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Letteratura

Un mondo senza gli altri: “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli

di Massimiliano Davies

L’umanità è evaporata senza lasciare tracce: il romanzo di Guido Morselli trasforma questa premessa in un esperimento filosofico sul solipsismo, sulla dipendenza strutturale dall’altro e sulla desertificazione dell’esperienza quando viene meno l’intersoggettività.

4 Aprile 2026

Un uomo decide di togliersi la vita. Esita, torna a casa, si stende sul letto, porta la pistola alla bocca e preme il grilletto. Il mattino dopo è ancora vivo – o almeno così sembra. E scopre che tutti gli altri esseri umani sono scomparsi.
È da questa situazione estrema che prende avvio Dissipatio H.G., forse il romanzo più radicale di Guido Morselli. Il protagonista vive nei pressi del villaggio montano di Widmad, in uno scenario sospeso, ucronico, la cui collocazione temporale resta volutamente incerta, ma in cui affiorano, come in controluce, i segni della guerra fredda. Di ciò che è accaduto – se sia sopravvissuto davvero o se si muova in una dimensione altra – non viene offerta alcuna certezza. Resta il fatto che il mondo è disabitato. Nessuna traccia di catastrofi naturali, nessun segno di violenza: gli abitanti di Widmad, così come quelli di Crisopoli, sembrano essersi dileguati all’improvviso, «partiti di furia, senza curarsi di ciò che restava». Il protagonista si mette alla ricerca di altri esseri umani, descrivendo il proprio mutevole stato d’animo per mezzo di una narrazione capace sia di soffermarsi sui momenti di profonda crisi che di lasciarsi andare a notazioni di tagliente ironia. Ragionamenti filosofici, politici, sociologici si susseguono a un ritmo vertiginoso, in uno stile a tratti febbrile. Avendo compreso di essere rimasto solo al mondo, dato che il genere umano è ‘evaporato’, il protagonista decide di stabilirsi permanentemente nella sede della Borsa, a Crisopoli, aspettando l’arrivo del dottor Karpinsky, un incontro preannunciato da presagi, messaggi cifrati, allucinazioni.
In prima istanza, Dissipatio H.G. potrebbe apparire come una disamina delle possibili conseguenze della scomparsa del genere umano. Morselli descrive città disabitate, alberghi vuoti, aeroporti in stasi, strade ingombre di macchine abbandonate. Nella costruzione di questo scenario apocalittico, l’autore si sofferma sugli oggetti lasciati dalle persone scomparse, sugli elementi minimi che possano conservare una traccia dei loro proprietari. In modo surreale, le ‘macchine’ – centrali elettriche, semafori, computer – continuano a funzionare anche in assenza dell’uomo e il protagonista si paragona a un dispositivo rimasto acceso che non ha smarrito la capacità di ragionare su sé stesso e sul mondo. Solo i freddi nastri delle segreterie telefoniche rispondono alle chiamate che il protagonista compone a casaccio, sopraffatto dal bisogno di ascoltare una voce umana. Valigette piene di titoli e di denaro contante, borsette, gioielli: tutto ciò che aveva valore continua a esistere, ma in una forma ormai priva di senso. La voce narrante se ne considera, con ironia, successore a titolo universale. Gli oggetti sopravvivono alla propria funzione, divenendo simulacri inquietanti di una logica che ormai appartiene al passato.
Anche la politica sopravvive quale inerzia senza soggetto: naturalmente, nel mondo disabitato di Morselli non esistono confini, non esistono guerre. Le basi americane sono inoffensive, dal momento che, finalmente, come sottolinea l’autore rievocando gli slogan pacifisti del suo tempo, «Americans did go home», mentre la guerra fredda resta pietrificata in un’immagine quasi comica: «il Tupolev 62 appoggia sempre la sua ala fraterna sul DC-9 Pan Am». Non sono immagini che suggeriscono una vera pacificazione, quanto una sospensione del conflitto, uno svuotamento di senso. Restituendo la vertigine di guardare le cose da fuori, per la prima volta.
La natura, invece, non registra alcuna perdita. «Uno degli scherzi dell’antropocentrismo è scrivere la fine della specie come implicante la morte della natura». Dissipatio H.G. mostra lo scenario opposto: gli animali selvatici prosperano, quelli domestici appaiono in difficoltà. «Qualche cosa verdeggia e cresce» negli interstizi deserti.
Tuttavia questa lettura resta ancora superficiale. Il romanzo di Morselli vuole essere anche un viaggio nell’universo psichico del protagonista, che registra con lucidità quasi clinica i propri stati mentali: la decisione del suicidio, motivata dal «prevalere del negativo sul positivo» e dallo «schifo per se stessi»; la percezione della propria esistenza come una discesa «ad imbuto»; le allucinazioni; il tu per tu con la consapevolezza di essere affetto da una «federazione di neurosi». Eppure è proprio in questo abisso che irrompe l’ironia morselliana, tagliente e salvifica. A scire nefas Morselli contrappone ridere licet. L’alter ego dell’autore trova persino la forza di disquisire con sé stesso sulle qualità di un improbabile cognac spagnolo mentre pensa di gettarsi nel vuoto e immagina di far rinascere la specie umana alla maniera di Deucalione, spargendo, al posto dei sassolini, delle compresse di tranquillante su un campo di terra battuta, per dare vita a un’umanità meno incline alla violenza e votata al fair play, come i tennisti. Il sorriso si rivela così l’unico argine al collasso definitivo.
