Milano
Una legge speciale per Milano: a due condizioni
Nelle settimane scorse è riemersa nel dibattito pubblico l’idea apparentemente bipartisan di una legge speciale per Milano: un quadro normativo che riconosca alla città un’autonomia più ampia, simile a quella di cui godono altre grandi metropoli. Una proposta sensata e, in parte, inevitabile, se si considera il ruolo di Milano nello scenario economico e sociale italiano.
Ma una legge speciale, per essere più di uno slogan, richiede solide fondamenta politiche e culturali. E oggi a Milano mancano almeno due condizioni preliminari.
La città che tutti immaginiamo – quella degli scambi internazionali, delle filiere produttive, dei pendolarismi quotidiani e delle reti tecnologiche – non coincide da tempo con i confini amministrativi del Comune. È una realtà metropolitana fatta di relazioni economiche, infrastrutture condivise e bisogni comuni, che si estende ben oltre la circonvallazione, come decenni di bibliografia sulla macroregione hanno dimostrato.
Oltre un secolo fa, con l’annessione dei Corpi Santi, Milano ebbe il coraggio di allargare i propri confini e di affermare il ruolo di città guida del territorio circostante. Parlare di autonomia senza affrontare il nodo della frammentazione istituzionale significherebbe costruire un edificio su fondamenta di sabbia. Le grandi decisioni su mobilità, servizi, casa, ambiente e sviluppo non possono essere gestite in un mosaico di comuni autonomi, ognuno con le proprie priorità e i propri limiti, ne’ tanto meno dalla attuale vituperata Città metropolitana. Una decisione politicamente dirompente? Certo. Ma uno scenario che rianimerebbe anche l’asfittico dibattito interno ai partiti.
Una legge speciale per Milano ha senso se Milano torna a pensare in grande, a ragionare come un’unica area urbana integrata. Senza questa prospettiva, l’autonomia rischierebbe di diventare un privilegio amministrativo, non uno strumento per disegnare la città del futuro.
La seconda condizione è altrettanto impegnativa. Ultimamente Milano racconta di aver “subito” i cambiamenti globali – la pressione dei capitali internazionali, l’ascesa delle piattaforme, la trasformazione immobiliare, il turismo crescente dei grandi eventi. Ma la verità è diversa: Milano non li ha subiti, li ha accolti e assecondati con entusiasmo, perché ne condivideva il modello di sviluppo. Un modello orientato al mercato, in cui le istituzioni spesso si sono presentate come regolatori minimi, se non come mediatori immobiliari, più che come attori capaci di indirizzare la trasformazione urbana.
Se si invoca oggi una maggiore autonomia, bisogna chiarire per conto di chi verrebbe esercitata.
L’autonomia non può essere un semplice strumento per accelerare processi già guidati da dinamiche di mercato. Al contrario, dovrebbe servire a restituire alle istituzioni il ruolo di motore dello sviluppo, e non di soggetto che si limita a registrare ciò che accade fuori dalle proprie mura.
Una legge speciale ha senso se accompagnata dall’idea che Milano possa scegliere un proprio percorso, anche quando va in direzione diversa rispetto alle pressioni globali: una visione di sviluppo che tenga insieme crescita e coesione sociale.
Una visione che non produca una città, una comunità, composta da più milionari che famiglie.
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