Pinocchio, il maestro di Leonardo

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5 settembre 2019

Viviamo in un’epoca sapròfita. Oggi più che mai ci si nutre dei cadaveri del passato, cercando di riesumarli e di imbellettarli, un po’ come usano fare le case funerarie statunitensi che presentano il caro estinto ben abbigliato e truccato, come fosse ancora tra noi, per le visite dei parenti e degli amici, tra fiori e musiche, luci e filmati che riproducono una sorta di Campi Elisi dove il defunto si troverà alla faccia nostra, di noi che invece continuiamo ad arrabattarci nella consueta valle di lacrime.

I cinquecento anniversari della morte di Leonardo da Vinci (“da Vinci” usato nell’uso comune come un vero e proprio cognome, come se fosse Domenica Dalla Via, o Dalla Pasqua, o Dalla Rovere e così via, con centinaia di varianti) hanno scatenato una serie di eventi saprofiti.

Perché saprofiti? Perché non solo si nutrono dei cadaveri ma li decompongono e, come dice la Treccani, “I s., in quanto decompositori, sono importanti elementi delle catene alimentari.” L’alimentazione contemporanea consiste nel nutrirsi di eventi che riescano a farci sentire persone colte senza esserlo, ma dandocene l’illusione per alimentare l’ego di tutti coloro che credono che basti poggiare la mano sulla copertina di un libro perché il suo contenuto si trasferisca immediatamente nella memoria e possa così diventare patrimonio cerebrale del soggetto in questione. Ed ecco quindi gli eventi imperdibili, come certi concerti di pianisti pestatàsti con capelli arricciati e occhiali neroincorniciati che credono anche di essere direttori d’orchestra, oppure di cantanti ciechi che però, nei video promozionali, vanno a cavallo per le colline toscane come se niente fudesse (la corsa dura tre secondi, ripresa dal drone), ma con voci squinternelle, oppure mostre-ammucchiata tipo da Fidia a Moore, o da Giotto a Picasso, per poterci mettere un’opera di Giotto e una di Picasso e il resto paccottiglia da pareti di ristorante, eccetera.

I centenari, bi, tri, quadri, cinque o più, sono i più ambìti, che siano di nascite o morti. Guarda caso casca a fagiolo il cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci, il genio dei geni, colui che inventò mille invenzioni e modelli di balocchi oltre ad averci lasciato qualche bel dipinto, qualcuno a sua volta in perenne decomposizione e che si cerca di far decomporre il meno possibile, a dispetto del saprofitismo.

Di Leonardo si sa tutto e niente. Tant’è che quei cervelloni di catalani o, almeno, qualcuno più cervellone degli altri, affermano che Leonardo da Vinci (ma anche Cristoforo Colombo e altri personaggi, che cosa credete!) non è toscano ma catalano e precisamente di Vinçá, zona di Conflent, attualmente nell’Occitania francese ma bisogna sapere che gli ipercatalanisti considerano Catalogna perfino Alghero. L’avreste mai detto? Eppure anche se presso Vinci, tra le dolci colline toscane, ci sarebbe la casa di Leonardo, a quei cervelloni non basta. E poi a dire che parlava e scriveva male il toscano (come se i catalani, con quell’idioma assai comico e irregolare, potessero dare lezioni di lingua a destra e a manca), e come poteva essere che uno senza istruzione sapesse tante cose? Beh, guardatevi in giro e ascoltate soprattutto. A Greta Thunberg, la nuova santa ambientalista, addirittura abbonano un anno scolastico perché sa troppe cose e quindi le fa bene fermarsi dodici mesi, soprattutto fa bene agli altri allievi che sono rimasti indietro. C’era chi diceva, in Parlamento, che esistono gli angeli e chi le sirene. Quelle dell’ambulanza, forse, che stava venendo a prenderli.

