Rage against the greenwashing machine

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25 settembre 2019

Invece di parlare del personaggio Greta, di speculare sulle origini del suo travolgente successo (“è un effetto dell’Asperger – no, del marketing”), di fare commenti da basso giornalismo di costume, chiediamoci chi siano i più acerrimi nemici del suo discorso profondamente radicale – estremo, per la precisione. Sono i negazionisti del Climate Change e della scienza? Quei cattivoni di Trump, Bolsonaro e Salvini, che vogliono bruciare l’Amazzonia?

No. I nemici peggiori del discorso di Greta, delle istanze di Extinction Rebellion, e di milioni di ambientalisti meno noti ai più ma altrettanto ragionevolmente radicali sono i professionisti del greenwashing, il nuovo sport più praticato a livello internazionale da politici appartenenti alla sinistra liberista, da capitalisti efferati spinti dalla necessità di coprire la loro bad reputation ambientale, e infine da quell’enorme gruppo sociale composto da economisti, esperti marketing, pubblicitari e giornalisti sull’orlo del fallimento, “creativi” e intellettuali venduti che formano le fila di quel micidiale meccanismo chiamato CSR, Corporate Social Responsibility.

La pubblicità classica ha perso la sua forza manipolatoria, ed è sempre più difficile convincere la gente che il SUV è bello perché c’è la bionda focosa stesa sul cofano o che fumare è fico perché lo fa il cow boy. Così, l’ENI – che secondo il Carbon Majors Report 2017 si trova al 30° posto della classifica dei 100 massimi inquinatori mondiali produttori del 70% delle emissioni di gas serra dal 1988 al 2015 – sponsorizza delle improbabili strutture architettoniche a base di funghi di Carlo Ratti al Salone del Mobile e la mostra Broken Nature alla Triennale, per dimostrare il suo impegno per la sostenibilità. Così Beppe Sala, il sindaco dei grandi eventi (EXPO, Olimpiadi) e delle grandi opere (Navigli, TAV), del consumo di suolo e dello sviluppo immobiliare su ex scali, ex caserme, ex stadi, il politico che aumenta il prezzo del biglietto ATM e rifiuta di  varare un credibile piano contro le auto – uno sviluppista anni 50, insomma – si piazza in prima fila tra i giovani di Fridays for Future, regala borracce ai bambini delle scuole, dichiara l’emergenza ambientale e promuove la Green (Washing) Week. Così Stefano Boeri, non pago di disseminare le sue greenwashing towers in mezzo mondo (il Real Estate è un mondo grezzo, ha bisogno di idee elementari per la sua CSR, Concrete+Trees), si scapicolla fino all’ONU per associare il proprio nome a quello di Greta e tentare di piazzare, dopo gli alberi sui balconi, anche gli alberi intorno alla città, in mezzo ai deserti, sui confini, dovunque, con metafore sempre più ardite: cinture verdi, ma anche sciarpe, corridoi e muraglie. Così Jovanotti, naturalmente, organizza il devastante Jova Beach Party con la benedizione del WWF, su cui cito direttamente l’articolo di Alpinismo Molotov su Giap: «Di tutta l’operazione Jova Beach Party, a risultare più tossico è il fatto che Jovanotti non si accontenti di un mega-show allestito a scopi commerciali, di soddisfare in questo modo la propria ambizione e volontà di potenza, di mostrare al mondo – a chi può permettersi il costo del biglietto d’ingresso, ma poi c’è la copertura assicurata dai media – «una città temporanea, un villaggio sulla spiaggia, un nuovo format di concerto, un happening per il nuovo tempo» (sempre dalla presentazione offerta da Trident)… No, Jovanotti vuole anche dare a tutto ciò una veste pedagogica, imporre il mega-show come momento “alto” di aggregazione e divertimento per i messaggi che presuntamente veicola: «la tutela del mare e il contrasto all’abbandono dei rifiuti in materiali plastici»».

Ecco, questo è il motivo per cui il nemico più pericoloso degli ambientalisti sono i greenwashers, e non i negazionisti dichiarati: perché si impadroniscono avidamente del discorso più radicale allo scopo di tacitarlo, di neutralizzarlo, e anzi di capitalizzarlo, trasformarlo in fonte primaria di profitto. Il greenwashing è la forma più produttiva, probabilmente, della cosiddetta distruzione creativa del capitalismo, è la condizione stessa che permette al capitale di continuare indisturbato il processo di distruzione creativa delle risorse naturali e sociali: per spossessare le popolazioni dei loro beni comuni, devi prima spossessarli delle loro lotte più radicali. Prima ricevi Greta, abbracciala, falle un bell’applauso, poi dalle una spinta fuori quadro e piazzati al centro dell’inquadratura. Una tecnica censoria vecchia come il cucco, peraltro.

«A essere impregnato di negazionismo climatico non è solo il dibattito politico in senso stretto – per l’ignavia dei suoi protagonisti, per il loro andare col pilota automatico o per il loro diretto asservimento agli interessi dei grandi emissori di CO2 – ma tutto il discorso pubblico», argomenta Wu Ming 1 su Jacobin Italia. La sfera della comunicazione è interamente occupata da varianti di un identico schema bipartito, che suona allarmistico ma è rassicurante: “Attenzione, c’è l’emergenza climatica, la Sesta Estinzione si avvicina” e poi “ma Eni investe in funghi per voi, tranquilli” oppure “ma il design può risolvere il problema” o “ma pianteremo milioni di alberi” o “ma le auto saranno tutte elettriche”, “ma la smart city è sostenibile”, “ma se riciclate la plastica va tutto a posto”. Il messaggio fondamentale è che non c’è nessun bisogno di “tornare indietro”, di “rinunciare alle conquiste del progresso”. Come se il progresso si identificasse con l’unico, ipnotico mantra della crescita continua basata sul consumo, e non su un avvicendamento continuo di crisi ed espansioni, balzi in avanti e regressioni, fallimenti alternati. Come se il progresso seguisse uno sviluppo lineare, e non un’ecatombe di nuove scoperte che sembravano rivoluzionarie, come per esempio l’ebook che non ha mai sostituito il libro, o l’ipad che non ha mai sostituito il pc. O l’automobile che da strumento di velocità si è trasformata in pachiderma, o lo smartphone da strumento di libertà in dispositivo di controllo, o la creative class che non ha più potere di acquisto.

L’ottimismo democristiano, la rassicurazione che crescita illimitata e lotte ambientali possano convivere in armonia, che Greta e il presidente della Bayer possano progettare a braccetto un mondo migliore, sono pura reazione. Le alternative ci sono, ma impongono la scelta.

 

 

TAG:
CAT: clima, infrastrutture e grandi opere

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