La fase 2? Sarà il caos (e la colpa sarà della Politica)

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25 aprile 2020

Non so se ve la ricordate: ma sì, come dimenticarla? La pubblicità sociale che nei ‘90 allertava sulla diffusione di HIV, il virus che dà luogo alla sindrome da immunodeficienza acquisita. Sì, esatto, quella della linea viola; no, non quella degli occhi bianchi, quella è un’altra, parlava di droga, spesso le due vengono confuse. In quella relativa ad HIV si vedeva un uomo chiudersi in un bagno pubblico e utilizzare una siringa appena usata da un altro, per poi andare a letto con una donna, che va a letto con un uomo, che torna a casa dalla moglie e la infetta. La visualizzazione della catena del contagio, che scivola sulle note di O Superman di Laurie Anderson. Uno scontrino da 12 miliardi, emesso dall’agenzia di Armando Testa.

Bene, fu inutile. Si limitò a scatenare il panico e a disseminare lo stigma, come denunciato più volte da molte associazioni. In una ricerca condotta negli Stati Uniti nel 1953 da due ricercatori, Irving James e Seymour Feshbach, si testarono l’efficacia differenziale di tre tipi di messaggi per incoraggiare a una maggiore igiene orale: uno poco minaccioso, uno moderatamente minaccioso e uno molto minaccioso. Gli autori rilevarono che i comportamenti cambiavano in modo inversamente proporzionale al grado di paura indotto dal messaggio. Ne risultò una teoria che mise in luce la cruciale mediazione di processi psicologici, che bilanciano la minaccia percepita con la capacità di cambiare effettivamente comportamento. Morale: ce ne vuole di sforzo, e tanto, per cambiare le abitudini delle persone. Pensare di farlo solo con la comunicazione, con quella che nel gergo pubblicitario viene detta “sensibilizzazione”, è davvero ingenuo. Tuttavia, una strategia integrata in cui si dia alle persone una versione univoca del pericolo e poi si offre loro un canale chiaro e agevole (agevole per davvero) per fare prevenzione, forse qualche risultato importante lo si può conseguire.

I microrganismi viaggiano lungo traiettorie disegnate dai nostri comportamenti, e forse è sensato fare il punto; i virus presenti nei fluidi genitali si trasmettono attraverso i rapporti sessuali non protetti; quelli nel sangue passano attraverso trasfusioni o scambi di siringhe; quelli nella saliva attraverso baci appassionati; quelli presenti nei droplet passano quando le mucose orali, nasali od oculari entrano in contatto con una di queste goccioline, e via dicendo. Per tutti questi contagi è importante una variabile: la carica virale. Perché spesso non è sufficiente entrare in contatto con un solo virus per avere l’infezione, ma ce ne vuole una buona quantità, una quantità-soglia. Le persone contagiose, quindi, sono tipicamente quelle che hanno una carica virale più elevata (come dice l’Istituto Mario Negri) che nel caso del coronavirus possono essere anche asintomatici o pauci-sintomatici.

Quali sono le occasioni perché avvenga più facilmente il contatto di droplet pieni di virus con occhi, naso o bocca? Alcune sono citate in un lavoro di indagine condotto a Wuhan: possono essere i luoghi chiusi, in cui le persone parlano, tossiscono, starnutiscono e non c’è ricambio d’aria; i luoghi aperti ma affollati, in cui le persone parlano, tossiscono vicine le une alle altre creando una nube di droplet; i luoghi chiusi e compartimentati, con stanze unite da un unico condotto di aerazione; viene però da pensare che anche le strade, qualora iniziassero a diventare più frequentate di quanto non siano ora, potrebbero diventare un ricettacolo, dato che le nuvole di droplet impiegano un po’ a depositarsi sul suolo (come si dice in questo lavoro pubblicato su JAMA), e il contatto del virus con gli occhi è sufficiente (come ha rilevato lo Spallanzani di recente).

Quindi, a rigor di logica, per prevenire il contagio da coronavirus sono necessarie mascherine, ma forse anche occhiali protettivi, come ricorda Matteo Piovella della Società Italiana di Oftalmologia; mentre non è detto che la distanza sociale sia davvero così determinante in strada, dato che il nostro è un mondo cinetico, fatto di flussi di persone che si attraversano; le simulazioni sul distanziamento sono prevalentemente basate su scenari statici, e vanno bene per un ufficio, ma in strada si può stare anche a due metri dalla persona davanti mentre si cammina, ma se questa è positiva e tossisce senza mascherina, e io qualche secondo dopo attraverso la nube ancora in sospensione senza protezioni oculari, il contagio è possibile (come suggeriscono alcuni modelli bastano dalla quarantina alle poche centinaia di unità di virus per un contagio).

