Urbanistica
In ricordo di Giancarlo Consonni. Maestro, guida, amico paterno
Un ricordo personale di un grande intellettuale, rigoroso conoscitore della città, della storia e della Vita, che ci ha improvvisamente lasciati il 13 febbraio 2026
Sono ormai passati 10 giorni da quando Giancarlo Consonni – urbanista, docente al Politecnico, poeta, storico, pittore, in una parola Intellettuale autentico – ci ha lasciati.
Molti hanno scritto e molto è stato scritto su di lui, da persone ben più autorevoli di me, con argomenti e riflessioni profonde; per fortuna, perché Consonni è stato un gigante, seppur meno ascoltato di quanto si sarebbe dovuto ascoltare.
Io, dopo giorni di sgomento e di silente e rassegnata tristezza, ci tengo a scrivere – in sua memoria – un ricordo di quello che è stato per me: un Maestro, una guida e un amico con fermi tratti paterni.
Ho conosciuto Giancarlo al quarto anno di università, esame di Urbanistica II. Ed è stato subito un colpo di fulmine. Arrivavo a lui dopo aver fatto Urbanistica I con Osvaldo Lamperti, scuola Campos Venuti; urbanistica classica, insomma. Il tramite per la scoperta di Giancarlo è stato un altro mio adorato professore, il sociologo urbano Giuliano della Pergola, unito ad alcuni amici che avevano fatto i due esami di urbanistica con Graziella Tonon, la sua amata Graziella e per l’appunto con Giancarlo. Ricordo che aspettavo i giorni delle sue lezioni – martedì e giovedì – con l’eccitazione con cui si aspetta un dono. Due ore intensissime, che andavano alla radice delle questioni strutturali del “fare città” e dei modi di analizzarla, spaziando dalla storia, passando per le ragioni economiche sottese alle trasformazioni del territorio lombardo, entrando nella sfera della filosofia e della semiotica, per arrivare al dettaglio dell’architettura.
Alla fine dell’anno, dopo l’esame gli chiesi la tesi che, immediatamente, mi concesse. Ricordo che gli dissi che avrei fatto, l’ultimo anno, alcuni esami con professori di stampo più tecnico, sistemico-quantitativo. Rivedo ancora il suo sorriso sornione, riferito a uno dei suoi stimati colleghi che gli citai, mentre mi diceva “Bene, ma stia attento: perché il sentimento è qui e …. (lui) è là!”, facendo un cenno per indicare con la mano la distanza incolmabile tra due visioni dell’urbanistica. Perché Giancarlo era uomo netto; pieno di sfumature, tutte ancorate a un pensiero solidissimo, ma netto.
Da Giancarlo ho imparato il rigore. Due dettagli cito qui, che mi hanno colpito e formato. Il primo: Consonni leggeva e correggeva tutta la tesi, finanche le note a piè di pagina; ricordo le “d” eufoniche cancellate sin nelle note e le puntigliose correzioni sull’ordine di enunciazione della bibliografia. Cose rare, già allora, in università; che mi hanno insegnato a prendere sul serio le cose, quando si tratta di cose serie; sia che si tratti di una tesi di laurea, di una relazione assembleare o di un piccolo saggio. Il secondo: il dovere di citare sempre le fonti. Su questo Giancarlo era inflessibile: se si prende un’idea o un pensiero da chi ci ha preceduto, come è normale che sia, è obbligo assoluto citare la fonte. Le idee non si rubano. Anche questa, cosa rarissima; quante miserie ho visto poi, negli anni successivi, in professoricchi che scippavano idee o spunti da giovani capaci, senza manco ringraziarli a fianco del colophon. Tutte cifre di uno stile che delineano, oltre alla grandezza e all’umiltà del sapere, il profilo di un Maestro.
