Letteratura

Quando si eredita un’oppressione

5 Marzo 2026

 

Capita che il rapporto con il proprio padre risulti complesso e doloroso. Le cose si complicano ulteriormente quando il divario con il genitore viene esasperato dalla disistima, o addirittura dal disprezzo di chi è stato “inopportunamente” generato. È il caso narrato in prima persona dal protagonista del volume Il cartone di mio padre, dello svizzero Lukas Bärfuss (Thun 1971), che ha pubblicato con l’editore L’Orma un testo originale nella sua spietatezza: confessione, memoir, ma anche pamphlet dai contorni di saggio sociologico, come suggerisce lo stesso sottotitolo del volume, Storia e critica di un’eredità.

Il personaggio narrante è lo scrittore stesso, che si è guadagnato a fatica un ruolo sociale e familiare di tutto rispetto, e si trova dopo venticinque anni dalla morte del padre ad aprire una scatola di cartone di banane Del Monte, sopravvissuta a molti traslochi e volutamente ignorata, in quanto unico e indesiderato lascito paterno. Recupera al suo interno corrispondenza di ogni tipo, cedole, liste della spesa, cambiali, notifiche penitenziarie, avvisi di pignoramento e documentazione intestata “Tribunale distrettuale, Tribunale fallimentare, Fondo per l’indennità di disoccupazione, Cassa di risparmio…”. Riemerge in lui angosciosa la memoria di un’infanzia e di una giovinezza angariata da una cronica povertà, dai fallimenti e dai reati del padre puniti con la carcerazione, oltre che dalle squallide trasgressioni materne, facendo affiorare il senso umiliante di un’incolpevole esclusione sociale, e un rancore mai superato verso la propria provenienza familiare: “Certi scatoloni non si possono semplicemente aprire così come se niente fosse, e mi invase un’avversione contro l’origine, non contro la mia, no, contro l’idea stessa di un’origine, l’ossessione di volersi definire attraverso i propri antenati”.

Da qui Bärfuss trasforma in maniera singolare, anche formalmente, una narrazione privata in un’analisi storica, filosofica, socio-politica su cosa abbia significato in millenni di storia mondiale il concetto di patrimonio ereditario, strettamente collegato a quello di famiglia e inteso come meccanismo oppressivo. Prende spunto quindi dal primo esempio furfantesco di accaparramento del bene successorio presente nella Bibbia, quando Giacobbe (secondogenito di Isacco, della stirpe di Abramo) sottrae con un sotterfugio al gemello Esaù il suo privilegio di nascita: “Fin dall’inizio sono presenti l’inganno e la truffa, la falsa testimonianza e il diritto di primogenitura strappato con la frode”. Prosegue poi esponendo le inesplicabili clausole del diritto romano esemplificate nel terzo libro delle Istituzioni di Gaio, un giurista del secondo secolo, che non giunse mai a una vera chiarificazione di chi tra figli legittimi, illegittimi, schiavi, mogli e concubine dovesse ritenersi vero erede del de cuius: “Le dispute ereditarie possono distruggere una società”.

La sua analisi si sofferma a lungo sull’opera fondamentale di Darwin L’origine della specie del 1859, che, nell’indicare la supremazia del più forte nei processi evolutivi di sopravvivenza e adattamento, aveva in concreto eluso il concetto dell’emarginazione sociale penalizzante da sempre e per sempre – secondo i parametri della selezione naturale, della distruzione e riproduzione –, chiunque avesse avuto un’origine familiare, nazionale, culturale svantaggiata.

Il cartone di mio padre. Storia e critica di un'eredità - Lukas Bärfuss - copertina

Le considerazioni filosofiche di Lukas Bärfuss sono inframezzate da brani autobiografici in cui aleggia tormentoso il ricordo del padre, morto d’infarto sulla strada pubblica dove si era ridotto a vivere dopo essere stato sfrattato di casa per debiti: cremato, la sua urna era andata perduta, penosamente recuperata dal figlio e poi di nuovo sparita in chissà quale discarica. Stessa sorte avevano avuto le ceneri della madre, disperse nel mare di un’isola caraibica, dove lei si era ritirata non potendo più mantenersi in Svizzera.

L’angoscia, l’umiliazione, il rancore dello scrittore sembrano nutrire il substrato teorico della sua pur motivata analisi sociologica: “Fino ai venticinque anni ho scontato goccia a goccia il fardello della mia giovinezza marcia e sprecata, ho fatto di tutto per sfuggire alle mie origini… I miei genitori mi avevano formato attraverso il loro esempio negativo, non mi ero mai atteso dalla mia famiglia altro che rabbia e problemi… E quando sentivo dire che i diritti umani si riferiscono alla famiglia e che questa è la cellula naturale della società, mi appariva chiaro allora perché la società fosse una tale schifezza”.

Sullo stesso piano di Darwin l’autore pone altri fondamentali pensatori occidentali, come Levi Strauss e Wittgenstein, che nell’indagare le strutture tribali e il linguaggio, hanno entrambi privilegiato le tassonomie genealogiche piuttosto che i nessi di collaborazione da istituire tra gli individui, spianando la strada all’ideologia capitalistica e mercantile che sta conducendo il mondo alla distruzione.

La corsa internazionale al profitto, esasperata soprattutto nella nazione elvetica in cui è nato e risiede, conduce Bärfuss a riflessioni allarmate sul futuro che si prospetta per le nuove generazioni, dato che la produzione smisurata e ingiustificata di merci produce scarti e rifiuti mai completamente riciclabili, consuma le risorse naturali, avvelena il clima, crea aberranti ingiustizie sociali determinate dalla corsa al guadagno e basate sulla proprietà. “Non ci sono più isole d’innocenza. Lo spirito del mondo pensa in termini economici… Per il borghese la proprietà rappresenta più del puro possesso: stabilisce l’identità, gli amici, il corpo, lo spirito, il suo stesso essere… Per diventare un soggetto economico bisogna essere un proprietario… Tutti gli altri, se non possiedono nulla, vendono la propria forza lavoro… È la produttività a stabilire lo status sociale”.

Ma i meccanismi che regolano la proprietà non devono essere considerati irremovibili: se l’origine biologica da cui deriviamo non è modificabile, quella culturale può essere rifiutata, corretta o addirittura ottimizzata: come è riuscito a fare Lukas Bärfuss nella propria attività di intellettuale e di scrittore, ricordando a tutti che i destini dell’umanità possono essere cambiati attraverso un’ideale comune di cooperazione e di partecipazione democratica alla produzione economica, a un mondo del lavoro non emarginante, a una vita sociale e culturale inclusiva di tutti gli individui, indipendentemente dalla loro origine familiare.

 

Lukas Bärfuss, IL CARTONE DI MIO PADRE. STORIA E CRITICA DI UN EREDITÀ

L’ORMA, ROMA 2025. Traduzione di Margherita Carbonaro. Pagine 94

 

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