E il tampone? Se si effettua un tampone a una persona, e viene fuori che questa è stata contagiata, il tampone serve a poco se non si mette questa persona in isolamento; attualmente il disastro lombardo (ma non solo) è originato proprio da questa dinamica, ossia dal mancato contenimento delle persone che pure sono risultate positive: lasciate a casa, non sempre segnalate alle ASL, spesso sono state libere di circolare non appena febbre e dolore alle ossa sono scomparsi. Il test sierologico? Consente di fare studi retrospettivi sulla quantità di persone contagiate, ma non permette di contare gli attualmente positivi; qualcuno sostiene che potrebbero servire per rilasciare una patente di immunità, ma in assenza di dati sui ceppi virali attualmente in circolazione serve a poco aver sviluppato immunità per un solo tipo di coronavirus, perché si è esposti al contagio dagli altri.

Per quale ragione si starebbe puntando tutto su misure subottimali? Di nuovo, la risposta ci arriva dal confronto con il caso storico di HIV. Come mai non si sono fatte campagne diffuse a favore dell’uso del profilattico? Perché non viene promosso il test nei luoghi di lavoro? Per quale ragione la pubblicità di Armando Testa invitava ad astenersi dai rapporti prima di promuovere l’uso del preservativo? Perché, insomma, in casi del genere non si fa tutto il necessario, ma solo qualcosa di utile e qualcosa d’altro di superfluo?

Perché i comportamenti hanno un valore politico, come si rende conto lo stesso Lancet. Dire ai giovani che devono usare il profilattico, per esempio, potrebbe voler dire porsi a contrasto della fertilità, sdoganare un’idea edonistica del sesso, addirittura plagiare degli innocenti. Allo stesso modo, comunicare la necessità di un lockdown precoce, avrebbe significato apparire allarmisti, esagerati, populisti radicali. Quindi, le soluzioni intelligenti a volte non sono sponsorizzate e adottate perché assumono un valore politico.

Se quindi Regione Lombardia dichiarasse ora la necessità di suddividere gli ospedali Covid da quelli non Covid, come ha fatto il Veneto sin dall’inizio, risulterebbe come un’implicita ammissione di colpa, e quindi si preferisce mantenere la linea del tenere insieme malati Covid e non in reparti separati nello stesso ospedale; poco importa se i condotti di aerazione distribuiscono il virus in tutto l’edificio, aumentando la probabilità di contagio (il cosiddetto “effetto Diamond Princess”).

Comunicare, invece, che le mascherine servono, e poi non servono, e poi servono ancora, ma a seconda della Regione; e farne produrre, ma di brutte, addirittura da una ditta di pannolini, e arrabbiarsi all’idea di mettere sulla faccia qualcosa che di solito copre il sedere, benché il tessuto dei pannolini fosse molto sicuro; e poi puntare tutto sui tamponi, anzi no sui test anticorpali, però i tamponi servono, ma no in realtà no; e poi la app Immuni, che è obbligatoria, ma anche facoltativa, però comunque utile e inutile; insomma, il caos comunicativo, che riflette la bagarre politica su questioni di cui nessuno degli attuali parlanti ha davvero una reale competenza, questo caos sarà la nostra rovina, perché riaccenderà i focolai, sicuramente.

La gente non è scema. Certo è che i comportamenti collettivi si disorganizzano quando in circolo ci sono troppe versioni, urlate e rivendicate, di un fatto, e questo può ridurre l’intelligenza collettiva e anche quella individuale. Perché quando un leader  è incerto, inietta dosi massicce di entropia nel sistema; entropia, per una società, significa conflitto sociale, che a sua volta uccide ogni forma di coesione. Per cui non stupiamoci se alla riapertura in molti non avranno le mascherine, e quelli che le avranno insulteranno chi non le ha, e quasi tutti andranno in macchina perché non gliene fregherà niente di intasare così le strade, e sui marciapiedi si camminerà appiccicati in barba a ogni social distancing, insomma, aspettiamoci che quelle poche regole che emergeranno dal caos verranno in gran parte ignorate. Sicuro è che anche quello stesso caos arriverà ad avere un suo valore politico.

TAG: conflitto sociale, coronavirus, COVID-19, governare il caos, misure prevenzione
CAT: costumi sociali, Governo

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