Chiara Faggiolani parla della funzione della lettura nella società di oggi

Letteratura

“Leggere è abitare uno spazio nuovo”. Intervista a Chiara Faggiolani

Leggere oggi significa abitare uno spazio cognitivo e simbolico complesso, in cui la parola scritta convive inevitabilmente con altre forme di linguaggio.

12 Aprile 2026

Come è cambiata la lettura negli ultimi anni con l’avvento dei social e in generale del digitale che ha di molto cambiato le abitudini di vita e l’uso del tempo libero? E come può essere rilanciata una pratica tanto fondamentale per la crescita e in generale per la formazione individuale e di un’intera società? Lo abbiamo chiesto a Chiara Faggiolani, professoressa di Biblioteconomia presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne dell’Università di Roma Sapienza dove dirige il Laboratorio di Biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle biblioteche BIBLAB e il Master in Editoria, giornalismo e management culturale. Faggiolani è tra gli altri del saggio Libri insieme. Viaggio nelle nuove comunità della conoscenza (Laterza)

Cosa significa per Lei oggi leggere in un tempo in cui le immagini inevitabilmente prevalgono sulle parole?

Significa soprattutto uscire da uno sguardo dicotomico. Leggere oggi significa abitare uno spazio cognitivo e simbolico complesso, in cui la parola scritta convive inevitabilmente con altre forme di linguaggio. Sbaglieremmo a pensare alla lettura come a una cosa sola… a un atto lineare e isolato. Questo ci farebbe perdere di vista il collegamento inevitabile tra la lettura e tutto il resto delle esperienze e dei media che attraversiamo quotidianamente. Un esempio illuminante di questa prospettiva è offerto da Peter Mendelsund in quel bellissimo libro che è Cosa vediamo quando leggiamo, dove si mostra in modo straordinariamente chiaro come la lettura sia un processo attivo di costruzione di immagini mentali e di senso, un atto che coinvolge non solo il testo, ma l’intera esperienza cognitiva del lettore.

La crisi della lettura è la punta dell’iceberg di una crisi del consumo culturale?

Più che parlare di ‘crisi della lettura’, io preferisco parlare di una trasformazione profonda delle pratiche di consumo culturale, di cui la lettura rappresenta una manifestazione particolarmente visibile, ma non isolata. In questa prospettiva  ciò che osserviamo non è tanto una contrazione quanto una riconfigurazione dei modi in cui le persone accedono, attraversano e attribuiscono valore ai contenuti culturali, inclusi i libri e, più in generale, le storie.
Due sono gli elementi critici a mio avviso: il primo è la crescente polarizzazione dei comportamenti. Da un lato, il consolidamento delle pratiche di partecipazione culturale in specifiche fasce della popolazione e dall’altro il rischio di esclusione progressiva per altre. Tale dinamica è il risultato dell’intreccio di diversi fattori. Vi è innanzitutto una dimensione materiale, legata alla presenza e accessibilità delle infrastrutture culturali, una dimensione simbolica, particolarmente rilevante per le giovani generazioni nel rapporto con il libro come oggetto culturale e una dimensione economico-sociale, che incide in modo significativo sulle opportunità di accesso e partecipazione. In questo quadro, la partecipazione culturale dovrebbe essere intesa non solo come opportunità, ma anche come un vero e proprio determinante sociale della salute. Alla base delle criticità osservate si colloca, inoltre, una persistente separazione tra il mondo della cultura e quello dell’educazione e dell’istruzione, che limita la possibilità di costruire percorsi integrati e inclusivi di accesso ai contenuti culturali. L’esempio più evidente, in tal senso, è rappresentato dalla strutturale assenza, o per essere più cauti potremmo dire l’estrema debolezza, delle biblioteche scolastiche, che priva una parte significativa della popolazione di un presidio fondamentale di accesso precoce e quotidiano alla lettura.
La seconda criticità è il fattore tempo, quello che io chiamo il tempo umano…che si sta erodendo. La partecipazione culturale è un modo anche per riappropriarcene.

Si parla spesso di dati di lettura drammatici per l’Italia, ma è davvero così? Dove scontiamo un ritardo rispetto al resto d’Europa e dove invece lei rileva una difficoltà comune?

