Musica
Canzoni in solo, di Mirco Passione Mariani: un disco selvaggio, senza masterizzazione e senza missaggio
Un disco che segna l’inizio di una rinascita personale e artistica per il polistrumentista romagnolo voce della formazione Extraliscio; dopo due anni di quasi-isolamento sull’Appennino romagnolo, con un solo breve tour per seguire Vinicio Capossela, torna con Canzoni in solo.
Come se cantando le parole
trovassero il pensiero naturale
già pronto alle parole
ma non prima del canto.
Da Pigre divinità e pigra sorte, di Patrizia Cavalli.
Esce il 17 aprile prossimo Canzoni in solo, il nuovo lavoro di Mirco Mariani, un autore musicista polistrumentista che in questa nuova veste ci stupisce per la moltitudine di brani che è riuscito a comporre e fermare dentro un disco nel giro di appena un anno.
Un disco campestre, selvaggio e allo stesso tempo intergalattico, intimo e sperticato, di una dolcezza primaverile e di esperta giocosità.
Un disco capace, perché contiene ben 30 brani che vanno dal folk-rock al jazz, dai ritmi disco anni ’80 al revival melodico anni ‘60, senza considerare alcuni lavori indefinibilmente intensi, surreali, invenzioni pure come La vita prende, recitazione musicata di Ermanno Cavazzoni sulle musiche dell’amico Mariani.
Foto di Gilda Mariani
Prodotte dall’etichetta indipendente Brutture moderne, le 30 tracce di Musica in solo rappresentano il viaggio solitario musical-poetico di Mirco Mariani, che in occasione della nuova uscita si dichiara ufficialmente Mirco Passione Mariani.
Ho avuto il piacere di ascoltare in anteprima i 30 brani del disco e a distanza di poche settimane dall’uscita, qui lo raccontiamo assieme, io e il suo autore, che ho conosciuto e cominciato a seguire nel 2020 grazie a Elisabetta Sgarbi, manager della formazione Extraliscio di cui Mariani è il frontman.
Ricordo che lo chiamai al telefono, di lui mi colpirono l’immediatezza della voce, la vivacità di pensiero, l’inquieta vibrante allegria. Da allora lo seguo con passione.
Foto di Gilda Mariani
Mariani è un romagnolo extra e un compositore senza confini, un musicista che fonde passato e futuro nella stessa frequenza armonica. Tutto questo è ampiamente confermato dal nuovo lavoro, fulminante e tenero, soprattutto libero.
Entrando nel disco, i testi sono un moltiplicarsi di atmosfere, e forse per questo Mariani parla di “viaggio intergalattico in sella a un trattore”. I versi fluttuano leggeri dal dadaismo poetico e surreale all’invenzione poliglotta, da uno stile folk-meticcio anni ’90 al lirismo da ballata romantica; la lingua di Mirco Passione Mariani batte veloce su registri sonori a volte ineffabili, che includono tra gli altri anche uno pseudo-giapponese, un tropical-rock, una samba ironica e iconica. Un assortimento ampio, anzi galattico, dall’immaginifico-poetico al situazionismo-giocoso, con dentro gli immaginari fiabeschi d’Appennino, fino allo scioglimento lirico di brani come Anna degli Ensini, Viola e Gilda, dediche a cuore aperto alle donne di famiglia.
E’ una lingua che inventa in musica, viaggia tra i continenti e suona le parole dell’intuito, nei diversi timbri di una voce morbida, carezzevole, riverberante tra le diverse melodie.
Questo Jacques Tati della canzone riesce sempre a far cantare le note in piena assonanza musicale tra i testi e le armonie dei brani. In questo il suo primo gruppo folk-meticcio romagnolo, i Mazapegul, fu esemplare; in Suzuki pesce in scatola, titolo ermetico tra i tanti che mi hanno colpito, sento vibrare proprio Mazapegul (formazione anni ’90 da riscoprire). Il brano recita “Le menzogne, pane quotidiano, meglio l’eremo o un campo di grano”, nel delirio trasognato d’immagini nelle tinte fosche del contemporaneo.
