Milano
Ripensando a Giorgio Majorino
Attorno al maggio 2022 ritrovai Giorgio Majorino su Facebook e su “Gli Stati Generali”.
L’ho seguito e scambiato con lui in varie occasioni ricordi e opinioni. [1] Seppi poi della sua morte e dei funerali avvenuti a Milano il 9 gennaio 2025.
A un anno di distanza vorrei invitare altri/e a leggere o a rileggerei i suoi articoli su “Gli Stati Generali” [2] e sul suo blog [3].
Vorrei anche ricordare che la sua figura di “psicanalista ibrido” [4] – distinta ma non separabile da quella del fratello Giancarlo – resta per me legata soprattutto all’esperienza di “Manocomete – quadrimestrale di profondità e superficie”, una rivista culturale uscita tra il 1994-1995 a Milano. [5]
Sul n. 2 Giorgio Majorino aveva pubblicato una acuta ma per me sconcertante lettura psicoanalitica delle dinamiche in atto nel gruppo aggregatosi attorno alla rivista, definita da lui “oggetto simbolico del desiderio” . Coglieva “il clima di guerra” presente nei comportamenti dei redattori e insisteva paradossalmente sull’ “odio” come “collante” o “sostrato comune” che teneva uniti i partecipanti.
A me pareva che non potesse bastare. E, di fronte alla sua affermazione che “le radici della democrazia si collocano nell’inconscio”, pensavo – troppo illuministicamente o ottimisticamente? – che si dovessero considerare anche tronco, fogliame e frutti possibili e affiancare, perciò, alla riflessione psicanalitica altre considerazioni di politica e filosofia politica.
Non volevo ammettere che “l’odio [fosse] il miglior collante per marciare uniti”, come sosteneva Giorgio Majorino. Secondo me, non bastava. Ci doveva essere il passaggio del “noi” dei partecipanti alla rivista da un mondo tutto di fantasmi a un mondo almeno con meno fantasmi. Non mi sembrava, cioè, inevitabile che “il gruppo [dovesse] necessariamente prendere la via della conflittualità” per me tribale, arcaica. Non so chi dei due si sbagliasse. Di fatto “Manocomete” ebbe vita brevissima. E i suoi fondatori – Giancarlo Majorino, Luciano Amodio, Felice Accame – che parevano voler rimettere a pensare insieme intellettuali milanesi di varie competenze e generazioni – alcuni attivi già negli anni Sessanta, altri dopo il 1968 – si divisero e rinunciarono all’impresa. Giancarlo Majorino si ritirò ancora a scrivere e a lavorare in solitudine; e gli altri, coetanei o più giovani, presero altre strade.
Note
[1] Qui, ad es., un suo commento su Elvio Fachinelli: https://www.poliscritture.it/2022/06/05/fachinelli-e-o-fortini-1/#comment-107655).
[2] Qui il link con l’elenco: https://www.glistatigenerali.com/author/gmajorino/page/2/
[3] https://www.narrazionipsicoanalitiche.com
[4] ”Psicanalista ibrido” è la definizione che Giorgio Majorino aveva dato di sé: Sono stato uno psicoanalista “ibrido” che ha sempre cercato di raccogliere nei vari orientamenti, materiali e ipotesi per il lavoro clinico e quindi, partendo da questi fare anche congetture un poco più approfondite sui fenomeni collettivi, andando aldilà di spiegazioni psicologiche solo descrittive. In altri termini facendo ipotesi sui meccanismi di base (o quelli che, provvisoriamente, riteniamo tali). Oltre al lavoro clinico, ho partecipato a ricerche psicologico-sociali, attivita’ peritali giudiziarie, insegnamento accademico. Ho pubblicato vari saggi su periodici culturali e scientifici e, nel 1992 il libro “Effetti psicologici della guerra”, da Mondadori. (da https://www.glistatigenerali.com/author/gmajorino/)
[5] Sulla rivista vedi: https://www.poliscritture.it/2020/06/28/appunti-e-disappunti/
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