In Italia i dati sulla lettura sono spesso definiti drammatici, e in parte è vero: gli ultimi dati Eurostat ci collocavano tra i fanalini di coda. Scontiamo un ritardo legato alle infrastrutture culturali, a un divario Nord-Sud ancora molto marcato e – cosa centrale – a un accompagnamento sociale della lettura meno strutturato rispetto ad altri Paesi. Allo stesso tempo, molte difficoltà sono comuni: il rapporto ambivalente dei giovani con la lettura e la competizione con altri media digitali rappresentano sfide condivise in gran parte d’Europa.
Va inoltre sottolineato come leggere e partecipare alle attività culturali possa essere visto come una pratica salutogenica, capace di promuovere benessere, resilienza e qualità della vita. Su questo fronte, in Italia abbiamo ancora ampi margini di lavoro, ma stiamo assistendo a una crescente proliferazione di pratiche ed esperienze, accompagnata da un lavoro di sistematizzazione molto importante, come quello promosso dal Cultural Welfare Center.

Come può essere definita oggi la lettura? Ci sono diverse modalità di lettura?

Oggi la lettura merita di essere considerata più che come un’attività lineare e isolata come dicevo prima come un’esperienza dinamica ed espansa, situata dentro un ecosistema culturale ibrido. Grazie al progetto di rilevante interesse nazionale (PRIN) NEREIDE (NEw Reading Experiences In the Digital Ecosystem), realizzato dall’Università Roma Tre coordinato da Gino Roncaglia con l’Università Sapienza, dove ho coordinato l’unità di ricerca, abbiamo individuato nella lettura aumentata una chiave interpretativa particolarmente efficace di questa trasformazione.
Di cosa parliamo? Di un comportamento ormai diffusissimo, spesso inconsapevole: mentre leggiamo un testo, su carta o in digitale, incontriamo un riferimento, un nome, un concetto che ci spinge a uscire temporaneamente dal testo principale per cercare informazioni aggiuntive, spesso attraverso un secondo schermo. La lettura diventa così un’esperienza espansa, fatta di continui passaggi tra testi, fonti e media diversi.
Questa dinamica è anche crossmediale: accade, ad esempio, quando guardiamo un film o una serie e contemporaneamente cerchiamo informazioni sugli attori, sul contesto storico o su un tema emerso nella narrazione.
Alla luce di queste trasformazioni, dunque, la lettura oggi non è più una sola, ma si articola in diverse modalità: una lettura lineare e immersiva più tradizionale; una lettura aumentata che integra più fonti e livelli informativi; una lettura intermittente e frammentata nel tempo certo ma anche una lettura crossmediale, intrecciata con altri consumi culturali; una lettura sociale, che si sviluppa attraverso comunità di lettura, book club, silent reading party, ritiri letterari ecc. Dal mio punto di vista, la sfida principale non consiste nel ricondurre la lettura a un modello novecentesco, storicamente e generazionalmente consolidato, bensì nel riconoscere queste traiettorie evolutive in atto. Ciò implica la progettazione e l’implementazione di politiche, pratiche e ambienti in grado di sostenere la lettura all’interno di un ecosistema culturale profondamente trasformato, contribuendo così alla sua progressiva “rinegoziazione” come pratica ordinaria della vita quotidiana. In sintesi, abbiamo bisogno di un accompagnamento sociale della lettura.

Di contro si avverte invece un aumento di partecipazione nei gruppi di lettura. Ritiene che questa sia una strada valida restituire forma alla lettura come elemento sociale?

Parallelamente alla diffusione della lettura aumentata, negli ultimi anni ho concentrato la mia attenzione su un’altra modalità che, osservata attraverso le lenti canoniche, potremmo definire non tradizionale: la lettura socializzata a cui ho appena fatto riferimento. Mi riferisco all’insieme di esperienze che vanno dai gruppi di lettura ai silent book club, fino a tutte quelle pratiche in cui i lettori scelgono consapevolmente di condividere i propri percorsi di lettura e di ritagliarsi spazi di tempo lento dedicati non solo al leggere, ma al confrontarsi su ciò che si è letto. In un mio recente saggio le ho chiamate “comunità della conoscenza”.
La lettura condivisa mostra il potenziale trasformativo del libro inteso come dispositivo, strumento di sviluppo di comunità.
La ricerca che ho coordinato S.T.O.R.I.E. – Storie Trasformative, Opportunità, Relazioni, Inclusione ed Emozioni, promossa dall’Associazione degli Editori Indipendenti ADEI e sostenuta dal Centro per il libro e la lettura  ha evidenziato benissimo questo aspetto mostrando come la crescita dei gruppi di lettura non possa essere interpretata come una semplice tendenza o moda.
Non solo i gruppi di lettura permettono di ricostruire una routine di lettura all’interno di vite sempre più accelerate, restituendo continuità e intenzionalità all’esperienza del leggere ma rendono il libro un mediatore tra persone, capace di attivare conversazioni, riflessioni e occasioni di incontro che difficilmente troverebbero spazio nella quotidianità. In un tempo segnato drammaticamente dalla solitudine è importantissimo ricordarlo.

