Cinema

Io volevo ucciderla

Il regista Di Costanzo torna in carcere anche in questo film, come nel precedente, ARIAFERMA. Ancora una prova di grande cinema civile.

16 Febbraio 2026

E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire (Franco Battiato)

«E’ solo in presenza della volontà di proteggere i peggiori e i più deboli fra noi, che possiamo tutti star certi che i nostri diritti saranno tutelati» (Sentenza del 6 giugno 1995 della Corte costituzionale del Sudafrica)

 

E’ disponibile su Sky in programmazione normale e quindi per tutti, il film ELISA (2025).

Il regista, Leonardo Di Costanzo, torna ad esplorare un corso degli eventi simile a quelli di cui ha dato ottime prove fino ad oggi: storie di reclusione e di costrizione della libertà.

La vicenda è tratta da una storia vera raccontata in un libro di due criminologi: Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell’incontro.

Libro e film ripropongono domande ineludibili per ogni coscienza umana: è giusto dare voce a chi esercita violenza? Serve a qualcosa? Attraverso incontri e dialoghi un omicida può guadagnare una verità utile a sé e al mondo? L’incontro con il dolore può trasformare?

Di Costanzo aggiunge al racconto del libro una sequenza di immagini che tra spazi e sguardi, tra prossemica dei corpi e tempi dei dialoghi scrutano da vicino il volto di Barbara Ronchi, attrice protagonista di grande spessore, preservandone l’ambiguità e il mistero.

Perché il film si concentra sul lato oscuro di un personaggio che sfugge agli stereotipi della devianza psicologica o sociale. E quindi su un profilo difficile da inquadrare e definire. «L’immagine che ho di lei non corrisponde a ciò che leggo sui giornali», confessa a un certo punto l’agente Radice, una guardia carceraria che sembra aver preso particolarmente a cuore Elisa.

Per intendere il suo percorso di cui il film racconta i colloqui con un criminologo che l’aiuta nel recupero della memoria e del confronto con sé, può essere qui utile riportare una convinzione espressa con determinazione da Adolfo Ceretti nella sua autobiografia, Il diavolo mi accarezza i capelli – memorie di un criminologo: «Io rifiutavo, e rifiuto, spiegazioni eziologiche del crimine e delle condotte criminali. Ciò che già mi interessava, seppure ancora in controluce, era il comportamento violento, che non credo possa essere spiegato in senso deterministico come fosse il puro e semplice esito, inevitabile, di una malattia mentale o di un ambiente sociale o familiare, di provenienza. L’uomo non è una decalcomania delle sue malattie, né dell’ambiente in cui vive o delle strutture sociali che lo sovrastano, bensì è un attore sociale…penso che ciascuno di noi internalizzi delle forme di dominio e di potere filtrandole attraverso il proprio sé. Esiste sempre una dialettica tra l’uomo e il mondo, e quindi uno spazio di libertà per essere antagonisti».

Restituita alla propria libertà interiore, Elisa può avviare la sua redenzione e il film può procedere nella sua esplorazione fino a giungere su un abisso che seduce e affascina chi ne ha pazientemente seguito gli indizi: «Il mistero di chi provoca dolore è ancora più profondo di quello di chi lo subisce». 

Lo svelarsi di Elisa è percorso dal film con grande pazienza senza giungere a ridurne l’oscurità del tutto. La grammatica del cinema mostra un processo nel suo farsi e indaga le relazioni tra esseri umani nei chiaroscuri e nelle ambiguità, nei piccoli ma fondamentali passi che permettono a Elisa di incominciare a guardare al di là della propria colpa.

E così si materializza la sfida lanciata dal film come lo stesso regista l’ha descritta: «Mi auguro che il film sappia porre domande, più che offrire risposte, e che possa generare nel pubblico quello stesso spaesamento etico e affettivo che ha guidato il mio sguardo durante la scrittura e la regia».

Il film ha anche raccolto critiche e perplessità ma è, a mio avvisto, compiuto nel condurre lo spettatore a scrutare la materia incandescente delle emozioni che interpellano il valore dell’umanità, oltre ogni giudizio morale o sentenza giudiziaria.

E’ un film intimo e di grande impatto civile.

Tra i suoi meriti vi è l’ evocazione della “giustizia riparativa”, «tema solo accennato nella scena dell’incontro tra il criminologo ed una scettica Valeria Golino (vittima incredula di altro reato che però, incuriosita, segue le lezioni del professore): il breve dialogo tra i due rimanda ad una giustizia dell’incontro che nel costruire senso, questa volta attraverso il dialogo tra vittime e rei, non giustifica gli atti degli aggressori né naturalmente cancella il dolore, ma ha come presupposto l’idea vincente di curare il male senza produrne altro, offrendo un’alternativa alla vendetta, consentendo alla vittima e al colpevole di confrontarsi rispetto al dolore “reale” del reato. Il tema, come dicevamo solo accennato, serve però al film, dando voce ad una “vittima”, per bilanciare l’idea che incontrare il male serva a giustificarlo o, peggio ancora, a perdonarlo. Non è questo il punto: il male va certamente indagato e compreso, ma innanzitutto narrato senza sconti per il suo autore e nel rispetto del dolore della vittima» (Marcello Bortolato).

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