Filosofia

La nostalgia dei valori assoluti (che non sono mai stati assoluti)

La morale universale di C.S. Lewis: un collage di citazioni decontestualizzate spacciato per legge eterna. Che piace tanto ai predicatori evangelici americani.

12 Marzo 2026

Meglio conosciuto per Le cronache di Narnia, uno dei maggiori successi letterari del Novecento, C.S. Lewis è stato negli anni Quaranta anche un apologeta di primo piano del cristianesimo nel mondo anglosassone, il difensore dei valori della fede contro il progredire della civiltà moderna. Una carriera pubblica che ebbe una battuta di arresto nel 1948, quando si trovò a dibattere al Socratic Club di Oxford con la filosofa Elizabeth Anscombe, allieva di Ludwig Wittgenstein, e le prese di santa ragione. Non smise di occuparsi di cristianesimo, ma con toni meno battaglieri; dopo la morte per cancro della moglie, la scrittrice Joy Davidman, scrisse A Grief Observed (Diario di un dolore), un libro pieno di dubbi in cui si affaccia perfino l’idea di un Dio malvagio.

In questi tempi in cui il fondamentalismo cristiano prende piede negli Stati Uniti e non solo, non sorprende la ripresa degli scritti di Lewis da parte dei più aggressivi predicatori evangelici. L’ho trovato, ad esempio, nel recente Leadership and Emotional Sabotage (Canon Press, 2024) di Joe Rigney, noto e discusso per certe sue tesi contro l’empatia. Da Lewis in quel libro riprende questa affermazione:

Non credo che Dio abbia creato un mondo ugualitario. Credo che l’autorità del genitore sul figlio, del marito sulla moglie, di chi è istruito sulla persona semplice facesse parte del piano originale tanto quanto l’autorità dell’uomo sulla bestia.1

Del Lewis apologeta Adelphi pubblica ora L’abolizione dell’uomo, il testo di un ciclo di conferenze tenute nel 1943 al King’s College di Newcastle. Un libretto che svela un pensatore molto più raffinato di quanto lascerebbe supporre il passo sopra citato.

Lewis parte da un documento apparentemente irrilevante, la pagina di un libro per la scuola elementare, per compiere un’analisi della crisi della società contemporanea. Due persone, un uomo e una donna – la scena è ripresa da Coleridge – osservano una cascata. Per l’uomo la cascata è sublime, per la donna è bella. Il giudizio sull’uomo, si legge nel testo scolastico, non riguarda la cascata, ma i suoi sentimenti riguardo alla cascata. Ed ecco l’analisi e la denuncia di Lewis. Un tempo il mondo aveva caratteristiche tale, che era possibile esprimere giudizi di valore su ogni cosa; esisteva un ordine delle cose, per cui alcune, particolarmente nobili, meritavano senz’altro la nostra ammirazione, senza che essa potesse essere declassata a mera emozione individuale. Con una scelta infelice, Lewis chiama Tao la convinzione che esista un ordine cosmico al quale corrisponde una legge morale universale. Cita anche lo Rta indiano, che sarebbe stato forse più adatto, anche se meno pronunciabile, magari accompagnato dal Dharma come legge morale e sociale che ci consente di conformarci all’ordine cosmico.

C’è molto altro, nel libro. Nell’ultima conferenza Lewis si sofferma in particolare sul tema della tecnica, con alcune osservazioni che acquistano un valore quasi profetico alla luce degli ultimi sviluppi della tecnologia, dall’onnipresenza degli algoritmi allo sviluppo rapidissimo dell’Intelligenza Artificiale. Qui però voglio soffermarmi sul Tao. Ciò che chiama Tao, scrive Lewis, si può chiamare anche “Legge Naturale o Morale Tradizionale o Princìpi Primi della Ragione Pratica o Primi Luoghi Comuni” (p. 53); l’importante è riconoscere che esiste un fondo morale oggettivo, universale, assoluto. La negazione di questo ha per Lewis la conseguenza devastante di condurre alla fine stessa dell’uomo, ridotto ai suoi impulsi più elementari proprio quando si illude di aver dominato la Natura attraverso la tecnica.

