Se l’emozione diventa un format

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29 Agosto 2016

Scoppia una bomba in un ristorante nel centro di Ansbach, in Germania. Appresa la notizia tramite i social network, come accade sempre più di frequente, accendo la televisione per saperne di più e mi sintonizzo su un canale all-news, che peraltro svolge generalmente un servizio ottimo. Lo fa anche in questo caso, almeno secondo i crismi sui quali vorrei provare a riflettere insieme a voi.

A brevissima distanza dal fatto, sul posto c’è già un efficiente inviato, con relativa troupe. Classica inquadratura in piano americano, sullo sfondo c’è una chiesa che non c’entra nulla con l’attentato, del quale il collega ci parla sulla base delle informazioni a sua disposizione in quel momento. Quasi nulle, ovviamente, dato che siamo nell’immediatezza dell’evento, che non c’è ancora nessuna rivendicazione ed evidentemente gli inquirenti – quand’anche avessero già acquisito qualche elemento – si guarderebbero bene dal condividerlo coi media. Anzi, intorno alla postazione del giornalista c’è una guardia strettissima, che non gli consente di muoversi di un centimetro per andare a procurarsi qualche informazione. Sono misure di sicurezza persino ovvie, che evidentemente vengono applicate ai numerosi inviati degli altri canali, inviati sul posto da ogni parte del mondo.

Così la telecamera resta fissa su un posto vicino, ma estraneo ai fatti, come se per raccontare un crollo in Piazza del Duomo a Milano venissero mostrate le immagini di Piazza Diaz, che è a due passi, ma c’entra poco. Il vero paradosso sta nel fatto che l’inviato racconta un episodio di cronaca, rispondendo anche a precise domande dallo studio, utilizzando gli scarsissimi elementi a sua disposizione, che peraltro sono gli stessi che si potrebbero avere dalla redazione o davanti al computer di casa propria.

Si potrà pensare che si tratti di un caso-limite, visto che la lotta al terrorismo richiede una riservatezza che oggettivamente complica il lavoro dei giornalista. E’ vero, ma lo stesso fenomeno si può osservare per eventi di cronaca molto diversi.

Secondo esempio: efferato delitto in uno sconosciuto paesino di provincia, la troupe vola sul posto e cosa offre ai telespettatori? Solitamente il menù è fisso: inquadratura sulla casa dove si è svolto il crimine o dove abitava la vittima, qualche conoscente di passaggio che si rifiuta di parlare o che dice la sua – generalmente contribuendo poco a chiarire il quadro della situazione – curiosi sullo sfondo, mentre il presunto colpevole o è sconosciuto o è sotto interrogatorio da parte delle forze dell’ordine, evidentemente altrove. Un buon cronista potrebbe rimediare qualche informazione bazzicando appunto la questura o la caserma dei carabinieri, ma stando sul posto può solamente captare gli aspetti emotivi tra chi è più prossimo al fatto accaduto.

Facciamo un ultimo esempio, giusto per cambiare completamente scenario. Sta per svolgersi un evento sportivo di grande importanza, oppure c’è un celebre campione straniero in arrivo all’aeroporto, probabilmente per firmare il contratto che lo legherà ad un club italiano. Immancabilmente, avremo sul posto vari inviati impegnati ad intervistare i tifosi presenti, per sondare i loro umori. Generalmente, finisce che i cori dei fans coprono la voce dell’inviato, mentre in altri casi si assiste a momenti imperdibili di televisione, come quando il povero Paolo Frajese ai mondiali del ’98 si ribellò all’incursione del disturbatore Paolini prendendolo a calci in diretta al Tg1.

Non è giornalismo “inutile”, in quanto si occupa di quello che in gergo si chiama “colore”. Il problema è quando si confondono i piani, attribuendo a tale funzione una valenza marcatamente informativa. E’ ragionevole supporre che l’attentato sia di matrice islamica? E’ vero che si sono trovate tracce di sangue all’ingresso della villetta? Il commissario tecnico ha sciolto gli ultimi dubbi sulla formazione?

