Letteratura
L’amore smisurato di Pedro Salinas
Una scelta dell’opera poetica di Pedro Salinas, cantore dell’incontenibile passione amorosa
Nella collana economica “I piccoli grandi libri”, Garzanti ha pubblicato un’oculata e perspicace scelta dell’opera poetica di Pedro Salinas, esponente tra i più rappresentativi della cosiddetta Generazione del ’27, che aveva visto dominare la scena letteraria spagnola con nomi di spicco come Federico García Lorca, Rafael Alberti, Luis Cernuda, Jorge Guillén, rispetto ai quali tuttavia la tematica affrontata nei testi dell’autore madrileno si caratterizzava per l’insistenza su tematiche erotico-sentimentali strettamente biografiche, eludendo gli interessi sociali e politici preminenti nei poeti coevi. Nato a Madrid nel 1891 e morto a Boston nel 1951 dopo molti anni di esilio volontario in diverse città americane, Salinas ha sempre radicato i suoi versi nel totale e disarmato abbandono alla passione amorosa: vibrante, sofferta, entusiasta, incontenibile. Raccontando l’inizio deflagrante di un’attrazione reciproca, il suo perdurare, l’inevitabile e lento spegnersi, ha esplorato sia il candore innocente della fisicità, sia la sublimazione dell’incanto emotivo.
L’incontro con l’ispanista nordamericana Katherine Reding Whitmore, durante un convegno di studi a Santander nell’estate del 1932, le difficoltà subito derivate dalla loro relazione clandestina (lui era sposato con figli, e sua moglie si suicidò dopo aver appreso del tradimento), il trasferimento negli USA, l’esaltazione sensuale, la devozione convinta a un rapporto intensamente voluto, caparbiamente costruito, ma anche sofferto e contrastato, animarono una trilogia che conobbe da subito l’accoglienza ammirata e commossa da parte di lettori e critici internazionali. I tre volumi, La voz a ti debida (1933), Razón de amor (1936) e Largo lamento (1939, pubblicato postumo), si imposero per l’originalità di un linguaggio diretto e sincero, capace di sviscerare evoluzioni e involuzioni del sentimento nella modulazione formale del verso, utilizzando sia limpide e distese armonie come improvvise inversioni di stile, frantumazioni, sospensioni, metafore inaspettate, esclamazioni gioiose, toni interrogativi o fieramente enunciativi.
Ecco, ad esemplificare, alcuni incipit di poesie tratte dalle tre raccolte: “Se mi chiamassi, sì, / se mi chiamassi! //Abbandonerei tutto, tutto getterei via”, “Che allegria vivere / sentendosi vissuto!”, “Mai sta fermo l’amore”, “Non senti / quanto è in allarme il mondo, / il suo tremare? / Ha paura”, “Tu non le puoi vedere; / io, sì”, “Sarai, amore, / un lungo addio che non finisce?”, “Dov’è che sta la salvezza? Lo sai?”, “Ora ti vedo più chiara”, “L’amore, che catastrofe! / Come sprofonda il mondo!” (appropriato ricordare qui l’avvio di una famosa lirica del nostro Giorgio Caproni: “Com’è alto l’amore. / L’amore, com’è bestia”).
Senza finzioni, pudori, censure, Salinas dichiara esplicitamente il sentimento impetuoso, travolgente che lo invade, in un canzoniere che raccoglie solo in parte la tradizione classica, essendo invece più scomposto ed entusiasta, talmente orgoglioso della sua intensità da sfidare la retorica, là dove il canto si fa esteso e abbandonato. Nell’appassionata prefazione, Matteo Lefèvre mette in luce l’istanza gnoseologica di questi versi, che insistono a coniugare l’eros con la scoperta dell’interiorità della donna, innalzandola a un’idea scorporata, “in cui l’amore si fa ricerca morale, illuminazione, ascesi; così il poeta ritrova l’intimità pura, vera dell’amata («il tuo miglior tu»), quella svincolata da qualsiasi dato o attributo contingente”.
Mi piace quindi riportare per intero questa commossa composizione, tratta da La voce a te dovuta, il cui ultimo verso dà il titolo all’antologia garzantiana, perché ben esemplifica il platonismo di Salinas, capace di trasfigurare il dato fisico in una visione più spirituale non solo dei due amanti, ma di tutto il reale e di ciò che sta dietro a esso.
“Le senti come chiedono realtà, / loro, scompigliate, furiose, / loro, le ombre che noi due forgiammo / in questo immenso letto di distanze? / Stanche d’infinitudine, di tempo / smisurato, di anonimia, ferite / da una nostalgia immane di materia, / chiedono giorni, nomi, limiti. / Non possono / più vivere così: sono sul baratro / della morte delle ombre, che è il nulla. / Corri, vieni con me. / Tendi le mani, tendigli il tuo corpo. / Noi due gli cercheremo / un colore, una data, un sole, un battito. / Che riposino in te, fagli da carne. / Si calmerà la loro errante angoscia, / mentre noi le stringiamo / avidamente in mezzo ai nostri corpi / dove avranno riposo e nutrimento. / Si assopiranno dentro il nostro sonno / abbracciato, abbracciate. E così poi, / staccandoci, nutrendoci soltanto / di ombre, tra lontananze, / loro avranno dei ricordi e un passato / di carne e ossa, / per il tempo che hanno vissuto in noi. / E quel sonno affannato / di ombre sarà il ritorno, nuovamente, / alla corporeità mortale e rosa / dove l’amore inventa il suo infinito”.
PEDRO SALINAS, DOVE L’AMORE INVENTA IL SUO INFINITO- GARZANTI, MILANO 2025
A cura di Matteo Lefèvre – pagine 112

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