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Teatro, Danza e Musica a Venezia: una Biennale dei nostri tempi
Presentati in Laguna i programmi dei Festival di Teatro, Danza e Musica della Biennale 2026 curati da Willem Dafoe, Wayne McGregor e Caterina Barbieri. Aprirà Biennale Teatro dal 7al 21 giugno. La Danza si terrà dal 17 luglio al 1 agosto. Chiuderà la Musica dal 10 al 24 ottobre.
VENEZIA _ E’ una Biennale aperta al mondo, attenta ai suoni e alle immagini, al movimento e ai corpi, in cerca di dialogo e armonia. In un momento difficile e complicato per la vita del pianeta, con le guerre in Medio Oriente e Ucraina, i dati allarmanti di una crisi climatica drammaticamente in crescita, la più importante rassegna culturale d’Italia, e tra le maggiori a livello mondiale, che riunisce assieme i festival di teatro, musica e danza,muove il radar a trecentosessanta gradi richiamando artisti ed ensemble da tutto il mondo. Da giugno a fine ottobre nella città lagunare finirà in vetrina lo stato dell’arte di chi ricerca e sperimenta le arti espressive in tre distinti cartelloni costruiti in modo certosino dai rispettivi direttori artistici. Stavolta inoltre, si celebrerà anche il primo ventennale della Biennale danza. Ed è proprio nel programma “Time Does Not Exist” progettato da Wayne McGregor che si ritrova “il perimetro aperto di un ben preciso spazio – dice nel suo intervento d’apertura di conferenza stampa il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco – che invita all’esplorazione di quell’idea del tempo che non è la linearità di ieri, oggi e domani, ma, ancora una volta, come insegna la fisica, e il confronto con Carlo Rovelli è d’obbligo, e come insegna anche la fisica che abbiamo ereditato dai presocratici, quella sfericità che ci riporta ad un’idea del tempo che si reinventa”. Coreografia che diventa cioè “tessuto dinamico di temporalità”. In questo i tre programmi “esplorano la dimensione centrale dell’esperienza artistica dal vivo intesa come tramite necessario per rinnovare, ogni volta, la percezione della realtà di chi partecipa a un evento performativo”.
Come accade in “A Child of Sound”, programma di Biennale Musica pensato da Caterina Barbieri dove, suggerisce Buttafuoco, ricorda “lo squarcio nel tempo e nel divenire, dello stesso essere che si determina dalla risata di Krishna bambino. E quella risata dell’infante ci accompagna al primo dei suoni che noi ricordiamo: e che diventa impronta per ognuno di noi”. Da qui la spinta di questa rassegna a scoprire “lo stato d’ascolto puro, puerile, qualcosa di genuino e infantile che precede lo stato originario… al passo che precede il linguaggio…” L’ascolto del bambino come “una forma di fiducia e apertura verso il mondo che l’arte può riattivare”. Allo stesso modo la musica è un processo di trasformazione e catarsi.

