Letteratura
Il disimpegno della letteratura
La gestione dell’incertezza individuale mediante la scrittura è un esercizio banale che porta la letteratura a essere considerata uno strumento di benessere personale, piuttosto che di sollecitazione collettiva.
Sarebbe esagerato affermare che, per quanto riguarda il nostro paese, la componente culturale più latitante rispetto agli accadimenti del mondo, inerenti alla geopolitica, ai conflitti e ai comuni disagi di ogni sorta sia rappresentata dalla letteratura contemporanea? Credo di no. E, senza fronzoli, vengo subito al dunque: non possiamo continuare a pensare, in un frangente tanto delicato quanto complesso, che la distanza, ormai preoccupante, tra scrittura creativa e realtà sistemica debba per forza rappresentare un fenomeno che riflette la crisi delle grandi ideologie del Novecento. Nessuno pretende che uno scrittore o una scrittrice debba necessariamente operare da intellettuale, funzionale a una causa teorica. Ma, sant’Iddio, nella schifezza, nell’orrore e nella limitatezza sconcertante dei nostri giorni si deve pretendere che chi scrive libri debba assurgere, in qualche modo, a voce di resistenza esplicita! Trovo aberrante, al di là della sua inutilità, che la narrativa dell’attualità, in special modo quella premiata e che concorre ai premi, tenda a rifugiarsi in una desolante dimensione privata, dove lo scavo psicologico è dato da intrecci ed espedienti tanto superficiali che il diario intimistico di un bravo liceale, a confronto, fa la figura di una complessa ricostruzione soggettiva di Marcel Proust, o Virginia Wolf, della memoria e del tempo. Non ho assolutamente niente contro la letteratura di intrattenimento. Trovo finanche che sia necessaria e lenitiva di una condizione che riguarda tanti di noi. Avrei da ridire, invece, sulle strategie editoriali di chi vuole condurre la letteratura al disimpegno più totale, relegandola nell’infingardaggine e, nei casi più sofisticati, in una bolla oblomoviana di presunta e distaccata superiorità.
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