Letteratura

Dal delitto al processo: una guida per scrivere (e leggere) gialli. Con precisione

22 Marzo 2026

Giallisti sul serio è una godibile e raffinata, come recita il sottotitolo, guida rapida al sistema penale italiano per scrittori (e lettori) di gialli e noir (Morellini editore, pp. 192). L’autore è Giuseppe Battarino, docente di Comunicazione pubblica e istituzionale nell’Università dell’Insubria, già magistrato con funzioni di giudice penale e di pubblico ministero. Ha collaborato per due Legislature con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie. Ha scritto monografie,
note e saggi giuridici. Ha pubblicato romanzi, racconti, testi teatrali e saggi. letterari. È promotore di iniziative di divulgazione della Costituzione. Con lui abbiamo affrontato il delicato tema della rappresentazione della giustizia.

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Giuseppe Battarino, quando è scattata la scintilla per scrivere questo saggio?

Questa idea viene abbastanza da lontano e da un certo punto di vista è preceduta dai miei romanzi e racconti gialli in cui ho tentato di fare quella che potremmo definire una “operazione precisione”. La sensazione di chi legge romanzi e racconti gialli in Italia, ma soprattutto di chi vede film, sceneggiati televisivi, serie Tv è quella di una frequente imprecisione rispetto alla descrizione del sistema penale e soprattutto del procedimento penale. L’esigenza era dunque provare a raccontare in maniera semplice e scorrevole il procedimento penale, raccontandolo proprio in relazione ai prodotti letterari e cinematografici.

Per diventare giallisti sul serio bisogna essere laureati in giurisprudenza?

Assolutamente no… Anzi, ben vengano tutti coloro che hanno voglia di scrivere bene e con precisione. Bisogna però conoscere i meccanismi fondamentali del sistema giustizia, capire come funziona un procedimento penale: dalla scena del delitto fino al processo.

Cosa permette di fare questa conoscenza da un punto di vista narrativo?

Consente di costruire, con l’immaginazione dello scrittore, delle storie che rendano, correttamente, modalità di condotta reale. Se si descrive un interrogatorio di un indagato lo si deve fare con precisione, senza inventare ruoli e modalità che non esistono nella realtà di un sistema penale che sia italiano o, ad esempio, statunitense. Nel libro faccio riferimento a L’angolo rosso di Jon Avnet, bellissimo film americano in cui si parla di un procedimento penale che si svolge in Cina e che denota una conoscenza del procedimento penale cinese.

Che ruolo ha la Costituzione per un giallista sul serio?

È il parametro fondamentale per tutti, non soltanto per i giallisti, non soltanto per il lettore di gialli. Ci serve per esempio a capire che la difesa è un diritto inviolabile e quindi non si possono costruire storie da cui sia escluso il momento della difesa durante le indagini o durante il processo. Oppure, che la libertà personale è inviolabile. Quindi, quando in una storia qualcuno viene privato della libertà lo si deve fare nei modi in cui questo costituzionalmente avviene nel nostro sistema.

In apertura di volume vengono citati il numero di libri, gialli, noir, thriller pubblicati in Italia, un numero molto alto. Cosa ci dice del rapporto autori pubblico a questo numero così rilevante?

Siamo a quasi 3000 pubblicazioni l’anno, un numero abbastanza impressionante che ci dice come il fenomeno della scrittura rispetto al fenomeno della lettura sia da riallineare.

Cos’è la narrativa di investigazione?

È un termine che ho voluto usare sinteticamente per descrivere questo insieme di fenomeni, quello che si chiama giallo, quello che si chiama noir, ma quello che più in generale è un racconto, un romanzo, una sceneggiatura in cui lo schema base è un evento particolare, un evento anomalo in cui il lettore o lo spettatore viene coinvolto per la risoluzione del problema. L’evento anomalo può esserci all’inizio e l’autore può essere già dichiarato come In nodo alla gola di Hitchcock oppure la sua scoperta può essere, come in un romanzo giallo classico, il frutto di un lento avvicinamento. Come estremo opposto di lento e magistrale avvicinamento, prendiamo Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie.

Quand’è che lo scrittore rischia di rompere dal tuo punto di vista il patto con il lettore, in cui si incrina questa fiducia tra chi legge e chi scrive?

