Letteratura
Nostalgia per l’inesprimibile
Cinque racconti pubblicati nel 1933 da Hermann Broch anticipano le atmosfere e il linguaggio del suo capolavoro, “La morte di Virgilio”.
Sono reduce da un mese di immersione totale nella lettura di La morte di Virgilio, capolavoro di Hermann Broch, nella recente puntuale e impegnativa traduzione di Vito Punzi. Una lettura che mi ha lasciato ammirata e quasi incredula per la profondità concettuale e visionaria della scrittura, che nelle prime duecento pagine si snoda con maestria generandosi vorticosamente da una meditazione all’altra, da una immagine all’altra, intersecandole e riproducendole con una fluidità che apre a orizzonti di pensiero, a squarci di illuminazione fantastica, e che nelle ultime cinquanta pagine descrive (respiro per respiro) le ultime ore dell’autore dell’Eneide, la sua ansia di infinito, il timore di non aver portato a termine la propria opera, l’orgoglio e la delusione, i sogni e gli incubi, gli amori e la loro conclusione, fino alla metamorfosi finale di anima e corpo nel ciclo eterno della natura, confusi tra cielo e mare, mondo animale e vegetale.
Cosa provare a scrivere, quando si esce sfibrati e umiliati dalla propria pochezza, chiudendo l’ultima pagina di una tale accecante prova di grandezza? Nulla. Silenzio. Riflessione su quanto ci è stato consegnato gratuitamente dalla genialità di un artista, insieme filosofo e poeta.
Hermann Broch nacque a Vienna da famiglia ebrea nel 1886 e morì a New Haven nel 1951. Si dedicò alla letteratura dopo i quarant’anni, abbandonando la gestione dell’industria tessile paterna. Arrestato dopo l’Anschluss del 1938, fu costretto all’esilio e si stabilì negli Stati Uniti, dove si dedicò alla letteratura e all’insegnamento universitario. Tra i suoi libri, oltre a La morte di Virgilio (1945), vanno citati I sonnambuli (1931), Gli Incolpevoli (1950) e alcuni racconti.
Appunto i Racconti dello zodiaco, recentemente editi da Castelvecchi, con la traduzione e un’appassionata prefazione di Nino Muzzi, sembrano riassumere in nuce tutte le caratteristiche formali e tematiche della narrativa brochiana. Si tratta di cinque novelle pubblicate nel 1933 che non hanno personaggi e ambientazioni comuni, ma sono legate da un uguale senso di spaesamento e perdita di senso, e da un’aleggiante nostalgia per un mondo che non esiste più. Forse non si tratta solo della consapevolezza di una centralità politica e storica mitteleuropea che va in frantumi, del rimpianto per la finis Austriae di cui parla il prefatore (ricordiamo che il 1933 è l’anno dell’ascesa al potere di Hitler, dell’incendio del Reichstag con la conseguente sospensione dei diritti civili in Germania, in un incubo che si va concretizzando), perché ad esempio i romanzi di Joseph Roth, radicati nella stessa atmosfera di dissoluzione e sconfitta, pur raccontando i fallimenti personali dei loro protagonisti, hanno però sia linguisticamente sia contenutisticamente una linearità comprensibile e condivisibile dai lettori. In questi cinque racconti di Broch, invece, manca proprio la vicenda nella sua struttura, manca la definizione dei personaggi nelle loro azioni e nei loro pensieri. Non è solo, quindi la dissoluzione dell’impero asburgico che sta alla base di queste storie, ma la fine di un mondo intero, determinabile nella sua realtà. Tempo e spazio dopo la scoperta della relatività einsteiniana non sono più gli stessi, il comportamento umano con la rivelazione freudiana dell’inconscio diventa insondabile, la musica si fa atonale, la pittura astratta, e il linguaggio – soprattutto – risulta frantumato dallo sperimentalismo di Joyce, Pound, Eliot, Kafka. Il grande rimpianto di Virgilio morente, secondo l’invenzione di Broch, consisteva nel non essere riuscito a spiegare nell’Eneide il mistero della morte, e quindi del perché si vive. Così questi Racconti dello Zodiaco, raccolti sotto un titolo che rimanda al fascino segreto e insondabile delle stelle, restano vaghi e allusivi anche nelle loro singole intestazioni (Una leggera delusione, Nuvola che passa, Una sera paura, Il ritorno a casa, Lo specchio del mare), senza la pretesa di arrivare a una giustificazione etica dell’esistenza.
