Letteratura
Su “La vita anteriore” di Raffaele Simone
Un bilancio culturale di una generazione (troppo) americanizzata
Parto senza preambolo da tre meriti che questo libro ha:
– una precisione e finezza di linguaggio, in Italia sempre più rara. Ad ogni pagina notiamo sia la propensione scientifica alla descrizione, oggettiva ma mai neutrale, del linguista[1] e sia un’erudizione acuminata propria del conoscitore e del viaggiatore che sa sempre contestualizzare osservazioni e ricordi personali nella storia;[2]
– la lungimiranza di una rielaborazione dickinsoniana della memoria, che contrasta l’idolatria del presente, oggi invasiva;[3]
– la schiettezza senza pietismi dei giudizi sulle differenze sociali e di classe.[4]
La vita anteriore è, dunque, intelligente e documentata fotografia dei costumi di un tempo ormai divenuto lontanissimo; e un riepilogo ragionato del mutamento dei gusti, delle mode e degli immaginari coltivati dalla generazione nata nel Sud d’Italia negli anni Quaranta-Cinquanta. Certo, Raffaele Simone si concede un amarcord nostalgico, ma lo fa senza fronzoli; e quindi merita stima e rispetto.
Essendo io un lettore nato nel 1941 e al Sud, ho potuto ritrovare più dei lettori giovani numerosi punti di coincidenza o somiglianza tra l’esperienza qui narrata e la mia. Tante sono, infatti, le ‘cose’, che l’autore descrive splendidamente,[5] o le situazioni «a scuola, a casa, per strada, nei cinema, nei treni, nelle chiese» che abbiamo vissuto in modi quasi simili. (Escludo – nel mio caso – sensazioni e impressioni collegate alla sua frequentazione di ambienti borghesi o aristocratici).
Ben più importante è che La vita anteriore mette al centro della sua narrazione la contraddizione drammatica di quella generazione: tra attaccamento anche materiale ad un mondo contadino morente, di cui Simone non tace la crudezza[6] – e non posso non ricordare La terra del rimorso di Ernesto De Martino -, e speranzosa (ma eccessiva) fascinazione per la modernizzazione. Anzi, per una certa modernizzazione.
Chiuso alla fine il libro, occorre chiedersi: ma tutti questi ricordi di cose e situazioni, che hanno tenuto emotivamente e intellettualmente occupati – (e a bada!) – Raffaele Simone e tanti di noi, dove convergono?
Direi attorno a due emozioni di fondo: – la nostalgia di un’epoca comunque più felice ma perduta; – il disincanto, in cui l’entusiasmo giovanile per le ‘cose’ americane[7] si è alla fine arenato. Che danno un taglio particolare e unitario a La vita anteriore, ma, secondo me, è proprio questo il punto più problematico e discutibile del libro.
Simone, infatti, vede il passaggio dalla vita ancora prevalentemente di campagna a quella cittadina come trapasso dal medioevo alla modernità.[8]Ma questa a me pare una contrapposizione troppo drastica, visto che di modernità non ce n’è una soltanto. (E forse anche di medioevo, a rinvangare Le Goff). E sarebbe il caso di chiedersi se, nel Sud d’Italia, in quei decenni del dopoguerra, fossimo davvero ancora nel medioevo; e non in un prolungamento sotto altre spoglie del fascismo che, tra l’altro, ha avuto tratti suoi – diciamo pure grotteschi o mostruosi – di modernità. Né credo che tutti di quella generazione nata nei Quaranta-Cinquanta volessimo, come Simone e i suoi amici borghesi, la modernità in versione americanizzata. O l’avessimo, come a lor sembrava, così a portata di mano.
L’opzione americanizzante di La vita anteriore spiega anche perché il libro dia un’immagine della vita familiare al Sud e dei suoi riti, se non statica, comunque di forte continuità. Come se la crisi della famiglia (e in senso più ampio dell’intera società meridionale e italiana), che pur ebbe rotture pesanti e ribellioni a quei riti forse poco indagate, venisse ridimensionata. Come se i rigidi rapporti di classe, base anche dei dislivelli culturali, da Simone tanto ben evidenziati nella dimensione linguistica,[9]non avessero avuto mano mano risvolti politici più significativi dei lenti mutamenti della vita quotidiana.
Secondo me, il limite di La vita anteriore, sta nell’aver privilegiato il vissuto della componente “cetomedista”, che fu maggioritaria nel ’68 e aderì con entusiasmo alla modernizzazione americanizzata.[10]
Raffaele Simone finisce così per sorvolare sulle scelte politiche di quella generazione, tenendole in sordina nel suo discorso. E mi riferisco sia all’area politica della sinistra liberale, in cui dichiara di essersi ritrovato, che all’intera sinistra (socialista, comunista o di nuova sinistra), che a quella modernizzazione ’americanizzata, anche in politica, alla fine ha ceduto. E, dunque, le ragioni del passaggio dall’entusiasmo alla delusione nel libro non trovano una spiegazione.
Paradossalmente il libro finisce là dove dovrebbe cominciare.
Perché non scava sulle cause profonde che hanno reso “anteriore” e senza più futuro la nostra vita. Che, probabilmente, peseranno sulle nuove generazioni. Che andrebbero cercate nella crisi della “modernità in versione americanizzata”, oggi in fase di tragica involuzione.
