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Perché non sappiamo narrare le catastrofi? L’incredulità del crollo di Sant’Andrea

È incredibile – diciamo – come se il crollo del bastione di Sant’Andrea, nel Salento, non fosse pensabile nell’epoca del climate change. Un disastro naturale continua imperterrito ad essere percepito nella categoria dell’alterità. Perché?

16 Febbraio 2026

È impazzito il clima, diciamo, come se fosse tutto ancora normale, tutto ancora controllabile. Come se la colpa fosse del clima stesso e non la nostra.

È incredibile, diciamo, come se il crollo del bastione di Sant’Andrea (l’Arco degli innamorati, come dicono i turisti), nel Salento, non fosse pensabile nell’epoca del climate change.

Un disastro naturale continua imperterrito ad essere percepito nella categoria dell’alterità, come un caso isolato.

Perché? Perché non crediamo seriamente di essere in pericolo? Se lo credessimo, sapremmo anche raccontare ciò che ci sta capitando.

La narrazione di un disastro è spesso essa stessa un ottimo indicatore delle assunzioni di fondo con le quali l’evento viene osservato ed analizzato. Il linguaggio utilizzato in questi frangenti, nel momento in cui l’evento si verifica, è indice della volontà di mantenere un senso di discontinuità e di alterità, utile ad indicare un caso disastroso come uno spartiacque che separi uomo, ambiente e vita sociale nella comunità colpita.

I disastri  vengono quasi sempre posti all’osservazione come fenomeni in-controllabili, in-aspettati, in-prevedibili, in-certi. In-consapevolezza e in-preparazione sono ritenute le caratteristiche principali per tipizzare le condizioni stesse delle vittime. E per vittime s’intendono anche i residenti di una comunità orfani del crollo di un simbolo.

Lo stesso utilizzo di termini quale “evento”, oppure “emergenza senza precedenti” rinforza l’idea che si tratti di un momento contingente, breve, sporadico nel tempo e nello spazio. Un evento di cui ci si occuperà dopo, quando saranno le comunità stesse a dover trovare la forza per ripartire e dimostrare “una grande capacità di reazione”.

Come ci ricorda Hewitt, nell’eufemismo che suona ufficiale, i disastri sono ‘unscheduled events’, ossia ‘eventi non programmati (Hewitt, 1983, p.10)

Non sappiamo pensare la catastrofe imminente. Questo è il vero problema. E, non sapendola pensare, non la sappiamo raccontare a noi stessi quando essa avviene, ci travolge, ci trapassa come una spada nella nostra stessa identità.

 L’antropologo indiano Amitav Ghosh nel suo libro La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile (Neri Pozza, Vicenza 2017) definisce la società occidentale come “cieca” di fronte a sé stessa.

Talmente cieca da essere ostaggio della categoria dell’impensabile.

Noi, cioè, non sapremmo pensarci in maniera cosciente e responsabile nel momento in cui abitiamo un luogo difficile, ci muoviamo su un territorio devastato, distruggiamo un ambiente inquinandolo, ci troviamo a girare in mezze maniche a novembre o con il maglione e l’ombrello in pieno luglio.

Sapersi pensare mentre si agisce implicherebbe una certa capacità di guardarsi da una prospettiva esterna, del resto; da un punto di vista critico e, dunque, con una certa responsabilità. Senza questo sguardo su noi stessi dal di fuori, altro non saremmo che, appunto, ciechi, bendati nel momento in cui tutto capita. Avremmo, secondo Ghosh, già fatto una scelta di comodo: quella di pensare a noi stessi da una prospettiva  placida, scartando tutte quelle che ci obbligherebbero a criticare il nostro operato in maniera cosciente e coscienziosa.

Pensiamo solo nella maniera in cui il nostro pensiero ci garantisce sicurezza, normalità, difesa delle nostre convinzioni.

Eppure “…il mondo non ci circonda, ci costruisce da parte a parte”, scrive Michel Serres nel suo libro Il mancino zoppo.

Ed è proprio questa verità che ci fa scartare tutto ciò che ci appare come impensabile. Perché è per noi intollerabile attivare un pensiero che confuti le nostre azioni e le delegittimi.

È un circolo vizioso dal quale non se ne esce, o meglio non se ne vuole uscire, lasciando campo libero all’indifferenza e l’indifferenza è essa stessa azione irresponsabile.

L’appartenenza ad una comunità e ad un luogo crea un’esperienza incorporata, un habitus per dirla con Bourdieu che fa rientrare nella normalità tutto ciò che viviamo e facciamo, un conformismo e un orientamento all’abitudine. Eccola “la grande cecità” di cui parla Ghosh, o ancora la condizione di “non vedere di non vedere” di cui parla Hein von Foerster.

Così accade che per molti, se tutto si è distrutto, non è perché non si è compiuta alcuna azione di protezione prima, o proprio perché ci siamo messi da soli in pericolo con le nostre azioni distruttive dell’ambiente che ci circonda. Per molti, per troppi negazionisti, se tutto si è distrutto, innanzitutto non ci si crede.

Dopodiché, messi di fronte alla devastazione, spaesamento e stupore saranno i sentimenti dominanti. Districarci tra abitudini irresponsabili, appartenenze sociali che generano indifferenza del mondo e variazioni di comportamento è, per troppi di noi, ancora impensabile.

Incredibile, purtroppo.

 

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