Il nucleo del romanzo, tuttavia, si colloca su un altro livello. Non in una ripresa di moduli fantascientifici né in un semplice scavo psicologico, ma in una riflessione sulla struttura stessa del rapporto tra Io e mondo. Il protagonista è convinto di desiderare la solitudine, ma in realtà è incapace di uscire da sé stesso: «Io che coltivavo il vizio raro del solipsismo […] mi trovo vietata l’uscita, indefinitamente». Qui è ravvisabile il punto di massima condensazione teorica del romanzo. Come osservava Wittgenstein, il solipsismo, portato alle sue estreme conseguenze, coincide con il puro realismo: il mondo e i suoi limiti finiscono per sovrapporsi. La realtà di Dissipatio H.G. può essere letta come la resa dei conti con questa coincidenza: un mondo ridotto alla misura dell’Io, incapace di oltrepassare le proprie prospettive. Da questo punto di vista, l’evaporazione del genere umano cessa di rappresentare una semplice ipotesi narrativa e si configura quale immagine epistemologica: ciò che viene meno non è l’essere, ma la sua ‘accessibilità’ condivisa. Il mondo si sottrae al proprio orizzonte intersoggettivo. L’esperimento morselliano sfiora, dunque, pur senza tematizzarla esplicitamente, una linea della filosofia novecentesca: il limite del linguaggio teorizzato da Wittgenstein, e l’impossibilità, tematizzata da Edmund Husserl, di costituire l’oggettività del mondo senza il ricorso all’alterità. Se ogni coscienza è, in ultima istanza, monadica, allora la ‘dissipatio’ rappresenta il momento in cui questa verità strutturale emerge. Ma proprio per questo diventa insostenibile. Ciò che nella vita ordinaria resta implicito – la dipendenza dell’Io da ciò che non è Io – qui si manifesta nella forma di una sottrazione definitiva. Il risultato non può che coincidere con una desertificazione dell’esperienza. Il protagonista arriva persino a definirsi «un pensiero mortuario […] che ha costruito […] tutta questa storia […] per inventarsi una speranza-rifugio». L’Io, lasciato a sé stesso, si contrae, fino a diventare una «monade intellettuale, senza aperture né impegni».
In questo senso, Dissipatio H.G. mostra come la vita stessa possa assumere i tratti della morte. Come suggerisce il professor Mylius, siamo già morti gli uni per gli altri, al netto della porzione minima di esistenze che incrociano la nostra. La nostra esistenza è quasi trasparente, sempre sul punto di obliarsi e la sua consistenza dipende da coloro che si rispecchiano in noi, ci fraintendono, ci sognano o semplicemente prendono atto del nostro esistere. La scomparsa del genere umano non sarebbe allora un evento straordinario, ma consente di prendere atto di una condizione già presente: l’impossibilità di condividere pienamente l’esperienza del vivere. «Sono, a intervalli, fobantropo», ammette il protagonista, «ma adesso che “loro” si fanno desiderare […] comincio forse a misurare la loro importanza». Ed è qui che il protagonista si immerge nel passato. Attraverso il ricordo, può passare in rassegna i propri affetti: Frederica, Giovanni, il tempo trascorso con loro assume significati nuovi, appare «agiato, sicuro». Non è un caso che l’opera di Marcel Proust attraversi sotterraneamente la narrazione: la memoria rappresenta un varco residuo, il tentativo estremo di sottrarsi all’implosione del solipsismo. E sulle contorsioni mentali del protagonista aleggia l’ombra benefica del dottor Karpinsky, «l’unico per il quale valesse la pena uscire dal pianeta Io». Il protagonista lo attende e nella speranza di una sua apparizione si è procurato un pacchetto delle sue sigarette preferite.
Portato alla sua forma estrema, il solipsismo viene, in Dissipatio H.G., smascherato a livello strutturale: non è il mondo a scomparire, ma la possibilità stessa della intersoggettività. Ciò che resta – più che i contorni di un’apocalisse, iperfrequentati nella tradizione letteraria – è una riduzione: del mondo alla coscienza e della coscienza a un circuito chiuso, incapace di oltrepassarsi. È in questa riduzione che si concentra la forza quieta e perturbante del romanzo. Morselli non grida la fine dell’umanità: la sussurra. Nel pianissimo di questa riduzione estrema lascia intravedere una verità: anche il solipsismo più radicale non elimina del tutto la necessità dell’altro.

Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano, 1977.

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