Joe Rogan (e la liberta’ di espressione) spiegato a Michele Serra

1 Febbraio 2022

Quando la stampa italiana si avventura in territori che le sono ignoti, allora la stampa italiana rivela perfettamente la sua attuale funzione: fare (male) ricerche su Google al tuo posto.


Se ne è avuta una chiara dimostrazione con la controversia riguardante “il no vax Joe Rogan” che ha portato “l’ex hippie” Neil Young a rimuovere la sua musica da Spotify, colpevole appunto di dare spazio al podcast “del no vax Joe Rogan”.
Della questione se ne sono occupati un po’ tutti, tanto che è giunta alle sacre orecchie di Michele Serra, che ha perfino scritto uno dei suoi editoriali in punta di amaca, dove ha condannato senza appello “tal Joe Rogan” – dimostrando di non averlo mai sentito nominare prima -, difendendo la scelta di Young e invitando tutti gli artisti a scegliere su quali piattaforme essere presenti, e alla bisogna andarsene ove dovessero trovarsi a condividerla con qualcuno di sgradito.
Sappiamo tutti che il Divino Serra è molto impegnato, e non ci aspettiamo certo che trovi il tempo per eseguire una ricerca su Google ben fatta, finalizzata a informarsi, almeno, su chi sia il protagonista del suo articolo pubblicato sul secondo quotidiano nazionale italiano.
Pensando di fare cosa gradita, segnaliamo al Divino che Joe Rogan, in realtè, è una figura un pelo complicata, che forse la sola definizione di “no vax” rischia di non inquadrare a dovere.
Rogan è, da anni, uno stand up comedian (no, Michele, non “cabarettista”: è un po’ diverso, magari un giorno ne riparliamo) di enorme successo: i suoi speciali, nel 2021 sono stati, dopo quelli di Dave Chappelle, i più visti su Netflix.
Rogan deve la sua notorietà  anche al fatto di essere uno dei commentatori di punta della UFC (sì Michele, “gli incontri violenti di botte in gabbia” o come vuoi chiamarli tu) che nel corso degli ultimi 5 anni hanno avuto un boom di popolarità in tutto il mondo: non c’è 20enne che non sappia chi siano Conor Mc Gregor, Khabib Nurmagomedov o, per restare in Italia, Marvin Vettori. Ecco, Rogan è quello che, finito l’incontro, entra in gabbia a intervistare i fighter. Ma Rogan è, soprattutto, l’autore del podcast più ascoltato sul pianeta Terra, con 11 milioni di ascoltatori a puntata. Il suo podcast è talmente seguito, che Spotify ha tirato fuori 100 milioni di dollari per assicurarsene i diritti (so che la cifra non impressionerà un benestante come te, Michele: ma ti assicuro che per i tuoi accaniti lettori del ceto medio riflessivo sono una bella somma) e trasmetterlo in esclusiva. Insomma: non è Rogan che ha bisogno di Spotify, ma l’esatto contrario.
Chiarito chi sia “tal Joe Rogan”, caro Michele, ti rubo ancora 5 minuti del tuo prezioso tempo per spiegarti quali siano “le opinioni no vax” diffuse da Rogan che hanno mandato su tutte le furie Neil Young.
Rogan ha intervistato un cardiologo, il dottor McCullougoh, che è il medico con alle spalle più pubblicazioni scientifiche nel suo campo, sostenitore di una teoria secondo cui gli ospedali dichiarerebbero apposta i decessi come dovuti al Covid per ottenere più rimborsi; inoltre, ha intervistato un altro medico assai rinomato, il dottor Robert Malone, che ha collaborato allo sviluppo dei vaccini a MRna salvo poi distaccarsene perché, a suo dire, “non sicuri”.
Attenzione: Rogan non ha abbracciato le loro posizioni, ma ha posto loro delle domande, come avrebbe fatto un qualsiasi giornalista. Non si tratta di intervistare, come i giornalisti di casa nostra, il Paolo Brosio o il Red Ronnie della situazione: si tratta di ascoltare l’opinione di due soggetti rispettati in ambito scientifico, portatori però di posizioni in questo momento molto distanti da quelle “ufficiali”. Peraltro, Rogan ha intervistato anche medici completamente schierati a difesa del vaccino, alcuni interni anche alla stessa amministrazione Biden. E quando non più tardi di una settimana fa, ha invitato nel suo podcast la fighter Julianna Pena – neocampionessa UFC dopo aver sconfitto Amanda Nunes, in quello che resta il risultato più a sorpresa della storia delle MMA femminile, ma questa frase Michele fai finta di non averla letta, ci sarebbero troppe ricerche su Google da fare – e lei si è lanciata in un folle attacco ai medici che, a suo dire, “ci stanno ammazzando col Covid”, si è precipitato a fermarla e a invitarla a non dire minchiate.
Insomma: Rogan è un tizio a cui piace fare domande, invitare gente borderline, dare spazio a personaggi non allineati, senza la pretesa di diffondere “la verità”, un po’ come fa da noi “La Zanzara”. A volte, in passato, ha preso delle cantonate: ma ha sempre chiesto scusa. Altre, ha avuto il merito di evidenziare la gigantesca ipocrisia su cui si regge oggi il sistema mediatico americano: è  stato il primo a non credere al Russiagate quando tutta l’America voleva crederci disperatamente. Quanto all’accusa di essere pure “di destra” – qui come negli Usa, la tecnica migliore per silenziare chiunque si azzardi a coltivare ancora il pensiero critico su qualunque questione – basti pensare che nel 2016 fece attivamente campagna per Bernie Sanders.
C’è da chiedersi, piuttosto, quale sia il principio – da te difeso, o Divin Michele – per cui l’ex hippie Neil Young,  che una volta cantava di libertà, chieda di rimuovere i propri contenuti dalla stessa piattaforma che ospita Joe Rogan. E qui mi prostro in ginocchio e oso porti una domanda, Divino Michele: se un regista dovesse chiedere di rimuovere i propri film da una piattaforma perché ospita anche i film di Woody Allen, tu Michele cosa diresti? Saresti d’accordo? Te lo chiedo perché è esattamente quello che è accaduto mesi fa negli USA, quando Woody Allen è stato cancellato da tutti i media mainstream sulla base di accuse che due processi hanno giudicato infondate.
Il problema, allora, non è Joe Rogan: il problema sono gli Stati Uniti d’America, dove dietro l’etichetta di “cancel culture” o, per farti capire meglio, “politicamente corretto” (anche se si tratta di un termine scemo, che negli USA non usa più nessuno) si è tradita in ogni modo possibile e immaginabile la libertà di espressione, e chiunque – incluso il vecchio Young – si sente in dovere di decidere cosa debba o non debba essere pubblicato.
Il dottor Malone è sicuramente un folle: ma giornalisticamente è innegabile che la sua opinione abbia il diritto di essere registrata. Il fatto che i media mainstream non lo abbiano fatto, nel timore di essere additati come “di destra” (la pandemia, negli Usa, è stata politicizzata ancora più che da noi) è inaccettabile, e da uno che crede in Voltaire e nella famosa massima apocrifa sul diritto a esprimere la propria opinione anche se si tratta di una fesseria, a Joe Rogan andrebbe fatto un applauso, altro che una critica.
Tra l’altro, come ha dichiarato lo stesso Rogan nel video pubblicato ieri: all’inizio della pandemia, chi si azzardava a mettere in discussione la storia del virus proveniente dal pipistrello veniva bannato a vita da tutti i social (da noi, si beccava gli strali dei boyscout di open.online). Ebbene, oggi la bibbia liberal del Newsweek pubblica in copertina la teoria del Covid-19 creato in laboratorio, citando fonti interne all’amministrazione Biden.