L’editoria secondo Lei sta affrontando in maniera innovativa la crisi della lettura o la sta subendo? 

Non sento di dare una risposta univoca e come detto non parlerei in assoluto di crisi della lettura ma di trasformazione. L’editoria contemporanea mi sembra si possa collocare in una posizione intermedia: non mi sembra passiva rispetto alla trasformazione della lettura ma non mi sembra neanche in grado di affrontarla attraverso strategie pienamente innovative e sistemiche.
Da un lato intravedo segnali non trascurabili di rinnovamento. In particolare in alcune esperienze soprattutto nell’ambito dell’editoria indipendente emerge un rinnovato orientamento alla progettazione culturale, che per certi versi richiama la figura degli “editori protagonisti” degli anni Trenta del Novecento. In questi contesti si osserva una tensione verso la sperimentazione, non solo nei formati ma anche nella ridefinizione stessa dell’oggetto editoriale, che tende progressivamente a “eccedere” il libro come supporto esclusivo. In alcune esperienze editoriali si intravede un interesse autentico verso i processi di trasformazione della lettura e un rinnovato senso di responsabilità nei confronti della sua promozione. A me sembra di vedere, seppur in forme ancora embrionali, una sensibilità che richiama una  intuizione di matrice einaudiana: l’idea del sistema del libro come unico e indivisibile. Lo affermò l’editore Giulio Einaudi nel 1965. Pur nella distanza storica e nelle evidenti discontinuità rispetto a quel contesto, ci sono segnali che lasciano intravedere una consapevolezza parziale, certo, ma significativa, sull’urgenza di ripensare in modo integrato le condizioni di produzione, circolazione e fruizione della lettura. In modo eco-sistemico.

L’aggregazione editoriale che sta caratterizzando anche il mercato italiano in questi ultimi anni secondo Lei può essere un modo efficace per affrontare la crisi o riduce solo spazi di mercato?

L’aggregazione editoriale favorisce la bibliodiversità? Non voglio evadere la domanda ma la risposta prevede l’uso di questa parola che non è solo un valore simbolico nell’editoria ma a mio avviso una condizione strutturale per la vitalità dell’ecosistema stesso della lettura. E’ la bibliodiversità a garantire la presenza di voci differenti e innovative, la possibilità di proposte culturali non immediatamente orientate al mercato ma capaci di generare senso e di creare mercati nel medio-lungo periodo. E’ a questo che dovremmo guardare.

L’editoria del Novecento è stata caratterizza da un’idea di progetto da Olivetti a Einaudi fino a Feltrinelli, successivamente sconfessata da una gestione manageriale o quanto meno più attenta ai costi. Ne è valsa la pena? Cosa manca all’editoria di oggi rispetto a quella di allora? E cosa andrebbe tenuto di quella di oggi?

La risposta, anche in questo caso, difficilmente può essere univoca, perché ciò che è stato “guadagnato” e ciò che è stato “perso” appartengono a piani diversi.
L’editoria del Novecento, penso in particolare ai nomi che ha fatto, è stata effettivamente attraversata da una forte idea di progetto culturale. L’editore non era un operatore economico ma prima ancora un intellettuale capace di costruire cataloghi come visioni del mondo, di orientare il dibattito pubblico e di assumersi un rischio culturale anche indipendentemente dalla redditività. Pensiamo all’operazione di Giulio Einaudi con la biblioteca di Dogliani che realizza come prototipo di una idea di public library da diffondere in tutto il Paese nel 1963. Pensiamo all’investimento di Adriano Olivetti nelle biblioteche di fabbrica e nei centri di comunità.

Il passaggio successivo verso modelli più manageriali ha introdotto elementi che forse sono stati necessari in termini di razionalizzazione dei processi, di attenzione ai costi e di capacità di competere in un mercato sempre più complesso e globalizzato. Forse in tal senso si può dire “ne è valsa la pena” …. sul piano della tenuta industriale del settore. Oggi però emergono nuove sfide: l’iperproduzione, la sostenibilità economica e la logica pervasiva della esternalizzazione rendono estremamente difficile l’evoluzione delle professioni editoriali. Rispetto a quella stagione si avverte talvolta la mancanza di quella che chiamerei una “intenzionalità culturale”… la qualità alcune volte sembra essere del tutto secondaria.