Note
[1] Un solo esempio: «Questa fotografia rappresenta come meglio non si potrebbe il mondo di allora, visto in quel set speciale che era la Casina. È scattata sullo spiazzo dinanzi alla Casina in un settembre di vendemmia, e rappresenta una sorta di baccanale a due livelli. Sebbene siamo verso la fine degli anni Venti, la situazione sociale che descrive è identica a quella che feci in tempo a vedere venti o trent’anni più tardi. Ci sono due cerchie di personaggi, distinte l’una dall’altra, che rappresentano i due ceti: in piedi le padrone (tutte donne, salvo il giovanotto coi baffi a sinistra, il solo fratello di mia madre); seduti o accovacciati in primo piano, i contadini e le contadine. Per dirla in dialetto, in alto le patrune, in basso li ellani (“i villani”). La signora matura sulla destra, coi capelli a crocchia, è la nonna, la patruna per eccellenza.»
[2] Ancora un esempio: « Questo metodo non era diverso da quello dei romani antichi, che stivavano negli scantinati la neve pressata e ricoperta di segatura, per usarla d’estate. Il sistema romano, continuato nei secoli successivi, ha dato il nome a quasi tutte le Vie della Neve che si trovano in Italia. Alla stessa maniera, scoprii dopo che in molte città, da Firenze».
[3] « Questo libro tenta di mettere in parole una parte di quei ricordi ed esperienze prima che si dissolvano, cercando, nel ripulire il mio “sgabuzzino della memoria” (come lo chiama Emily Dickinson nei versi che ho messo a motto), di usare una “ramazza rispettosa” (a reverential Broom) e non farmi “sopraffare” dalla polvere che contiene».
[4] Due esempi: – «la maggior parte delle mie compagne non erano come me, come “il figlio del giudice”, ma erano povere»; – «per la nonna, tutti i tradimenti, le birbonate, le furberie confluivano nel concetto e nel termine di “serva”, che per lei indicava una persona, o forse una categoria intera di persone, il cui destino era “stare a servizio” di qualche patruna, e quindi restare inferiore per sempre».
[5] «Le uova, che oggi si vendono linde e lisce nei loro astucci di cartone, con tanto di data di raccolta e di scadenza, erano sporche dello sterco e perfino del sangue delle galline…(a tutti parve una liberazione la comparsa, verso la fine degli anni Cinquanta, delle fascette elastiche col gancio, con cui si fermavano tutti i libri… i fogli di carta carbone nera (la “carta copiativa”)… il portapenne, un lungo astuccio di legno, della forma di una piccola bara, col coperchio scorrevole».
Soltanto un aspetto – « il bisogno di eros che tutti avvertivamo pungente» – mi pare trattato in modo più anodino, impersonale o con un disincanto postumo, che rischio di ridimensionare la dimensione politica di quella repressione che durò fino al ’68.
[6] «L’aspetto più duro di quel mondo era però – noi ragazzi non ci mettemmo molto a capirlo – l’incesto. Le mogli contadine si sciupavano presto per la fatica delle campagne: perdevano i denti, si coprivano di rughe, si intristivano. In una società maschilista come quella era ovvio che le figlie dovessero subentrare, come seconde o terze mogli.».
[7] «Senza accorgercene, anche nelle estreme periferie, dentro di noi si era creata una fame di America. La modernità, infatti, significava quasi solo somigliare agli americani.
Lo stesso faceva “Pecos Bill”, un’altra serie che piaceva anche alle mie sorelle, che raccontava di un cowboy coraggioso e leale, che contrastava le ingiustizie in un West popolato da personaggi come Calamity Jane, Davy Crockett e Penna Bianca. Era italiana anche la serie di Tex Willer, l’instancabile giustiziere solitario, in quegli anni uno dei pochi personaggi di fumetti, se non il solo, che stessero nettamente dalla parte degli indiani».
[8] «In quel medioevo, di abitudini, di costumi e perfino di pensieri, pensammo che saremmo rimasti per sempre. Nell’intervallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta nulla, infatti, dava segno di voler cambiare, meno ancora di dover cambiare. Le cose materiali, la vita sociale, la condizione della donna e dell’uomo, il modo di vivere, insomma tutto sembrava fisso e inerte, destinato a restare uguale per sempre. La prospettiva che i giovani si rappresentavano mentalmente era composta di poche fasi: finire gli studi, trovare un lavoro, sposarsi, aver figli, progredire nello stipendio, magari spostarsi dal sud al nord».
[9] « Il fatto è che il linguaggio che avevamo imparato in famiglia era sorvegliato e attento. Ma i confronti con altre varietà, come ho detto, non mancavano. In campagna, per esempio, sia i miei cugini sia i contadini usavano termini per i quali noi avevamo sostituti casti: loro dicevano pisciare, noi fare pipì; loro cacare, noi fare la cacca; loro dicevano piscia, noi pipì; loro merda (anzi mmerda), noi cacca. Inevitabilmente, però, qualcosa di improprio ogni tanto ci scappava.».
[10] « Le camice sanfor non solo liberavano dal peso della stiratura, ma a noi sembravano un segno di modernità e di avvicinamento a quel mondo americano che, senza saperlo o senza saperlo dire, era ciò che più desideravamo».
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