E cosa ne può sapere l’inviato? Al limite lo si dovrebbe chiedere ai colleghi che vengono lasciati liberi di cercare notizie, che sarebbe poi il vero mestiere del giornalista.

La sindrome da "embedded" riguarda anche il giornalismo sportivo

La sindrome da “embedded” riguarda anche il giornalismo sportivo

In tutti gli altri casi, dalle “maratone” elettorali delle quali Mentana ha fatto un genere a se’ stante fino agli embedded in zona di guerra, il punto di vista migliore non è certo quello troppo vicino ai fatti. “Ma era davvero rigore?” chiedono sempre più spesso gli allenatori al “bordocampista” della pay tv: la risposta può arrivare solo girando la domanda ai colleghi che stanno in regia e guardano i replay, perché dalla riga laterale si vede esattamente come dalla panchina. Cioè male.

Eppure, non c’è nessun telegiornale e nessuna trasmissione senza questo tipo di inviati, la cui funzione si connette direttamente all’esigenza di dire “io c’ero” o, almeno, “era come se ci fossi”. A molti non basta più che gli si racconti del delitto di Avetrana: vogliono anche vedere la villetta, come se aggiungesse qualcosa alla storia, e capita persino che durante le vacanze alcuni facciano una deviazione per vederla di persona.

E’ un segno dei tempi, della civiltà di un presenzialismo – vero o virtuale – che ha molto a che vedere con la diffusione dei social network e dell’immagine che sostituisce la parola. La sensazione è che nulla sia vero se non lo si può vedere. Da qui nasce il compulsivo postare immagini (non solo testi, anche immagini) di situazioni private, per dare prova della loro esistenza, in primo luogo a se stessi, ma attraverso gli altri. E il mondo dell’informazione si sta allegramente adeguando a questo cambiamento, tendendo a sovrapporre la partecipazione emotiva ad una reale informazione. Dall’infotainment all’emotainment, il passo è breve.

Una volta ai giornalisti si insegnava a distinguere i fatti dalle opinioni. Oggi la melassa non è meno densa, ma ad impastare i fatti sono più le emozioni, che vengono dalle viscere, piuttosto che le opinioni, che nascono dal ragionamento.

TAG: format, giornalismo, inviati, media, sport, televisione, terrorismo
CAT: costumi sociali, Media

2 Commenti

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  1. marina-serafini 4 anni fa

    Articolo drammaticamente azzeccato. Non siamo solo nella “società dell’immagine” , come si sente ripetere ovunque, ma in quella della ipnosi emotiva. La nostra sensibilità viene costantemente sottoposta a overdosi di emozioni costruite, che finiscono per anestetizzarla e renderla inefficiente. Il mondo della “informazione” conta su queste leve facili, che falsificano la realtà dei fatti nella percezione dell’utente, dando loro la connotazione più utile al momento. È sulla scia delle emozioni che l’agire dell’uomo si fa accadimento storico. E cosa c’è quindi di più utile se non la capacità di orientarle per dirigerne le conseguenti azioni? Uno dei modi più diffusi di cui facciamo quotidianamente esperienza è proprio quello, in linea con il più meschino propagandismo medioevale, di utilizzare tanti exempla, tanti “casi educativi” che – seppur fasulli e costruiti ad hoc, come nel caso dei format propinati di continuo- ci raccontino come va vissuta l’esperienza. E siccome sono in molti (attori pagati) a viverla così , allora è proprio il modo giusto cui adeguarsi…..

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    1. lorenzo-zacchetti 4 anni fa

      Grazie Marina. Quello che trovo più allarmante non è tanto il calcare la mano sulle emozioni (che esistono, fanno parte di noi e non sono certamente una cosa negativa), quanto la “confusione” che si fa tra informazione ed emozione. Uso le virgolette perché, come giustamente dici anche tu, su questa confusione ci si può marciare, anche per fini poco nobili o comunque manipolativi

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