Dopo la laurea e cinque anni di collaborazione nel suo corso come “cultore della materia”, anni di cui ho un ricordo splendido perché era un continuo percorso di apprendimento e la possibilità di conoscere giovani brillanti (di molti dei quali e delle quali sono diventato amico), il Maestro è diventato guida. Sia nella mia stimolante esperienza amministrativa, sia in quella cooperativa, il rapporto con Giancarlo è diventato costante: sentivo il bisogno di avere un confronto continuo con lui, per capire se ciò che stavo facendo rientrava nei canoni del rigore e del perimetro consonniano di ciò che era buono. Ecco allora confronti, stimoli, discussioni sempre franche ma distese. E in questo caso mi piace ricordare altri tratti del Consonni che ho avuto la fortuna di avere davanti. Giancarlo era tanto dolce quanto duro, arrivando – se si tradiva la sua fiducia, umana prima che intellettuale – a essere letteralmente spietato. L’ho visto cancellare dalla sua esistenza dei brillanti allievi e, essendomi trovato in mezzo, vivere dapprima la difficoltà a comprendere la sua intransigenza per arrivare poi, dopo qualche anno, a capire che aveva visto giusto lui. Ed ecco un altro tratto, per me costante, della guida: Giancarlo aveva una capacità così profonda di argomentare e una lucidità così cristallina, caratteristiche date da una cultura sconfinata e da un raro acume, da far sì che ogni volta in cui mi trovavo a partire da posizioni non allineate al suo pensiero su questo o quel fatto, dopo averci discusso in un pranzo o in una delle nostre lunghe telefonate, arrivavo immancabilmente a cambiare opinione e a dire “Hai ragione, Giancarlo, è proprio così”. Ciò che mi affascinava poi del Consonni guida era il suo radicalismo pragmatico. Giancarlo aveva un approccio alle questioni non ideologico, bensì “idealogico”: a guidarlo, nelle sue convinzioni e battaglie civili, non era l’ideologia (era un uomo libero), piuttosto l’ideale, strutturato su fondamenta solide e profonde. Ricordo che, in relazione a una delle sue ultime battaglie in difesa del bottoniano Monte Stella, una politica milanese di allora che sapeva del mio forte legame con Consonni, mi disse: “penso che l’abbia presa così male perché per quel progetto non hanno chiamato lui!”. La mia risposta fu: “se pensi questo non hai capito un cazzo di Consonni; lui non è come gli altri. Lui sta sopra alle cose: se fa una battaglia è perché ci crede e perché – ne sono certo – sa di avere ragione. Quindi dimentica quello che hai detto e mettiti il cuore in pace: Consonni, a differenza di molti, non ha prezzo. Non solo perché è inestimabile, ma perché non si farebbe mai comprare”.
Infine, ho avuto la fortuna di vedere crescere il mio rapporto con Giancarlo attraverso tante cose fatte assieme, fino a farlo diventare un rapporto di amicizia con tratti paterni. Giancarlo, nei momenti più duri della mia vita, c’è sempre stato. Col suo stile sobrio, essenziale e con una sensibilità assoluta. Con due parole, uno sguardo, un consiglio di lettura, ha saputo darmi le chiavi giuste per superare fatiche enormi. Queste cose intime le custodisco gelosamente, perché sono tra i doni più grandi che Giancarlo mi ha fatto.
Con Consonni se ne va un pezzo di storia, in particolare di Milano e della Lombardia. Lascia una immane mole di pensieri e opere che Davide e Graziella sono certo sapranno custodire e curare. A noi “consonniani” sparsi nel mondo (Giancarlo non ha fondato una sua scuola di pensiero, sia perché non tramestava col potere, sia perché era questione contraria alla sua natura, sia perché era preso nelle sue mille attività) il compito di aiutarli a rendere imperitura la sua memoria, il suo pensiero e il suo lavoro.
Milano gli deve tantissimo. Se in vita lo ha un po’ snobbato – anche perché non faceva sconti a nessuno – da morto penso che il minimo sia l’iscrizione al Famedio del Cimitero Monumentale: il Gran Lombardo Consonni, seppur d’adozione e non di nascita, è stato un Gran Milanese. Su questo mi impegnerò in prima persona.
Dopo che ho sfiorato di un soffio la morte, addomesticandola, quel che dico sempre è che è più facile morire che veder morire chi – in un modo o nell’altro – si è amato. Questa verità l’ho sentita lancinante con la morte di Giancarlo, un vero, umano, patrimonio dell’umanità.
Arrivederci Maestro, guida e amico paterno.
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