Educare contro la violenza. Anche quella contro le donne

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25 Novembre 2017

Nella giornata contro la violenza sulle donne, oltre a ricordare le vittime, potremmo forse fare una breve riflessione su ciò che dovremmo – o non dovremmo – insegnare ai nostri figli. Su ciò che dovremmo garantire alle donne per renderle davvero libere di denunciare e liberarsi.

  • Dovremmo insegnare ai nostri figli a sopportare le frustrazioni, i no, il fatto che una donna (o anche un uomo) può non volerti frequentare, può non voler più stare con te. Dovremmo insegnargli ad affrontare il dolore, ad accettarlo come un fatto della vita. Dovremmo insegnare che non tutto è a “a disposizione” e che non esistono persone che ci appartengono, ma solo persone che decidono di fare un pezzo di strada – lungo o breve che sia – al nostro fianco. E che questo pezzo di strada ha senso solo se siamo liberi.
  • Dovremmo insegnare alle nostre figlie e ai nostri figli che la violenza non è mai segno di amore, che la gelosia, il possesso, il controllo non significano che una persona ci tiene. L’amore è amore. Tutto il resto è egoismo.
  • Dovremmo smetterla di raccontare alle bambine che se il compagno di classe le prende in giro o le spintona durante la ricreazione è perché “gli piaci” e non sa come dirlo. Sembra una sciocchezza, un piccolo gesto consolatorio con cui spiegare facilmente un processo comune fra i più piccoli. Ma nella testa dei più piccoli le cose sedimentano in profondità: se il compagno ti spinge non sta facendo una bella cosa e deve smetterla. Non significa altro.
  • Dovremmo dare a tutte le ragazze e le donne la vera parità, che è parità economica e di trattamento lavorativo. Dovremmo dar loro maggior sostegno se decidono di fare figli e ricordare loro che il lavoro è importante, non come valore in sé, ma perché crea indipendenza e possibilità di scegliere. Una donna senza lavoro, con uno stipendio insufficiente, magari con dei figli da seguire avrà meno possibilità di dire “basta”, anche alle situazioni più difficili.
  • Dovremmo imparare ad ascoltare, a prestare attenzione. Perché i segnali spesso ci sono, ma le famiglie, gli amici, sono troppo presi dalle urgenze del quotidiano per badarci.
  • Dovremmo rifiutarci di acquistare o seguire qualsiasi media che ancora oggi usi termini come “omicidio passionale”, “delitto d’amore”, “accecato dalla gelosia”. Le parole fanno le cose.
  • Dovremmo reagire con forza ai linguaggi sbagliati, senza soffermarci ossessivamente su minuzie di genere. Radicalizzarci su ciò che ha senso rendere radicale.

Dovremmo essere meno indifferenti, non limitarci a piangere le vittime, non dimenticare mai che la violenza nasce dall’ignoranza e ha radici profonde. Essere comunità educante. Contro la violenza, ma anche per un mondo di relazioni migliori.

TAG: 25 novembre, donne, Educazione, femminicidio, genere, violenza
CAT: costumi sociali, Questioni di genere

Un commento

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  1. ferdy 3 anni fa

    Pienamente d’accordo su tutto,Se la pianta non si radrizza da piccola,poi la cosa diventa difficile se non impossibile.Purtroppo si stà vivendo un momento tremendo di lassismo nell’educazione dei più piccoli cominciando dalla famiglia ,alla scuola e alla società in generale.Oggi non si può riprendere un piccolo delinquente a fronte di una qualsiasi malefatta,che rischi di trovarti i genitori giustizieri che difendono il loro pargolo dall’affronto fattogli.Quando avevo io sette o otto anni,l’età della sgarbitù,1942-43,se un anziano ti riprendeva perchè avevi fatto una stupidaggine,non solo stavi zitto,ti vergognavi ,ma pregavi il tuo Dio che non lo raccontasse ai genitori,perchè a casa ci sarebbe stato il resto.Senza parlare del comportamento nell’ambiente scolastico,oggi nelle scuole,a livello di superiori ,a volte non si capisce chi sia l’alunno o l’insegnante,e non va niente bene.

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