Nel primo racconto, il protagonista, solo alla fine indicato col nome di Andreas, si perde camminando lungo una chiassosa strada commerciale, scoprendo minacciosi edifici prima mai notati, per entrare infine in un caseggiato a più piani, enorme falansterio dove si alzano improvvisi muri divisori tra gli appartamenti, scale e pianerottoli che portano a nessun dove, affacciandosi a campagne in dissolvenza e irraggiungibili. Presenze indefinite sono anche le persone che incontra nel suo girovagare nel labirinto di cortili bui, vecchi negozi e uffici, rubinetti gocciolanti e ticchettio di macchine da scrivere. Gli appare una ragazza discinta, di nome Melitta, bionda e con ciuffi di peli giallo-grano sotto le ascelle. Prima tra le indecifrabili figure femminili disseminate negli altri racconti, si occupa della lavanderia in terrazza e gli chiede un aiuto per trasportare il bucato, mentre intorno a loro compaiono e scompaiono ciminiere e giardini, negozianti di pellami e sciami di vespe. Andreas si salva da questo teatrino dell’assurdo salendo sul tram sferragliante che lo riporta nell’abitudinaria quotidianità del suo ufficio.
La giovane donna e il giovane uomo intorno ai quali ruotano il secondo e terzo racconto hanno in comune l’aspirazione a essere ciò che non sono e a diventare altro, in un totale scollamento dalla realtà condivisa dagli esseri umani a loro vicini. La ragazza, pudicamente devota e conservatrice, va a Messa tenendosi stretto al petto il libro delle preghiere, ossessionata dall’ombra di uno sconosciuto che la pedina con intenzioni poco chiare. Scissa tra timore, ansia e desideri repressi, incolpa dell’incresciosa situazione la società troppo permissiva (“La stratificazione del puro sopra l’impuro era distrutta dalla democratizzazione del mondo… in uno Stato ordinato una dama non avrebbe dovuto essere perseguitata dai passi insistenti di una persona inferiore”). Il ragazzo un po’ brillo di Una sera paura si infila di notte in uno squallido bar, inserendosi arbitrariamente nella discussione animata di due fidanzati e vaneggiando di una soluzione purificatrice di annientamento totale di tutti i presenti.
Maggiore concretezza formale e di contenuto presentano gli ultimi due racconti, in cui entrambi i protagonisti maschili, provenienti da paesi stranieri, si introducono in dimore in qualche modo respingenti, o perché troppo aristocratiche, o perché al contrario umilmente plebee. Le figure femminili che li accolgono non rispondono alle loro aspettative di disinteressata ospitalità e protezione, rivelandosi in un caso economicamente interessate e nell’altro volgarmente seduttive. La ricerca di una rinascita spirituale e materiale (“Quale nostalgia l’aveva spinto fin là?”) alla fine trova un nuovo salvifico battesimo non più nella frequentazione delle persone, ma nell’inafferrabilità dell’aria e nell’immersione maternamente avvolgente delle acque marine: “Fluttuante scala che unisce il buio e terreno, il sostanziale e chiuso, alla luce aperta del cielo e tuttavia rimanda ancora all’oscurità dell’incommensurabile, l’aria circonda tutto ciò che esiste, circonda come un etere l’insieme delle cose”; “Quasi esitante, il viandante attraversò il verde della costa, ma quando si trovò sulla riva e quando l’odore soleggiato del paesaggio si mescolò con quello del mare, mentre le onde si frantumavano dolcemente contro le rocce, si inginocchiò sui ciottoli della riva, si chinò giù a che i suoi occhi non fossero più alti dello specchio d’acqua e, senza badare ai vestiti che un tempo erano stati comprati in una strada di città, immerse il viso e le mani nella fluttuante onda materna”.
Questi cinque Racconti dello zodiaco di Hermann Broch sembrano a tutti gli effetti anticipatori della sua grande opera posteriore, immersi in atmosfere sfuggenti in cui i contorni del reale si stemperano, nella nostalgia di un sovrumano inafferrabile e, tutto sommato, indicibile.
HERMANN BROCH, RACCONTI DELLO ZODIACO – CASTELVECCHI, ROMA 2025
Traduzione e prefazione di Nino Muzzi. Pagine 107.
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