un ideale e ha criticato la timidezza della sinistra nel rivendicare la propria identità, citando come esempio la destra che invece non ha remore nel dire ciò che pensa. Ha inoltre posto l’accento sulla necessità di tornare a parlare a una classe sociale spesso invisibile, quella del nuovo proletariato urbano composto da rider, badanti e lavoratori stranieri, che rappresentano l’ossatura di Milano ma restano sistematicamente ai margini del dibattito politico e dei modelli tradizionali di partecipazione. Per Cucchiara l’esperienza di Mamdani è uno stimolo diretto per la realtà milanese, pur senza proporre un semplice copia e incolla. Ha affermato che Milano possiede una capacità incredibile di costruire comunità e che lo schema vincente per il futuro debba essere proprio la creazione di un senso di identità che includa anche chi non è nato in città, trasformando il cittadino da semplice consumatore di servizi a parte attiva di un processo politico. Ha chiarito che la politica deve smettere di avere un approccio “paternalista” e deve invece avere il coraggio di Mamdani nel mettere in discussione i dogmi del mercato, specialmente sul tema della casa, recuperando una regia pubblica forte. Ha concluso sostenendo che la vera lezione da importare sia la capacità di rompere gli schemi e di lottare anche contro le istituzioni superiori per ottenere risorse, agendo come una comunità che discute e trova soluzioni collettive laddove l’amministrazione da sola non riesce ad arrivare.

Lorenzo Pacini ha messo subito in guardia contro il rischio di importare acriticamente modelli nati in contesti troppo distanti, come quello americano, ma ha riconosciuto l’indubbia capacità di Mamdani nel ridare centralità alla “materialità” della vita quotidiana. Ha evidenziato con preoccupazione il paradosso per cui, mentre a New York l’affluenza è salita a livelli storici, a Milano si è assistito a un crollo verticale della partecipazione, scesa ormai sotto la soglia del cinquanta per cento. Ha spiegato che il successo di una campagna elettorale di sinistra non deve basarsi sul tentativo di convincere gli elettori avversari, ma sulla capacità di dare ai propri sostenitori un motivo reale e tangibile per uscire di casa e dedicare dieci minuti del proprio tempo a un voto che possa cambiare il loro futuro. Ha analizzato come la forza di Mamdani sia risieduta proprio nel parlare di temi concreti come i “soldi” e il costo della vita, intercettando i bisogni di quei lavoratori essenziali — dai dipendenti pubblici agli insegnanti — che rappresentano l’ossatura della città ma che oggi faticano a vivere dignitosamente. Pacini ha poi insistito con particolare forza sul pericolo della rassegnazione, descrivendola come una condizione psicologica e sociale molto più insidiosa e grave della rabbia. Ha spiegato che mentre la rabbia può ancora generare reazione, conflitto e partecipazione, la rassegnazione porta all’inerzia totale e all’abbandono di ogni speranza di cambiamento. Ha denunciato il fatto che la società milanese sia oggi composta da troppe persone rassegnate, proprio quel “popolo” che la sinistra dovrebbe rappresentare, le quali hanno smesso di votare perché non percepiscono più la politica come uno strumento capace di incidere sull’affitto o sulla qualità del proprio tempo. Sulla replicabilità del modello a Milano, ha chiarito che non serve copiare le strategie americane, ma occorre recuperare il “socialismo municipale” che appartiene alla nostra tradizione storica. Ha proposto la sua formula basata sulla credibilità, sulla coerenza e sul coraggio, ribadendo che la città non deve essere gestita come un’azienda o un consiglio di amministrazione, ma come un’organizzazione sociale governata dalla politica e dalla visione, l’unica strada possibile per vincere la battaglia contro il disinteresse e la rassegnazione collettiva.

Nella parte finale della serata ho provato a sintetizzare tutto il dibattito in una proposta di “formula magica” per una vittoria elettorale, che ho lanciato ai relatori come una sfida sulla replicabilità del modello:

  • Campagna “ibrida”: Metodi del Novecento (strada e porta a porta) potenziati dai social media.