Infine in “Alter Native”, terzo capitolo, oggetto della edizione numero 54 del Festival di Teatro diretto da Willem Dafoe dove “il teatro viene qui indagato nella sua essenza più profonda di pratica che nasce dal rito e dall’incontro umano”. Nel “vedersi per rivedersi, nel conoscersi per riconoscerci”, un continuo movimento fatto di incontri delle diverse drammaturgie mondiali in cui “la centralità del corpo si relaziona nella viva presenza del pubblico”. Riconoscimento di un vissuto, di “qualcosa che credevamo di sapere ed è quindi una riscoperta, un ritorno a qualcosa che, nella presenza del corpo diventa messa in opera di un racconto, l’eterno grande romanzo che accomuna proprio nella messa in scena il senso stesso dell’umano”
Teatro (dal 7 al 21 giugno)
Il Festival dedicato alla scena internazionale diretto dall’attore americano Willem Dafoetiene la barra dritta nel viaggiare sulla stessa strada aperta lo scorso anno, in una edizione ricca di stelle e ben posizionata su una serie di maestri che hanno segnato mezzo secolo di ricerca contemporanea nella scena. Da Elisabeth LeComte del Wooster Group a Thomas Richards, da Eugenio Barba a Thomas Ostermeier fino ad arrivare agli ultimi protagonisti come Milo Rau. Al centro della ricognizione compiuta da Dafoe e i suoi due assistenti e consiglieri Valentina Alferj e Andrea Porcheddu, c’è il corpo e la presenza dell’attore e la poesia. Con loro è nata anche la scelta di titolare questa edizione Alternative, o meglio “Alter Native”. “L’idea – ha spiegato Dafoe – è stata quella di attribuire alla parola “Alter”il cambiamento e “Native” alla propria natura. Oppure “Alter” come altro e “Native” come la cultura di provenienza. Il concetto di fondo che ha guidato nella scelta di gruppi e compagnie è stata di “invitare opere provenienti da contesti teatrali diversi da quelli commerciali e istituzionali occidentali. È la mancanza di familiarità che ci permette di riscoprire le origini del teatro e di risvegliare il contatto essenziale tra l’artista e lo spettatore”.
Da qui un anedotto personale riguardante gli albori della carriera dell’attore americano, utile per capire la filosofia che ha guidato il lavoro compiuto questo anno sul cartellone.

“Quando avevo 19 anni, la compagnia teatrale americana con cui lavoravo fu invitata al Mickery Theatre di Amsterdam dal grande produttore olandese Ritsaert ten Cate. Credo che uno dei motivi per cui ci invitò – ricorda Dafoe – fosse che ci considerava sinceri e autentici, anche se forse non così dinamici come molte delle compagnie internazionali che furono ospitate lì dal 1965 al 1991. Negli anni in cui ho lavorato lì, ho visto Peter Brook, Bread and Puppet, Tenjo Sajiki, Meredith Monk, Squat Theatre, The People Show e molti altri. Opere provenienti da tradizioni e culture diverse che hanno messo in discussione il mio modo abituale di vedere le cose e mi hanno offerto una nuova prospettiva per apprezzare l’essenza più pura del teatro”. Quella essenza del teatro però oggi è probabilmente, secondo il direttore di Biennale Teatro, andata nel tempo a corrompersi. “Negli ultimi trent’anni la professionalità delle arti – sentenzia amaro Dafoe – ha paradossalmente appiattito la sua anima nella corsa al raggiungimento di standard, parametri e “aspettative del settore”; gran parte del lavoro è diventato sovraprodotto, standardizzato e prevedibile. Ciò che un tempo sembrava grezzo, urgente e personale ora spesso appare levigato al punto da diventare identico”.
“E’ nelle crepe che risiede l’arte realmente unica, non nella levigatezza” afferma l’attore americano. Attualmente “manca lo spirito amatoriale, non come mancanza di abilità, bensì come terreno fertile in cui il rischio, l’imperfezione e l’originalità possono respirare”. In questo senso ha precisato il direttore di Biennale Teatro, è rimasto colpito ed ispirato dalla “presentazione postuma della Biennale Arte 2026 di Koyo Kouoh e il suo titolo In minor keys, che esplora l’arte, autentica e vitale, in luoghi insoliti”.
Il programma.
Posto d’onore al Leone d’oro di questo anno, la regista Emma Dante che, sulla scia di Camilleri e Sciascia ha portato alla ribalta la sua terra, la Sicilia, “affrontando con coraggio temi scomodi e dolorosi. Dal suo debutto nel 2001, la regista sicula ha sviluppato una visione artistica propria, riconoscibile per la sua forza ed emozione”. Emma Dante presenterà “I fantasmi di Basile”, ispirato alla raccolta di fiabe “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile.