Quando ci sono delle modalità di descrizione degli eventi che si succedono in una storia che non si potrebbero in nessun caso verificare nella realtà, quando si raccontano delle anomalie nel comportamento delle persone, nelle procedure. Ad esempio, ho visto di recente uno sceneggiato televisivo in cui c’è un arresto “al volo” da parte di una persona che non può fare un arresto, subito dopo compaiono dei poliziotti che non potrebbero in nessun caso essere lì e così via.

Ci sono delle licenze che si possono concedere per esigenze narrative?

È chiaro che i tempi della narrazione scritta, ma soprattutto cinematografica e televisiva, sono tempi diversi da quelli reali di un procedimento. Quindi si possono saltare dei passaggi, ma l’importante è che si possa passare, ad esempio dalla cattura di una persona sottoposta a una misura di custodia al suo processo senza raccontare tutto quello che succede in mezzo, riprendendo però il filo della storia dal punto giusto.

Dalla sua esperienza anche di lettore, dov’è che si riscontrano maggiori imprecisioni?

Io parlo di un eccesso di poliziottismo. Ne ho scritto recentemente occupandomi del rapporto tra i film poliziotteschi degli anni Settanta e la nostra realtà attuale. Nei film poliziotteschi di allora c’erano degli eccessi di polizia, ma li si dichiaravano come tali. A volte nella contemporaneità, invece, ci sono degli eccessi che però non vengono dichiarati. In questo modo, accade che le persone finiscano col pensare che sia davvero così.

In apertura del libro c’è un capitoletto intitolato “Non siamo negli Stati Uniti”. Quando si pensa agli Stati Uniti non possiamo non pensare a formule del tipo “mi oppongo vostro onore”. Quanto quel tipo di immaginario influenza la nostra narrativa, la nostra produzione cinematografica e di serie TV?

Ha sicuramente un peso. Il sistema statunitense è un sistema molto particolare, è un sistema che ha delle regole processuali sue che sono anche molto spettacolari. In Italia il sistema è diverso, non è nemmeno vero, come si dice, che il nostro sia un processo accusatorio, perché il modello accusatorio è quello statunitense. Il nostro è un processo misto con delle caratteristiche molto originali. Noi non abbiamo un potere di polizia così ampio. Non c’è la giuria. Non c’è il verdetto, ma una sentenza vera e propria. Le differenze sono molte e soprattutto dal punto di vista stilistico e dell’andamento delle indagini. Dobbiamo quindi stare attenti alle differenze rispetto a quel sistema.

Il volume ha dei tratti fortemente cinefili e si chiude con una appendice che è una mappa per orientarsi nella produzione su questo tema.

La mia editor Manuela Losito ha immaginato che venissero sono presentati tutti i film, tutti gli sceneggiati e tutti i libri citati in ordine di apparizione. Il primo a comparire è Georges Simenon.

Se le “forze dell’ordine” è una espressione impropria, perché continuiamo a usarla per raccontare i corpi dello Stato?

“Forze dell’ordine” è un’espressione propagandistica che fa parte di quel poliziottismo eccessivo a cui facevamo riferimento. Si usa questa espressione suggerendo l’idea che la forza produca ordine. Dobbiamo invece parlare di polizia giudiziaria quando investiga. Non bisogna, dunque, parlare di forza, ma di intelligenza investigativa. Nelle indagini, noi abbiamo delle intelligenze investigative.

Ci sono dei casi in cui possiamo usare questa espressione propriamente?

Sono i casi in cui le polizie svolgono delle attività di ordine pubblico. Allo stadio, ad esempio, per regolare l’accesso dei tifosi o quando bisogna garantire la libertà di manifestazione. Ma è un’espressione che personalmente continua a non piacermi.

I giallisti sul serio come si pongono rispetto al referendum del 22-23 marzo? La maggioranza è per il “Sì” o per il “No”? In queste settimane hanno discusso, si sono confrontati?

I giallisti sul serio, e io intendo con questa espressione scrittori e lettori di gialli, mi auguro personalmente che si orientino per la difesa del nostro sistema fatto di principi costituzionali e di un processo penale che, dal 1989, ha separato le funzioni dell’accusa da quelle del giudizio e che funziona bene per i suoi scopi, garantendo i cittadini. D’altro canto descrivere oggi un’indagine vuol dire parlare di un pubblico ministero che già agisce separatamente, a differenza di quanto avveniva prima del 1989, rispetto a chi dovrà giudicare. Non c’è bisogno, dunque, di sostituire sette articoli della Costituzione per essere investigatori-o-giudici-sul serio.

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