Nonostante la presenza l’ormai radicata diffusione dell’ecommerce anche per i libri, i dati di lettura al Sud come nelle Isole sono sempre molto bassi. Come rilanciare la lettura in aree così complesse socialmente? E quanto sarebbe determinante una cultura della lettura per rilanciare zone così fragili sotto vari aspetti?

Per rispondere a questa domanda è necessario includere nella riflessione il ruolo delle infrastrutture del libro e dunque spostare lo sguardo: il tema dell’accesso alla lettura non può essere interpretato come una semplice questione di accesso commerciale al libro, perché la disponibilità all’acquisto oggi garantita anche dall’e-commerce  non coincide automaticamente con la possibilità reale di diventare lettori.
Il punto cruciale riguarda a mio avviso la presenza o l’assenza di librerie, biblioteche pubbliche e scolastiche soprattutto. In questo senso, le “infrastrutture del libro” possono essere considerate a pieno titolo determinanti sociali della salute, perché incidono sul benessere individuale e collettivo, sulla partecipazione civica e sulla qualità della vita di un territorio.
Non è casuale, da questo punto di vista, il recente protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute, che riconosce sempre più chiaramente alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico.
Una recente ricerca realizzata dai colleghi dell’Istat ha mostrato che circa il 30% dei comuni italiani vive in condizioni che possiamo definire di vera e propria “siccità culturale”, una percentuale che cresce sensibilmente proprio nelle regioni meridionali.
Alla domanda su come rilanciare la lettura, dunque, la risposta è prima di tutto investire nella creazione di opportunità tenendo in considerazione che la lettura stessa può diventare un’infrastruttura, soprattutto nei contesti in cui mancano spazi formali: quando nascono comunità della conoscenza capaci di attivarsi autonomamente, esse svolgono una funzione infrastrutturale supplente.

Quali politiche culturali secondo Lei dovrebbero invece – sul fronte delle istituzioni pubbliche – essere estese in maniera più radicale? La scuola può ancora avere un ruolo efficace nella diffusione della lettura?

La scuola deve essere il punto di partenza di questa riflessione. Come nelle pratiche di lettura comunitaria dal basso anche in questo ambito c’è una bellezza enorme che merita di emergere. La scorsa settimana, prima a Didacta a Firenze e poi a Sfide a Milano, due eventi di grandissimo rilievo dedicati all’innovazione nella didattica e alla scuola, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con insegnanti di tutti i gradi scolastici, pronti a guidare con passione una trasformazione centrata sullo sviluppo umano. Ci sono pratiche di educazione e dinamizzazione della lettura che nascono dal basso e hanno una forza straordinaria. Il compito delle istituzioni pubbliche è quello di sostenerle e farle fiorire…. sarebbe davvero drammatico disperdere questa ricchezza.

Leggere può ancora cambiare la vita delle persone? E come ha cambiato la sua?

Io ci credo profondamente. Lo vedo accadere in Università, tante studentesse e studenti appassionati me lo dimostrano continuamente. Lo vedo accadere con i miei figli. Lo vedo intorno a me, forse perché ho una particolare sensibilità in questo senso: le storie di trasformazione generate dalla lettura mi attraggono come un magnete. Un ambito in cui questo diventa particolarmente evidente è quello legato alla costruzione della salute: storie condivise, lettura socializzata e scrittura possono davvero sostenere il processo di cura in modo potentissimo. È su questo che sto concentrando gran parte del mio lavoro in questo momento.

Per quanto riguarda la mia vita personale, la lettura ha sempre avuto un ruolo importante, e, banalmente, perché per me è un vero vizio. Mi ha aperto mondi, come a tutti, mi ha aiutata a comprendere meglio me stessa e gli altri, e mi ha dato strumenti per affrontare momenti difficili. Non è tanto la lettura in sé, quanto l’“allenamento alla trasformazione” che essa genera. Il mio rapporto con le storie è una grande storia d’amore: fin dalla laurea in semiotica del testo ho cercato di portare questa passione nel mio lavoro e nella mia vita quotidiana, e continuo a farlo ogni giorno.

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