Il Leone d’argento, il regista greco-albanese Mario Banushi, classe 1998, debuttò nei giorni della pandemia con “Ragada” nell’appartamento del suo insegnante ad Atene. La sua seconda opera “Goodbye Lindita” venne presentata nel 2023 ad Atene seguita da“Taverna Miresia”. I tre lavori raccolti sotto il titolo di “Romance Familiare” saranno messi in scena insieme per la prima volta a Venezia in collaborazione con la Fondation Cartier pour l’art contemporaine.
In programma opere di autori provenienti da diverse parti del mondo: dalla Cina all’India, dal Giappone alla Nuova Zelanda, Africa e Indonesia.
Dalla Grecia, Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis presentano “Cries”concerto-spettacolo contemporaneo all’aperto che mescola poesia, canto e drammi antichi in scena al Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio. La compagnia indiana di Sharmila Biswas presenta invece “Mischief Dance”, reinvenzione della danza tradizionale Odissi.
Il collettivo di danza-teatro indonesiano Bumi Purnati Indonesia metterà in scena due opere: “Under the volcano”, diretta da Yusril Katil, e “Hikayat Perahu/The tale of Boat”, diretta da Sri Qadariatin, entrambe basate su leggende e testi della fine del XIX secolo. Dal Ruanda arriva il tributo teatrale e musicale “Hewa Rwanda, Letter to the Absent” di Dorcy Rugamba, dedicato alla sua famiglia, uccisa in casa il primo giorno del genocidio ruandese contro i tutsi. “Star Returning: Venice”, rituali, lotte e tradizioni del popolo cinese Yi è proposto dal regista samoano Lemi Ponifasio, uno dei maggiori registi e coreografi neozelandesi. Il regista giapponese Satoshi Miyagi (erede del maestro Tadashi Suzuki) con il suo Shizuoka Performing Arts Center presenterà “Mugen-Noh Othello” che reinventa Shakespeare alla luce del rituale del teatro Mugen-Noh.
Torna a Venezia il regista napoletano Davide Iodice protagonista lo scorso anno di un superbo “Pinocchio”. Stavolta presenterà il nuovo progetto “Promemoria” messo in scena con i residenti della casa di riposo San Giobbe di Venezia. “Promemoria” affronta il tema della memoria, ponendo al centro i racconti e la vita degli anziani che risiedono nelle strutture di accoglienza.

Tornerà anche la regista Silvia Costa con la versione definitiva di “Tacet” , testo di Jacopo Giacomoni, vincitore del College Drammaturgia dello scorso anno. Al grande regista americano Robert Wilson l’Archivio della Biennale allestirà una esposizione nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustiniani. Evento speciale di Biennale Teatro sarà il concerto della grande cantante originaria del Benin, Angelique Kidjo accompagnata dal pianista antillano Thierry Vatton. Biennale Teatro ospiterà anche gli spettacoli diretti da Marco Plini della Scuola Paolo Grassi di Milano, di Giorgio Sangati della Scuola del Teatro Stabile del Veneto e di Arturo Cirillo della Scuola del Teatro Nazionale di Napoli. Ci sarà anche un nuovo college di undici performer under 30 della durata di un mese guidati da Simon McBurney,Evangelia e Mary Randou, Silvia Costa e lo stesso Willem Dafoe.
Attenzione al nuovo.