Diamo per buona la tesi. Esiste il Tao. Ma cos’è? In che consiste questa Legge Naturale? In appendice al libro Lewis raccoglie una serie di testimonianze su questa morale universale, che per lui è tale perché tutta l’umanità deriva da un unico ceppo. La prima legge è quella della beneficenza. Non fare il male, fare il bene. Una delle sue più antiche formulazioni si trova in Confucio: “Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non farlo ad altri” (Analecta, 15.24)2. La versione positiva e affermativa di questo principio si trova nel passo del Levitico, 18, 18: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”, ripreso poi da Gesù. Fermiamoci ora su Confucio. Non dovremmo fare ciò che non vorremmo che fosse fatto a noi stessi. Ma cosa non vorremmo che fosse fatto a noi stessi? Non ci piace  subire violenza, più di qualsiasi altra cosa. E la violenza può essere di diversi tipi: fisica, psicologica, culturale, sociale, strutturale. Nessuno, tra le altre cose, vorrebbe essere sminuito e disprezzato, a meno che ovviamente non vi siano ragioni per farlo. Leggiamo adesso un altro passo degli Analecta confuciani: “Il Maestro disse: ‘L’uomo nobile di animo non è un utensile”3. Tutte le competenze pratiche e le attività utilitaristiche, come l’agricoltura o il giardinaggio, sono considerate da Confucio indegne dell’uomo nobile, che si rammaricava di aver dovuto fare da giovane lavori manuali. Sono idee che si possono condividere o meno, ma una cosa è chiara: con queste convinzioni, Confucio sta facendo a molte persone – tutti coloro che fanno lavori manuali – qualcosa che non vorrebbe mai che fosse fatto a lui stesso: sta squalificando e disprezzando.

Consideriamo un altro punto della Legge Naturale. Il settimo punto è quello che Lewis chiama Legge della misericordia. E comprende, tra l’altro, questo passo: “Mai si dovrebbe colpire una donna, nemmeno con un fiore” (p. 103). Si tratta di un passo del Manusmṛti (La legge di Manu), che però Lewis cita di seconda mano. Diamo uno sguardo anche a questo testo. C’è in effetti qualcosa di simile nel testo indiano: “Se una donna è radiosa, l’intera famiglia è radiosa, ma se lei non è radiosa l’intera famiglia non è radiosa”4. Purtroppo però non c’è solo questo. Nel capitolo V  stabilisce la sostanziale schiavitù della donna, che “non deve fare nulla in modo indipendente, nemmeno a casa (propria)”; da bambina dev’essere sotto il controllo del padre, da adulta sotto quello del marito, da vecchia sotto quello dei figli. E deve “servire costantemente il marito”, anche quando questi si comporta male.5 Come uno schiavo o un figlio, la moglie può essere frustata con una corda o una canna di bambù spezzata, ma solo sulla parte posteriore del corpo6. È questa la misericordia cui pensa Lewis?

Nella sua Legge Naturale Lewis inserisce anche – e gliene siamo riconoscenti – i doveri verso i bambini e i posteri. E cita ancora Confucio: “Il maestro disse: ‘È bene considerare i giovani con un senso di timore'”(Analecta, 9.23). Il resto del passo spinge a una interpretazione un po’ lontana dal semplice rispetto del bambino, ma teniamo pure Confucio. Manca però la Bibbia. Per il cristiano Lewis è naturalmente la prima fonte della Legge Naturale (e divina). Ma che dice dei figli? Ecco: quando i figli saranno caparbi e disubbidienti, i genitori li condurranno dagli anziani e lo faranno lapidare da tutti gli uomini della città (Deuteronomio, 21.18-21). Volere di Dio.

Si potrebbe continuare a lungo, ma dovrebbe essere chiaro che la presunta Legge Naturale è un collage fragilissimo fatto con tessere astratte dal loro contesto e sagomate di proposito. Una Legge Naturale non è mai esistita, così come non sono mai esistiti valori assoluti. Confucio, come chiunque, era un essere umano che occupava una certa posizione sociale, e dunque pensava e vedeva il mondo alla luce di quella posizione. Un suo successore, Mozi, un carpentiere esperto nella costruzione di fortificazioni difensive, metterà in discussione il pensiero confuciano dal punto di vista di un lavoratore. E così ovunque. Nell’India antica la sapienza vedica stabilisce un preciso ordine sociale, conforme all’ordine cosmico. Ma l’economia cambia, la classe dei commercianti diventa sempre più ricca e potente, e quell’ordine sociale sta stretto: e nascono così filosofie e religioni nuove, come il Jainismo e il Buddhismo, che rifiutano le caste.

Che non esista alcuna morale assoluta può sembrare una cattiva notizia. La cattiva notizia, invece, è che c’è ancora chi vi crede. Perché non c’è nulla che spinga alla violenza – e alla violenza più atroce – della convinzione di agire secondo la morale assoluta o la Legge Naturale o il volere di Dio.

 


1 Citato da C.S. Lewis, Membership, in The Weight of Glory: And Other Addresses, HarperOne, New York 2001, p. 168.
2 “Non imporre agli altri quello che non desideresti per te stesso”, nella traduzione di Tiziana Lippiello (Confucio, Dialoghi, Einaudi, Torino 2006, p. 189).
3 2. 12, ivi, p. 15.
4 Le leggi di Manu, Adelphi, Milano 1996, III.60, p. 134.
5 Ivi, p. 200.
6 Ivi, p. 369.

Foto di K. Mitch Hodge su Unsplash.

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