  • Modernizzazione del voto: Organizzazione e modalità di accesso alle urne più evolute.

  • Progetti, non solo slogan: Idee concrete e progetti tangibili, anche se non necessariamente “rivoluzionari” nel senso classico.

  • Coraggio identitario: Smettere di temere di “spaventare” l’elettorato moderato e abbandonare i tatticismi delle “geometrie politiche”.

  • Concretezza: Affrontare i problemi reali della gente (casa, trasporti, carovita).

Devo ammettere con onestà che la mia ricetta di una formula condivisa è in qualche modo fallita, perché non ha trovato la condivisione totale di nessuno del panel…ma a mio sostegno è arrivato Anthony DiMieri!

Anthony DiMieri è un regista, produttore e stratega della comunicazione italo-americano. È noto a livello internazionale per essere la mente creativa dietro la narrazione visiva di Zohran Mamdani e per aver rivoluzionato il linguaggio della comunicazione politica progressista negli Stati Uniti. Intervenendo ha subito smontato l’idea proposta da narrazione superficiale che riduce il successo di Mamdani a una manciata di video diventati virali per caso, spiegando che dietro quelle immagini c’è stato un importante lavoro di coordinamento che ha coinvolto oltre dodicimila persone all’interno della rete dei socialdemocratici americani. Ha raccontato con orgoglio l’evoluzione della sinistra negli Stati Uniti, ricordando come solo vent’anni fa un’organizzazione progressista faticasse a radunare trecento persone, mentre oggi può contare su decine di migliaia di attivisti pronti a mobilitarsi su ogni piattaforma. Ha attribuito questo cambiamento profondo al lavoro seminato da Bernie Sanders dieci anni fa e all’onda d’urto generata dall’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez nel 2018, definendo la vittoria di Mamdani non come un evento isolato o un miracolo della comunicazione, ma come il culmine naturale e l’evoluzione di un processo di partecipazione politica durato un decennio. Quando l’ho interpellato direttamente sulla validità della formula che ho cercato di estrarre dal dibattito, Anthony DiMieri ha risposto in modo molto netto, confermando che tutti i cinque punti che ho proposto sono stati assolutamente fondamentali per la loro strategia a New York. Ha spiegato che quegli ingredienti hanno funzionato proprio perché sono stati applicati tutti insieme, senza escluderne nessuno, all’interno di una visione politica che ha saputo unire la modernità dei mezzi alla solidità dell’organizzazione sul territorio. Ha sottolineato che il cuore pulsante di tutto, l’elemento che ha dato senso ai video e ai post, è stata la partecipazione nata da fatti reali e da una mobilitazione che è cresciuta nel tempo, evolvendosi grazie a una rete coordinata di cittadini attivi. Si è detto profondamente commosso nel vedere come il lavoro svolto a New York abbia avuto un riverbero così forte in tutto il mondo e in Italia!

In definitiva, abbiamo compreso che il “caso Mamdaninon è un miracolo da esportazione, ma uno specchio che ci obbliga a guardare dritto nelle nostre mancanze. La partecipazione non si compra con un algoritmo e non si riattiva con un tweet ben riuscito, perché richiede un impegno fisico, carnale e costante: il ritorno dei corpi nelle strade.

La politica deve smettere di essere un mero esercizio di “buona gestione” amministrativa per riprendersi con forza lo spazio della progettualità e della materialità. Affrontare i problemi del pane, della casa e del tempo è l’unico vero antidoto alla rassegnazione e, di conseguenza, all’astensionismo.

In questo, la New York di oggi parla la stessa lingua della Milano di ieri: quella di Emilio Caldara e del socialismo municipale, una tradizione che non voleva solo amministrare l’esistente, ma trasformare la città nella “casa di tutti”. Noi abbiamo provato a contribuire, anche scrivendo il pamphlet “Barricata – una posizione politica da cui ripartire” e anche con le cento assemblee di Hey Milano, per dimostrare che la politica non è un foglio di calcolo, ma una scommessa collettiva sulla vita delle persone.

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