Biennale College anche quest’anno presenta un regista e due drammaturghi under 30, selezionati tramite bandi nazionali e a seguito di varie fasi di valutazione. Sarà Alberto Colombo Sormani a debuttare sul palcoscenico del Festival con “Imago Vocis | spacetime in-between”. “Un raro mix di ambiguità e audacia. Un progetto lungimirante”, così lo ha definito Willem Dafoe scegliendolo. Davide Pascarella e Bruna Bonanno sono vincitori del bando biennale dedicato alla nuova drammaturgia. “Bacio Sogno Autodistruzione”, definita dal suo autore “la rappresentazione pubblica di un viaggio intimo e privato” verrà presentato in forma di lettura scenica daAlessandro Businaro, che alla Biennale aveva già partecipato con lo spettacolo “George II” ed è stato da poco nominato direttore artistico junior del Teatro Stabile del Veneto. “Aka Jolly Roger” di Bruna Bonanno è infine una “drammaturgia pirata” secondo i Motus che firmeranno la mise en lecture del testo. Quest’anno il corso di drammaturgia sarà tenuto da Fabrizio Sinisi e il workshop sulla critica teatrale in collaborazione con Roberta Ferraresi insieme a Massimo Milella. Conversazioni, incontri, tavole rotonde con gli artisti e le artiste saranno guidati da Maddalena Giovannelli e Andrea Porcheddu, giornalisti e critici di teatro.

Danza (dal 17 luglio al 1 agosto)
“Time Does Not Exist”. Cioè il tempo non esiste. Almeno per come lo si intende in termini convenzionali. Lo sostiene il fisico Carlo Rovelli, celebre per i suoi studi sulla gravità quantistica e sulla filosofia della scienza. Cosa centra questa tesi scientifica con la danza contemporanea? A svelarlo è lo stesso Sir Wayne McGregor, coreografo di fama internazionale e direttore artistico di Biennale Danza, catturato dalle teorie di Rovelli che mettono in discussione la percezione tradizionale del tempo come entità continua e suggeriscono invece che il tempo sia profondamente intrecciato con il tessuto della fisica e la nostra comprensione dell’universo.
“La nostra percezione del tempo, sostiene Rovelli – ha spiegato McGregor durante la presentazione del festival – è soggettiva, influenzata dai processi cognitivi, e, a livello quantistico, il concetto tradizionale può fallire completamente. Il tempo è un prodotto di relazioni e stati in evoluzione, non un aspetto fondamentale della realtà, il che invita a un profondo ripensamento del modo in cui concettualizziamo il tempo”.
Le idee dello scienziato sulla non linearità e la molteplicità del tempo hanno influenzato l’artista inglese nell’immersione della storia di Biennale Danza. Così dice McGregor“rivisitando in modo sistematico e cronologico questa eredità, attingo all’archivio, cercando di tornare indietro nel tempo e riflettere, prendendo dalla storia i personaggi, gli eventi e le storie del passato. Ne emerge un puzzle effimero, che offre solo un’ombra delle esperienze vissute, ma che sono comunque grato di poter toccare. Ancora e ancora, i danzatori, le coreografie, i concetti, le fotografie, le opere, la conoscenza, l’intelligenza si fondono, si sovrappongono e si incorniciano – a volte in percorsi paralleli, separati da anni e da artisti, altre volte in ramificazioni simili ad alberi, fiumi di immaginazione e innovazione che si aprono la strada nella natura selvaggia – fuori dal tempo e fuori sincronia rispetto a tutto ciò che li circonda. Questo archivio vivente crea un corpo non palese con una coscienza che va oltre – molto più ampia del nostro sé”. A questo punto il coreografo di rende conto che “il tempo non esiste – e che fondamentalmente gli artisti della danza lo hanno sempre saputo, invitandoci a provare meraviglia e curiosità per la natura della realtà”.