La tradizione ci rivela che Leonardo era figlio illegittimo, ma è roba che sapevano tutti e, forse, non gliene fregava poi tanto a nessuno. Gliene fregò solo ai fratelli, che, al momento della spartizione degli averi del padre, ser Piero, lo esclusero totalmente. In realtà il padre lo aveva già escluso dal testamento. Molto toscano, molto parenti del Gianni Schicchi. Altri tempi. Essendo illegittimo forse i catalani si sono sentiti in pieno diritto di farlo provenire dall’Occitania. Mah. Saprofitismo iberico pur di dire che la Catalogna ha dato i natali ai geni, di cui avrebbero disperato bisogno per giustificare, forse geneticamente, la (mancanza di) genialità odierna.

Non divaghiamo.

Leonardo è conteso, si sa, oltre che dalla Catalogna, anche tra Italia e Francia, perché, se nacque in Toscana, morì ad Amboise, dov’è sepolto. Diciamo che in Francia ci passò unicamente gli ultimi due anni di vita tondi tondi (morì a 67 anni) e che il resto (65 anni) lo trascorse variamente nella penisola italiana. In Catalogna proprio non ci passò manco di striscio. Come s’inalberò Madame Fratelli d’Italia quando cercarono i francesi di rubarle il suo Leonardo! Prima gli italiani! Anche se l’Italia, chissà se qualcuno lo avrà mai detto a colei, ancora non esisteva all’epoca di Leonardo.

Le mostre su Leonardo di questi tempi non si contano. Le case dove abitò, dove magari fece solo uno spuntino, sono veneratissime, quasi santuari della genialità, e spesso vi albergano i modellini delle famose macchine volanti che non giunsero mai a funzionare. Un tentativo di volo, infatti, finì male per la cavia, che, volando da Fiesole, si ruppe le gambe! Però Leonardo lavorava alacremente e studiava, nel tempo libero. Suonava, dipingeva, sezionava cadaveri per vedere com’erano fatti e disegnava ogni cosa gli capitasse a tiro. Gli piaceva scrivere al contrario e colla mano sinistra, la mano del diavolo. E si prese pure un sacco d’insulti come negromante e stregone, porello. Ma vabbè, la superstizione è sempre stata di moda… all’epoca, poi. E pensare che Leonardo era l’inimico giurato di ogni metafisica e magia, per lui tutto era matematica, punto e basta.

Però il personaggio è veramente ambiguo, va detto. Insomma: figlio illegittimo, sapiente, curioso come una scimmia, mancino, sessualmente inafferrabile, opportunista, fissato colla moda, sprezzante degli altri (Michelangelo ne sapeva qualcosa ma, da fiorentino, era ugualmente acido). Politicamente, poi, non gliene fregava nulla. Lui costruiva per i potenti che lo pagavano teatri effimeri e addobbi così come macchine da guerra e fortificazioni, canalizzazioni, e altre architetture militari, ma anche automi. La pittura, rispetto al resto, era forse la parte meno frequentata da Leonardo nella sua vita discretamente lunga per quei tempi, pur se famosa nelle corti italiche: Isabella d’Este era una fan particolarmente insistente e riuscì a farsi fare un disegno di profilo ma il ritratto tanto agognato non giunse mai. L’attribuzione a Leonardo del ritratto di Isabella trasfigurata in Caterina d’Alessandria riemersa da un caveau, naturalmente svizzero, fa parte di quei giuochi di cui parleremo tra non molto. Abbiate solo la pazienza di leggere.

Di certo oggi la pittura è ciò per cui viene più venerato, quasi mettendo in seconda fila il resto delle sue varie attività anche perché le sue opere effimere non ci sono giunte e, a parte qualche traghetto fluviale o qualche chiusa idraulica, non ci resta molto delle sue opere ingegneristiche. Ci restano il Codice Atlantico e un sacco di disegni. Oltre, naturalmente un bel po’ di attribuzioni che fanno felici gli allestitori di mostre e i battitori d’aste che tirano fuori Salvator mundi e Gioconde varie, più o meno discinte. Lo stile leonardesco, proprio perché molto caratterizzato, soprattutto nei volti che paiono tutti uguali e in tette quasi da protesi chirurgica, è assai facile da imitare e di pittori in grado di imitare, soprattutto nella sua stessa epoca ce n’erano a vagonate. Diciamolo, il Rinascimento era davvero una miniera di pittori in gamba.