Chi decide, allora, quali domande possono essere fatte e quali no? Un ex hippie ultra-settantenne? Il principe Henry e sua moglie, che anche loro si sono tanto arrabbiati con Rogan? I boyscout di Mentana?
So che tu, Michele, possiedi un cannocchiale magico, per cui dalla tua amaca riesci a parlare di tutto lo scibile umano senza fare una ricerca su Google. Solo, la prossima volta, magari una ricerca veloce-veloce falla: così magari eviterai di schierarti anche tu tra con i tanti che oggi brigano per distruggere quel che resta della libertà di espressione.

Oppure, lo farai a ragion veduta.

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CAT: costumi sociali

2 Commenti

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  1. marcogiov 5 mesi fa

    L’opinione del dottor Malone ha il diritto di essere registrata, ma è irresponsabile trasmetterla a dieci milioni di persone.

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  2. saulagana 5 mesi fa

    Le domando, al netto di qualsiasi opinione in merito all’articolo, a che pro il sarcasmo su Serra (lui come chiunque altro)?
    Ho contato, quasi certamente male, dieci volte in cui si rivolge al giornalista con il tono, tra il saccente e il paternalistico, di chi spiega all’ignorante l’abc dell’argomento trattato.
    Capisco che per farsi notare nel competitivo mondo della comunicazione è necessario a volte usare strategie aggressive puntando al bersaglio grosso (il giornalista famoso). Ma temo che, a parte qualche risposta da mediocri lettori quali il sottoscritto, la strategia non raccoglierà grandi proseliti. Se non altro perchè scritta maluccio e con non poche generalizzazioni (“Quando la stampa italiana”… per citare l’incipit) che forse andranno bene quando il pubblico è di bocca buona, molto meno su un media con un livello culturale appena poco superiore.
    Non bastava un articolo, spedito per conoscenza anche al destinatario e al suo giornale, evidenziando le contraddizioni? Penso proprio di no, non sarebbe bastato.

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