Gli artisti che saranno protagonisti di questa edizione per McGregor sono simili e diversi d quelli che in precedenza hanno esplorato attraverso i loro lavori “molteplici linee temporali, prospettive e realtà”. Considerando così il tempo in modo non lineare si scoprirà che “passato e presente si intrecciano e gli eventi esistono in uno stato di probabilità piuttosto che in sequenze fisse”. Agli spettatori vengono in questo modo proposte diverse e molteplici interpretazioni. McGregor conclude così che “questo approccio affascinante incarna e riflette i più recenti principi scientifici della sovrapposizione quantistica -l’eccezionale capacità di più cose di occupare lo stesso spazio o di esistere simultaneamente in tutti i possibili stati. Forse inconsapevolmente, coreografi, danzatori e pubblico sono sempre stati segretamente degli esperti in materia”. Ecco come la “nostra concezione del tempo in continua evoluzione” sta ridefinendo “la nostra prospettiva in vari campi, arti comprese”. Si prenda esempio, ha continuato il direttore artistico, “l’idea di entanglement nella meccanica quantistica, secondo cui le particelle possono essere interconnesse indipendentemente dalla distanza. Gli artisti hanno sempre intrapreso collaborazioni tra diversi mezzi espressivi, culture e periodi storici, creando opere che riflettono una coscienza condivisa o un’esperienza umana collettiva. Questa interconnessione, evidente in gran parte delle opere della Biennale Danza 2026, incoraggia un’esplorazione più profonda di come le storie individuali e collettive plasmino l’espressione artistica e la nostra comprensione fondamentale della realtà.”
L’edizione 2026 sviscera “i temi della memoria, dell’identità e dell’esistenza incoraggiando il pubblico a riflettere e percepire il proprio legame con la vita”. L’auspicio di Wayne McGregor è che nel futuro la Biennale Danza possa diventare così un “punto d’incontro tra creatività, innovazione e arte a livello globale”. Insomma “un rifugio dell’immaginario e del possibile senza tempo”.

Il Programma
Saranno 140 gli artisti protagonisti dei 60 appuntamenti di Biennale Danza, tra cui: nove prime assolute, tre prime europee, 8 prime nazionali.
Si parte con il Bangarra Dance Theatre, Leone d’oro alla carriera. La compagnia australiana, che promuove e celebra le culture aborigene e delle isole dello Stretto di Torres presenterà “Terrain” coreografia di Frances Rings con la colonna sonora di David Page. Dice McGregor: “ Evocando il potere del corpo e della terra che convergono per portare lo spirito nel luogo, sentiamo i legami ancestrali che uniscono le persone al Paese: una ricca spina dorsale culturale che si estende attraverso le generazioni”.
Leone d’argento all’artista sudafricana Mamela Nyamza che a Venezia presenterà “The Herd/Less”, commissionata da Biennale Danza: abbraccia il doppio significato della parola “gregge” inteso come gruppo di animali o uomini che convivono in modo armonioso ma anche collettivi controllati attraverso strumenti culturali o fisici. “The Herd/Less” è “una rappresentazione di disperazione e sfida, la detonazione di un armamentario sistematico e simbolico della falsità nelle nostre realtà”. Una co-commissione di Biennale e prima assoluta è “Five Days in the Sun” di Emanuel Gat: “tesse una narrazione ampia che esplora temi come l’amore, la mortalità, la trasformazione e la catarsi”.
In prima mondiale “When, If Not Now?” della Winn Dance Company, – una nuova compagnia di danza di artisti che hanno 40 anni e più (inclusa la danzatrice superstar Diana Vishneva). Questa compagnia sfida i limiti imposti dagli standard di settore per dimostrare che “che arte, passione e talento nella danza non hanno una data di scadenza”.
In una prima mondiale e co-commissione della Biennale, il leggendario coreografo John Neumier si unisce a Imre+Marne van Opstal e a Roma de Jesus in “Scirocco”, un progetto composto di due capitoli: “Death in Venice” e “Bridge of Sighs”.
Adam Linder è un artista pionieristico e interdisciplinare che sviluppa una pratica originale per “esplorare come la coreografia si relazioni al desiderio, al valore, alla tecnologia e alla psiche collettiva”. Nel suo ultimo lavoro per il Danish Dance Theatre, “Drip Tekhne”,immagina come l’evoluzione plasmi i nostri corpi trasformandoli in strumenti per la danza.