Oggi, per il saprofitismo di cui si parlava all’inizio, Leonardo è al centro di attenzioni da parte di tutti, sia per il quadro più famoso del mondo, la Monna Lisa o La Gioconda, sia per l’Ultima Cena, assurta a dipinto simbolico esoterico in seguito al best seller Il Codice da Vinci.  Addirittura, nella nostra epoca, dove si riesce anche ad avere più fantasia che nel Rinascimento, dovendo fare souvenir di tutto, a Milano, in stazione, ho visto delle mini rappresentazioni del Cenacolo vinciano in porcellana che hanno quindi, oltre la terza dimensione, un retro. Geni del male.

Ma c’è un motivo ben più autentico per cui Leonardo può essere considerato, ed è questo che viene percepito in maniera occulta e spesso inconscia dai più. Non è la sua vera o supposta genialità. Di geni altrettanto valenti ce n’erano in quel periodo felice o idealizzato come tale; insomma, Michelangelo e Bernini – quest’ultimo un secolo dopo – non scherzavano. Inoltre, il fiorentinissimo e beffardo Riccardo Marasco, nella sua L’ammucchiata ricorda che “un fiorentino che nel Quattrocento inventa la bicicletta e poi va a piedi, gli è un bischero”. Altro che genio. Si potrebbe anche avanzare l’ipotesi che la vera genialità di Leonardo è di aver fatto credere di essere un genio. Sarebbe uno scherzo assai fiorentino. In realtà la sua modernità, la sua contemporaneità proviene da quella sua caratteristica che per alcuni potrebbe essere un merito, per altri un difetto, secondo ottiche manichee: l’ambiguità.

L’ambiguità è la “qualità” oggi più festeggiata, la più ambita, la più esibita da tutti. Leonardo, nella sua matematica visione, era costantemente e naturalmente ambiguo, forse anche perché circondato da emeriti imbecilli impregnati di superstizione. Proprio come oggi gli uomini e le donne di successo sono assolutamente ambigui, per ragioni diverse (tra le quali, forse, anche essere circondati di imbecilli, i discendenti di quegli altri coevi di Leonardo). Non si riesce a percepire come la pensino realmente, anche perché il giorno dopo smentiscono con parole e fatti ciò che fino al giorno prima sembrava impossibile dicessero o facessero. Basta guardarsi intorno come le bandiere, le felpe, le divise cambino colore immediatamente e si tingano di nuance fino a ieri detestate nelle idiosincrasie correnti. La politica è la cartina tornasole più evidente, amplificata dai social fino all’inverosimile. E i social cos’altro sono se non la massima espressione dell’ambiguità? Chi può realmente conoscere l’identità esibita dal compilatore dell’insulto, del commento, dell’elogio dell’oggetto del post? Cose che sembravano irrealizzabili ieri oggi diventano la regola e addirittura materia e antimateria convivono e generano mostri che, sempre nella prospettiva anamorfica, dimensione tardorinascimentale e barocca, grazie, forse, anche agli studi leonardeschi, appaiono come l’unica soluzione possibile e quasi – forse – quella da loro stessi ribattezzata come “corretta”: com’è che non ci s’era pensato prima?

Giocondocchio, libera interpretazione di Gianfranco Anastasi

Non solo la politica, naturalmente, si tuffa nell’oceano dell’ambiguità. Le sue onde agitate ospitano anche gli eventi “culturali” popolari o falsamente elitari che vengono ammanniti al pubblico, più che mai certe esposizioni per i centenari o quelle in cui si “ritrovano” capolavori perduti, come, appunto, il Salvator mundi attribuito a Leonardo, pagato 450,3 milioni di dollari e sparito prontamente dalla circolazione, assai ambiguamente. Come assai ambiguamente la leggenda vuole che stia appeso su una parete di uno yacht-appartamento d’uno sceicco. Sapreste distinguere il vero dal falso? È il fascino dell’ambiguità.

