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Letteratura

Il disimpegno della letteratura

di Oscar Nicodemo

La gestione dell’incertezza individuale mediante la scrittura è un esercizio banale che porta la letteratura a essere considerata uno strumento di benessere personale, piuttosto che di sollecitazione collettiva.

20 Febbraio 2026

Sarebbe esagerato affermare che, per quanto riguarda il nostro paese, la componente culturale più latitante rispetto agli accadimenti del mondo, inerenti alla geopolitica, ai conflitti e ai comuni disagi di ogni sorta sia rappresentata dalla letteratura contemporanea? Credo di no. E, senza fronzoli, vengo subito al dunque: non possiamo continuare a pensare, in un frangente tanto delicato quanto complesso, che la distanza, ormai preoccupante, tra scrittura creativa e realtà sistemica debba per forza rappresentare un fenomeno che riflette la crisi delle grandi ideologie del Novecento. Nessuno pretende che uno scrittore o una scrittrice debba necessariamente operare da intellettuale, funzionale a una causa teorica. Ma, sant’Iddio, nella schifezza, nell’orrore e nella limitatezza sconcertante dei nostri giorni si deve pretendere che chi scrive libri debba assurgere, in qualche modo, a voce di resistenza esplicita! Trovo aberrante, al di là della sua inutilità, che la narrativa dell’attualità, in special modo quella premiata e che concorre ai premi, tenda a rifugiarsi in una desolante dimensione privata, dove lo scavo psicologico è dato da intrecci ed espedienti tanto superficiali che il diario intimistico di un bravo liceale, a confronto, fa la figura di una complessa ricostruzione soggettiva di Marcel Proust, o Virginia Wolf, della memoria e del tempo. Non ho assolutamente niente contro la letteratura di intrattenimento. Trovo finanche che sia necessaria e lenitiva di una condizione che riguarda tanti di noi. Avrei da ridire, invece, sulle strategie editoriali di chi vuole condurre la letteratura al disimpegno più totale, relegandola nell’infingardaggine e, nei casi più sofisticati, in una bolla oblomoviana di presunta e distaccata superiorità.

La gestione dell’incertezza individuale mediante la scrittura è un esercizio banale che porta la letteratura a essere considerata uno strumento di benessere personale, piuttosto che di sollecitazione collettiva. Ora, qui non si vuole tentare di ripristinare la demonizzazione del termine “borghese”, meno che mai affibbiarlo a una letteratura per tanti versi smorta e insignificante, tanto più che non tutta la produzione letteraria nazionale dei nostri tempi è da ritenersi priva di forza di attrazione. Tanto per fare un esempio, abbiamo la fortuna di avere tra noi scrittrici di livello internazionale come Rosella Postorino, che tanto ne Le assaggiatrici, quanto in Mi limitavo ad amare te, due opere di grande spessore tematico e stilistico, ha proposto una prosa straordinariamente emotiva e, al contempo, razionale, attraverso cui giungere a una lettura interpretativa di due diversi periodi della storia moderna, affrontando argomenti specifici del nazismo e delle guerre nell’ex Jugoslavia. Ecco, per Sartre lo scrittore è da considerarsi “impegnato”, termine ormai démodé, quando la sua opera diventa un’azione diretta sulla realtà. Nel suo saggio Che cos’è la letteratura? (1947), sostiene che la prosa sia un mezzo per rivelare il mondo, magari desiderando di cambiarlo. Mentre Pasolini ha dato della realtà una versione tragica e poetica da cui l’approccio letterario, in genere, di qualsiasi fatto sociale non può prescindere se non si vuole correre il rischio di sostituire la considerazione sui meccanismi delle politiche mondiali con l’ossessione sulle politiche della propria identità. Le scuole di scrittura che forgiano il nuovo personale autorale certamente non sono “scuole di pensiero”, ma bisogna pur spiegare a chi aspira di diventare scrittore, o scrittrice, che i confini dell’Io sono infiniti e che le possibilità di coinvolgerlo in una creazione di interesse complessivo e non personale sono altrettante sterminate. Perché continuare, dunque, imperterriti, a prediligere quell’unica strettoia del privatismo sfrenato, priva di luce e di orizzonti, che porta all’autocomprensione e all’autocompiacimento non solo da parte di chi scrive, ma anche di una fetta consistente dell’editoria?

#editoria Lettura libri scrittura
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