La danzatrice e coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana va alla ricerca di un vocabolario tra corpi e storia per capire cosa li leghi e cosa li distingua. In “Fampitaha, fampita, fampitàna”, che significa “paragone, trasmissione e rivalità in malgascio, quattro corpi, incluso il chitarrista Joël Rabesolo, si sfidano, si scelgono a vicenda e si purificano dagli (strati di) violenza che li costituiscono”. Lo spettacolo è presentato come una linea di dialogo riscoperta tra i figli delle diaspore e i loro luoghi di origine.
Perché, 80 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, abbiamo ancora guerre? A porsi questo interrogativo – ha raccontato il direttore di Biennale Danza- sono “due artiste multidisciplinari provenienti da paesi molto diversi, con una storia di animosità reciproca che hanno iniziato la loro collaborazione con questa domanda. Eiko Otake, cresciuta nel Giappone del dopoguerra, vive a New York dal 1976, e Wen Hui, cresciuta in Cina durante la Rivoluzione Culturale, ora vive a Francoforte, in Germania. Concepito, coreografato e interpretato da Wen Hui e Eiko Otake, “What Is War” esplora le relazioni personali, culturali e nazionali con la guerra portate alla luce dalle storie represse di cui raramente si parla apertamente tra genitori, nonni, famiglie, amici e tra noi stessi”.
Il celebre lavoro da solista dell’enigmatica coreografa Molissa Fenley, “State of Darkness”, trova una nuova vita a Venezia, eseguito da un’acclamata danzatrice della nuova generazione, l’americana Cassandra Trenary. Fenley ha raccontato McGregor, “rimane una forza vitale nella danza, non solo come coreografa ma anche come performer”. La settantunenne è stata la principale interprete della propria opera fin dal suo successo sulle scene alla fine degli anni ‘70, con pezzi caratterizzati da rigore atletico e ritmo propulsivo. “Alla Biennale Danza 2026 potremo assistere dal vivo a questo uragano nel suo “Bardo” ( l’assolo che aveva concepito per Keith Haring nel decennale della scomparsa dell’artista)”.
I coreografi Omar Rajeh e Mia Habis invitano vari artisti di diversi retroterra culturali e artistici a unirsi a loro in un processo creativo collettivo. L’obiettivo è creare una serata di performance interattiva che apra la possibilità di condividere lo spazio con il pubblico. “Dance People” è “un evento artistico festoso e gioioso che critica le strutture di potere e la supremazia”.

“Tempo” è invece opera dell’artista visivo, mago e regista Kalle Nio che fonde magia, arti visive, cinema, storia dell’arte, circo e teatro in un linguaggio artistico unico. In collaborazione con il coreografo brasiliano Fernando Melo, l’opera esplora il tempo, la sua percezione, accelerazione, decelerazione e la sua fine. Al centro della performance, dice Mc Gregor c’è “un evento apparentemente insignificante che assume proporzioni enormi, rivelando la fragilità della vita. Genialità che sfuma i confini”.
La coreografa, regista e cineasta Elle Sofe Sara attinge dalla cultura Sami, cultura indigena delle zone settentrionali delle nazioni oggi conosciute come Svezia, Norvegia e Finlandia e dall’oblast di Murmansk in Russia per l’opera “Láhppon/Lost” .
“In una sorprendente collaborazione con il Norwegian National Ballet e la coreografa Hlín Hjálmarsdóttir, con la musica di Valgeir Sigurðsson, “Láhppon/Lost” è una narrazione fisica della ribellione di Kautokeino del 1852 – una delle più violente nella storia sámica – un punto di svolta dopo anni di conflitti tra i sami e le autorità danesi-norvegesi”.
L’artista e coreografo italiano Andrea Salutri, con “Invisible”, e il coreografo e danzatore neozelandese Oli Mathiesen, con “Just Between Me and Jesus”, sono i vincitori del bando nazionale e internazionale dedicato alle nuove coreografie, selezionati tra un numero impressionante di candidature: 700 domande tra artisti e compagnie.
