Letteratura
Un amore yiddish tenace e impossibile
Un racconto yiddish che dopo cento anni riesce ancora a commuovere con la sua tenera lievità.
Sholem Aleichem, pseudonimo di Solomon Naumovič Rabinovič (Poltava 1859 – New York1916), scrittore e drammaturgo ucraino di origine ebraico-russe, fu uno dei padri fondatori della letteratura moderna in lingua yiddish (la frase Shalom Aleichem significa letteralmente “che la pace sia su di te!” ed è un saluto nella tradizione ebraica). Temi centrali delle sue opere sono la vita delle comunità ebraiche nei piccoli centri dell’Europa orientale e nelle metropoli degli Stati Uniti. Lasciata la Russia nel 1905 a causa delle frequenti ondate di pogrom, Aleichem si rifugiò a New York dove morì nel 1916, a 57 anni, dopo aver ottenuto molti successi per la sua produzione narrativa e teatrale. Il suo funerale fu uno dei più partecipati nella storia di New York, con circa 100.000 presenze. Tra i suoi testi, pubblicati in Italia da Adelphi e Giuntina, questo Cantico dei Cantici. Un amore di gioventù in quattro parti è forse il racconto più toccante e malinconico, privo della vena ironica che ha sempre contraddistinto la sua scrittura.
Buzi è la nipotina di Shimek, figlia di suo fratello maggiore morto annegato, e affidata alla famiglia paterna di lui: zio e nipote hanno un anno di differenza, crescono insieme dall’infanzia alla prima giovinezza, dividendo cibo, sonno, abitudini, letture, pensieri e preghiere. Buzi è adorata dai genitori adottivi, e ovviamente anche dallo zio Shimek che è minore di lei: “Perché quando torno dal kheyder e non trovo Buzi il mangiare non mi va giù? E quando Buzi arriva ogni angolo risplende? E quando Buzi mi parla abbasso gli occhi? E quando Buzi ride di me piango? E quando Buzi…”
Insieme i due bambini aspettano con trepidazione le feste di Pesakh e di Shavu‘ot, per poter giocare all’aperto, lontano dalla sorveglianza dei genitori. Se lui guarda lei, gli tornano in mente i versetti del Cantico dei Cantici studiati al tempio: “Hinnakh yafah ra‘yati – tu sei bella, amica mia, tu sei bella davvero. Occhi come colombe, capelli come caprette che scivolano giù da un monte. I denti sono bianche pecorelle appena uscite dal fiume, una a una, figlie di un’unica madre. Fili scarlatti sono le tue labbra, quando parli è dolcezza di miele”. Le dedica mentalmente ogni adorante espressione religiosa trovata nelle Scritture, e riadattata secondo quanto gli suggerisce il suo sentimento di assoluta dedizione. Anche le descrizioni naturali presenti nel Cantico rivivono attraverso gli occhi incantati del ragazzo che osserva i campi erbosi, un torrente, gli uccelli nel cielo, “il vero giardino di Eden”, e vola con l’immaginazione, vola sempre più in alto in compagnia della nipote bambina. Le racconta fiabe inventate di principesse e magie, di nani e tesori preziosi, mescolandole con gli insegnamenti della Kabbalah, ergendosi a suo maestro e paladino, per farla stupire e sorridere, per consolarla delle sue improvvise nostalgie: “Buzi si tiene forte a me, molto forte. Tace. Ma a me sembra dirmi con le parole del Cantico dei Cantici ‘Ani ledodi vedodi li – io sono tua e tu sei mio’…”
Poi Shimek diventa grande, si ribella a suo padre, lascia il villaggio per andare a studiare in un’altra città, intrattiene rapporti sporadici con la famiglia, pur continuando a pensare a Buzi, a sognare i suoi occhi di cerbiatta che la rendono più bella della Shulamit biblica. Fino a quando i genitori gli annunciano che lei si è fidanzata, e si sposerà dopo Pesakh. Allora torna precipitosamente al paese, ormai considerato estraneo alla comunità e ai suoi riti, sperando di bloccare le nozze imminenti. La ritrova “amichevole, cara, familiare, gentile e silenziosa come una colomba, pudicamente silenziosa”, ma quando finalmente riesce a dichiararsi, lei si limita a piangere, ribadendo la volontà di sposare l’uomo a cui è stata promessa.
Sholem Aleichem per esprimere il disorientamento sociale ed emotivo del protagonista utilizza uno stratagemma formale, facendogli ripetere come in una cantilenante litania le stesse frasi utilizzate a più riprese nelle pagine iniziali, intramezzate dai versetti del Cantico: “Ancora una volta Buzi? Sì, ancora una volta Buzi. E poi ancora e ancora Buzi. Parlare di Buzi è così importante per me, che non mi stanco di raccontarvi di lei ancora e poi ancora. Di darvi ancora e poi ancora la sua storia in due parole. Chi l’ha già sentita certo mi scuserà. Chi non l’ha ancora sentita, bisogna che la senta: deve sapere chi è Buzi… Nofet tittofnah siftotayikh, kallah – zucchero stillano le tue labbra, o sposa! Miele e latte sotto la tua lingua. E il profumo dei tuoi abiti è come il profumo del Libano…”
Tra Shimek e Buzi non succede nulla, nemmeno un abbraccio: solo una intimorita stretta di mano. Eppure il loro rapporto, così fragile e intenso, rimane nella sua impalpabilità a segnare il destino di entrambi, e di tutto il mondo che li ha accolti e separati. Per sopravvivere almeno nel ricordo, l’unica possibilità è che la loro storia venga continuamente ripetuta con le stesse parole a partire dall’inizio, perché “l’inizio, l’inizio peggiore, è meglio della più bella delle conclusioni”: “Ki ‘azzah khamavet ahavah – amaro come la morte è l’amore. Kashah khish’ol kin’ah – dura come il soggiorno dei morti è la gelosia. Reshafeha rishpe esh– le sue vampe sono vampe di fuoco. Shalhevetyah – fiamma di Dio”.
SHOLEM ALEYKHEM, CANTICO DEI CANTICI – ADELPHI, MILANO 2025.
Traduzione di Anna Linda Callow e Claudia Rosenzweig. Pagine 67

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