D’altro canto, proviamo anche a pensare all’ambiguità del nome del più celebre e imitato ritratto leonardesco: La Gioconda. Gioconda viene da “gioco”, il cui primo significato è, sì, una manifestazione lieta, forse per il sorriso accennato dalla dama ritratta. Che poi, a guardar bene, potrebbe anche essere un sorriso di compatimento. Ma attenzione, perché gioco ha un’infinità di altri significati e nemmeno poi così secondari. Esistono i giochi enigmistici, per esempio. E La Gioconda ha rappresentato un enigma per molti. Gioco è anche rappresentazione: i giochi olimpici, i giochi senza frontiere, i giochi di Marte (la guerra), e poi i giochi proibiti, il demone del gioco, gioco di mano gioco di villano, e così via. Ma anche gioco come inganno: ti sei preso gioco di me. La Gioconda potrebbe anche essere concepita come un inganno, e tutte le altre gioconde in giro per il mondo, vere o false che siano, potrebbero essere conferma di questa frode globale. Ed ecco così che Leonardo si presta perfino all’interpretazione satanista, coi suoi numeri magici e le sue simbologie, gioco anche quello per i più sfaccendati e annoiati. Di certo Leonardo mai si sarebbe aspettato tutti codesti festeggiamenti. In fondo lui in Francia aveva trovato la sua dimensione pacifica, lui che aveva progettato strumenti di guerra, per esempio la macchina trainata da cavalli colle falci rotanti che, appunto, falcidiavano i nemici. Se la si osserva bene sembra un po’ la carrozza di Cenerentola, con accessori, chissà se Disney si è ispirato. Gli ultimi anni furono dedicati alla ricerca e alle costruzioni civili, con giocattoli meccanici come l’automa del mitico Leone semovente che apriva il ventre colmo di fiori per festeggiare Francesco I, o il progetto del castello di Romorantin, che prevedeva enormi opere idrauliche e murarie, con spostamenti di fiumi e di terre per addomesticare la natura, suo pallino e passatempo da sempre. Non avrebbe certamente mai immaginato che la cifra della sua esistenza, l’ambiguità, avrebbe così affascinato i posteri e le tasche di chi sfrutta le sue (o a lui attribuite) opere in maniera così sfacciata.

Una bella carrozza disegnata da Leonardo per arrivare in fretta alla festa del principe in caso di manifestazioni in centro 

 

Chi più si diverte, comunque, coll’ambiguità sono gli artisti stessi, come Marcel Duchamp che dipinse – scandalosamente! – i baffi alla Gioconda o, in maniera assai più casereccia, il fiorentino Piero Pelù che la riporta come pietra di paragone di bellezza sopraffina in un suo canto del lontano 1991, che si intitola, per l’appunto, Gioconda: Sei bella, sei tuonda, sei cuome la Giocuonda,

dittongando un po’ a piacere, come prescrive il suo dolce stil nuovo.

Forse Firenze è proprio il luogo dove l’ambiguità, e torniamo all’Ammucchiata di Marasco, si è

manifestata meglio nel corso della Storia. Un altro grande fiorentino, Aldo Palazzeschi (nato Giurlani, usando il cognome della nonna materna, altro ago d’ambiguità), scrisse, per l’appunto, proprio una poesia sull’ambiguità dell’artista: Lasciatemi divertire!

Leonardo, pur essendo attento calcolatore di compensi, di stipendi e d’interessi, si sarebbe forse anche divertito vedendo opere altrui spacciate per sue e vendute a cifre siderali. Forse, se non avesse avuto la trombosi e la paralisi della destra, avrebbe cominciato a fare falsi di sé stesso per guadagnarci qualcosa.

 

© settembre 2019 Massimo Crispi

TAG: Aldo Palazzeschi, cenacolo, Codice da Vinci, Gianfranco Anastasi, Gioconda, Isabella d'Este, Leonardo, Marcel Duchamp, piero pelù, Pinocchio, Riccardo Marasco, Rinascimento, Salvator mundi, trash, Ultima cena, Verrocchio
CAT: costumi sociali, Media

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