“Ancora una volta – ha raccontato il direttore di Biennale Danza -, 16 giovani danzatori provenienti da tutto il mondo e due giovani coreografi saranno in residenza alla Biennale Danza 2026, partecipando a classi, workshop, lavori di repertorio e, soprattutto, creando nuove opere. Avendo l’obiettivo di presentare i più grandi artisti di danza viventi al mondo a Biennale College, siamo felici che i partecipanti possano lavorare quest’anno con due delle più importanti innovatrici della danza del XX e XXI secol: Molissa Fenley e Maxine Doyle”.

Musica (dal 10 al 24 ottobre)
Caterina Barbieri, la giovane direttrice di Biennale Musica racconta che il significato del titolo di questa edizione, “A Child of Sound”, nasce dalla considerazione che “la musica è l’infanzia dello spirito”. Cioè “un’esperienza che riconnette a uno stato primigenio di apertura, vitalità e potenza creatrice. La grazia del bambino che guarda il mondo con lo stupore del primo sguardo, o meglio del primo ascolto, rispettandone il mistero, è la stessa grazia con cui la musica sa disarmarci”. In questo “è la logica del linguaggio e ci colpisce nella parte più viva, pura e sofferta del sentire. La musica è anche cantare il dolore della nascita, la perdita dell’unità fusionale, per ritrovarla nell’estasi dell’unisono sonoro. Per molti artisti, la musica è uno strumento di purificazione e guarigione fin dall’infanzia: un processo naturale di catarsi, tramite cui trasformare il dolore del mondo in bellezza e proteggere così l’essenza umana”.
“Un bambino di suono” afferma Barbieri è allora “il punto di partenza per costruire una Biennale Musica che prima di tutto restituisca al suono il suo profondo valore di catarsi collettiva”. Caterina Barbieri cita la compositrice e visionaria mistica benedettina dell’Alto Medioevo Hildegard von Bingen la quale descrive “la musica come “terapia dell’anima”, un ponte tra cielo e terra, una “sinfonia delle creature” alla quale ogni essere vivente partecipa. Nei monasteri da lei fondati, il canto era parte integrante della vita quotidiana, inteso come atto spirituale, in grado di elevare e connettere l’umano alla sua armonia originaria”.
“Squarcio sul divino – prosegue la direttrice di Biennale Musica– la musica rende materiale l’immateriale facendosi incarnazione fugace e del mistero, come il bambino che vive vicino al segreto delle cose e ne rispetta l’indicibile. Come l’infanzia che vive nel qui e ora, la musica ci riporta alla sacralità del presente, rivelando ciò che di eterno vi è nel tempo”. E riflette come oggi sia addirittura vitale “riappropriarsi del silenzio, nell’onnipresenza del frastuono quotidiano”. Il silenzio come prima condizione dell’ascolto, “seme da cui germogliano tutte le melodie del possibile”. Il concerto allora è “un’occasione unica per fermarsi, ripartire dal silenzio per mettersi in ascolto ed entrare in connessione con sé stessi e con l’altro, lasciandosi disarmare dalla musica”. Prendendo ispirazione dal bambino di suono come simbolo di rivoluzione e guarigione al contempo, La Biennale Musica 2026 proporrà un programma inedito di prime assolute e lavori site-specific coinvolgendo “alcune delle voci più interessanti, innovative e multiformi della musica contemporanea, al di là di una rigida distinzione di genere, epoca e stile, in linea col percorso di curatela già intrapreso l’anno scorso. Il programma include molte commissioni originali e opere collettive, che esplorano modalità di ascolto dinamiche e partecipative”.

Il Programma
Caterina Barbieri ha spiegato come i progetti che saranno presentati al Festival riguardano un ampio spettro di pratiche e genealogie sonore con la presenza di “figure pionieristiche della sperimentazione radicale e nuove voci della composizione contemporanea”. “A Child of Sound”, propone un programma inedito di opere al di là di una rigida distinzione di genere, epoca e stile. Vere icone della improvvisazione e dell’avanguardia sono Keiji Haino, Leone d’oro della Biennale Musica 2026, e Laraaji, maestro della meditazione sonora e della musica ambient.
