Cinema
Vite difficili. Tre grandi film che raccontano il nostro paese
Se è vero che la commedia all’italiana ha saputo almeno in parte raccontare la storia del nostro paese quali potrebbero essere alcuni titoli ideali che meglio rappresentano l’evoluzione dell’Italia dal dopoguerra al presente? Intendendo con presente quello contenuto nei titoli che mi appresto a suggerire; una selezione ristrettissima e soggettiva, suscettibile di aggiunte e approfondimenti. Ma, personalmente, se dovessi tirare fuori dal mazzo tre titoli, non avrei dubbi nella scelta. Questi film sono “Una vita difficile” (1961, Dino Risi), “Il padre di famiglia” (1967, Nanny Loy) e “C’eravamo tanto amati” (1974, Ettore Scola). Benché si tratti di una scelta personale non ho molti dubbi che questi tre film rappresentino perfettamente il modo di raccontare l’Italia del dopoguerra, grazie alla loro struttura che prosegue di decennio in decennio. Ma quali sono i punti in comune e le differenze tra questi tre titoli?
Nel 1961, ai piedi del boom economico, Risi realizza il suo capolavoro assoluto. La storia racconta di una coppia, conosciutasi grazie al fato che porta Silvio ed Elena a incontrarsi, grazie al fatto che Silvio, partigiano, trova rifugio nella pensione della madre della ragazza; la quale lo salverà da un soldato tedesco che si era insediato nell’alberghetto e aveva scoperto che Silvio era un rifugiato. Da questo episodio Silvio ed Elena, affrontando tutti i pregiudizi e lanciandosi nell’avventura sentimentale in primis e politico-esistenziale poi, attraverseranno tutto il dopoguerra sino al nascente boom. Un racconto perlopiù drammatico, che vede Silvio affrontare costantemente la disfatta dei propri ideali, pur esortato da Elena, che lo spinge addirittura a tenare la laurea come architetto. Dopo tante umiliazioni, Silvio accetterà l’offerta dell’industriale Bracci (Claudio Gora), scoprendo però di esserne diventato il valletto. Alla fine del film Silvio si riscatterà dalla situazione in cui era finito, con una memorabile scena, tra le più amate del repertorio del grande attore Romano (e che non svelo qui, per chi non lo avesse mai visto). Il film racconta non solo le vicissitudini di una coppia che vuole essere coerente con gli ideali della resistenza ma a fianco fa scorrere alcune tappe importanti della futura repubblica. Dalla ricerca dell’oro di Dongo, al referendum monarchia-repubblica (la scena della cena dove la coppia viene raccattata per strada da un conoscente di origine nobile per non essere in tredici a tavola) sino al rampantismo vincente di un paese che dopo un decennio di ricostruzione si avventurava nella sfrenata corsa alla ricchezza. In questo film Sordi dipinge uno dei ritratti di italiano più riusciti della sua carriera, lasciando nel cassetto buona parte del suo repertorio comico, per una figura drammatica e patetica, seppur con momenti di ilarità. Ben accompagnato da una splendida Lea Massari, nel ruolo di Elena, figura femminile forte e non compromessa.
E proprio di figura femminile come di referendum monarchia-repubblica si parla nel film di Nanny Loy; un trait d’union tra le due pellicole, in quanto il film si apre con i tafferugli avvenuti durante lo spoglio delle schede del referendum. Marco (N. Manfredi) architetto socialista , mentre cerca di saltare su un furgoncino per salvarsi dalla celere, incontra Paola (L. Caron), monarchica. I due si innamorano, a dispetto delle famiglie, che non vedono di buon occhio l’unione. Già dalla cerimonia nuziale abbiamo a fuoco un modo di vedere l’Italia che si evolve: Marco accetta una cerimonia cattolica ma non accetta i sacramenti in quanto ateo. Questo compromesso si ribalterà nel corso del film, con la trasformazione degli ideali di Paola. Benché il titolo faccia pensare a Manfredi come figura centrale, è in realtà Paola la vera forza motrice della loro esistenza, interpretata da una a dir poco magnifica Leslie Caron, sempre lì lì a rubare la scena al pur splendido Manfredi. Marco, che fa l’urbanista democratico e lavora per un’associazione che si oppone alla cementificazione selvaggia, cerca di risolvere le crisi esistenziali, economiche e sentimentali in chiave egoistica. Cerca rifugio in un’amante (C. Auger), sta quasi per accettare un lavoro per un’impresa privata, dissuaso da Paola in extremis, accusa la moglie di avergli tagliato le ali nella riuscita di una carriera anche a causa delle non desiderate nascite di quattro figli che, educati modernamente col metodo Montessori, sono quattro angeli scatenati. Il film vede un Loy in stato di grazia, capacissimo nel gestire le scansioni temporali con accenni veloci ma penetranti (come la sequenza in cui si assiste alla proiezione di una panoramica su Roma sventrata dal cemento). Alla fine l’obbiettivo passa da Marco a Paola, la quale ha sacrificato tutto per la famiglia alla quale si aggiunge un cameo sapidissimo di Ugo Tognazzi come anarchico venditore di abiti che si insedia nell’ambito familiare. Una parte scritta per Totò che purtroppo morirà a riprese appena iniziate. Benché relegato a piccole apparizioni, il personaggio dell’anarchico outsider ha modo di spostare l’attenzione sulla figura della donna, la quale, al termine del film si rivelerà la vera eroina del racconto
.
Devi fare login per commentare
Accedi