Il Festival si aprirà con una processione di giovani chitarristi fino all’Arsenale, così ha anticipato Barbieri, due commissioni originali per giovani chitarristi in movimento affidate alla compositrice danese ML Buch e al compositore veneziano Gigi Masin, che presenterà anche una nuova esecuzione del suo album di culto “Wind”.
Tra le nuove voci della composizione contemporanea la canadese Kara-Lis Coverdale, con la prima assoluta di “Changes in Air”, e Sarah Davachi, Leone d’argento della Biennale Musica 2026, che oltre il suo lavoro solistico per organo da camera, presenterà una nuova commissione di Biennale per l’ensemble italiano Pmce e coro. Il programma intreccia repertori storici e contemporanei, dal dialogo tra Ennio Morricone – con la prima esecuzione mondiale di “Musica per una fine” basata su una poesia di Pier Paolo Pasolini– Johann Sebastian Bach, Anton Webern e Sarah Davachi – fino alla musica sacra rinascimentale interpretata dai The Tallis Scholars, in un programma che attraversa Hildegard von Bingen, Gregorio Allegri, Arvo Pärt e una nuova commissione di Coverdale.

Il festival, ha raccontato ancora Barbieri esplorerà inoltre “pratiche musicali rituali e transculturali con il Mazaher Ensemble, custode egiziano della tradizione dello zār, e con la prima mondiale della collaborazione tra l’artista americana Lyra Pramuk e il percussionista iraniano Mohammad Reza Mortazavi” mentre “in una prospettiva transculturale e afro-diasporica si inserisce anche il progetto del chitarrista italiano Walter Zanetti, che con “Cantos Yoruba de Cuba” traduce nella dimensione intima della chitarra classica i ritmi e le strutture rituali dei tamburi batá della tradizione afro-cubana della Santería”. Una sezione del Festival è anche dedicato al minimalismo elettronico italiano. Accanto al veneziano Gigi Masin, pioniere dell’ambient elettronica, e a Francesco Messina, che presenta una rilettura del leggendario “Prati Bagnati del Monte Analogo”, emergono alcune delle voci più coerenti della scena elettronica contemporanea: Marta De Pascalis, con la prima mondiale di un nuovo lavoro costruito su stratificazioni ipnotiche di sintetizzatori analogici e tape loops, e Grand River, che presenta in prima assoluta un nuovo progetto per chitarra ed elettronica in via di pubblicazione sulla storica etichetta avant-garde Editions Mego”.
Per quanto riguarda il versante della sperimentazione eletronica e audiovisiva si va dal compositore keniano Kmru con lo spettacolo multisensoriale “As Nature”, la pioniera giapponese Phew, e figure di culto della scena techno come DJ Nobu e Carrier, affiancate da artisti di nuova generazione quali Loidis e la dj Liwutang. Le traiettorie della dance globale emergono inoltre nello showcase dell’etichetta Príncipe con Nídia, DJ Firmeza e Helviofox, accanto alla scena Singeli di Dar es Salaam con Jay Mitta, Pili Pili e Dj Travella.
La chiusura del festival è affidata all’orchestra francese Onceim, che presenta nuove opere orchestrali tra scrittura e improvvisazione di Ellen Arkrbro e Caterina Barbieri, seguita dalla prima italiana della compositrice e cantante scozzese Clarissa Connelly, prima dell’epilogo danzante affidato allo showcase Singeli.
“In questo mosaico di prime assolute, commissioni originali e progetti site-specific – ha concluso Caterina Barbieri – la Biennale Musica 2026 mette in dialogo genealogie musicali lontane e nuove forme di ascolto collettivo, riaffermando la musica come spazio di ricerca, trasformazione e esperienza condivisa”.

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