Il disco porta all’idea di world music non solo per caratteri etnico-antropologici declinati in pop e folk, ma soprattutto per la vastità di suoni e strumenti, l’articolata geografia di generi e di registri musicali esplorati. Si va da ballate come Bambola al rock latino di La mia Belinda; dal jazz metallico del brano Paul Motian, alla Disco anni ’80 di Ahi bye mai. E poi ancora da canzoni d’autore come Sinnò me moro e Cerchi nell’acqua, al dream-pop psichedelico di un brano come Il mio cugino di Brooklin, senza dimenticare un tango satanico che rimanda alla musica da balera. E tuttavia, Canzoni in solo non lo si può affrontare solamente a parole, le stesse in questo monumentale lavoro trovano il loro naturale pensiero solo nel canto. Bisogna quindi ascoltarlo, e tanto questo disco, per sentirlo del tutto.
Ho telefonato a Marani ed è nato il flusso narrativo torrenziale, di cui riporto selezionate parti:
Da qualche tempo lavoro nei campi anch’io, la prima cosa che mi ha colpito di questo tuo disco è la presenza della campagna come sfondo generativo, come una compagna ispiratrice, così come nel primo brano: Il suono del trattore.
M.M: Tutto è nato davvero lì tra i campi. Avevo deciso per una vacanza di due anni per ritrovarmi solo con me stesso, lontano da tutto e tutti. Solo che anziché star chiuso in una mia casetta nel borgo degli Ensini in Apennino, finisce che mi trovo per caso dentro una piccola comunità rurale, a fare lavori di ogni genere anche per un’altra casetta di mia moglie, in uno scambio di lavori e favori tra me e la piccola comunità che si è creata intorno. E questo mi ha fatto bene, sono entrato in uno stato d’animo creativo e surreale, tra quintali di legna da tagliare, muri da tirar giù, orti e campi da arare; andavo a casa la sera sfinito e soddisfatto; in sella al trattore mi sono trovato a canticchiare tante canzoni finite nel disco (e ci sarebbe da pensare a un doppio cd per quante erano all’inizio)… Arrivato a casa, parlando con mia moglie che le ascoltava, dopo cena scrivevo i testi. Erano 64 brani all’inizio… tutti registrati, e prima ancora erano oltre 100 perché alcuni mi nascevano lì per lì mentre registravo, canzoni che uscivano da ogni intuizione come schegge… o pezzi che cambiavano nome, tipo Meniac nato da un ricordo di una vacanza a Little Havana in Florida. E’ davvero successo qualcosa che a volte non me lo spiego nemmeno io. Il caso ha davvero voluto mi fermassi in campagna per lungo tempo, mi sono trovato del lavoro da fare, e proprio da quella fatica fisica devono essermi arrivate tante ispirazioni.
Ma il disco è nato davvero in gran velocità?
M.M.: Sì, è successo tutto in due mesi circa. Ai primi di dicembre inizio a registrare a Bologna… a gennaio mi accorgo che lì al Labotron (il mio laboratorio) ogni giorno viene qualcuno a salutare, che io allora divago e mi perdo, insomma mi accorgo che mi sto fermando troppo, mentre sento di essere in piena fase creativa, lucida e chiara… Allora carico qualcosa dal Labotron e per tutto gennaio mi sono chiuso di nuovo in campagna e poi da lì in un mese ho registrato quasi tutto il disco; poi ho dato in mano ad amici strampalati tutte quelle tracce registrate e le canzoni per darmi una mano a scegliere quelle trenta che oggi compongono Canzoni in solo… tra loro c’era anche l’amico Ermanno Cavazzoni e Igort Tuveri l’illustratore… c’è qualcosa di straordinario davvero nella nascita di questo disco.
Usi diversi registri linguistici e lingue inventate in brani come Meniac, Hai Bye Mai, Lola Beach. Ti sei spinto anche al giapponese col brano Japanese. Ti sei sbizzarrito davvero sia musicalmente che sui testi.
M.M: Sì, molti brani sono in un inglese inventato liberamente… Ti ripeto, questa per me è una ripartenza vera, mi sono abbandonato a un viaggio iniziatico che è cominciato grazie a Massimo Simonini e il triplo CD Musiche per sconosciuti (lo chiamo musiche da cinema) per i Dischi di AngelicA. Prima, con Extraliscio ero diventato un musicista di liscio, mi sentivo troppo stretto dentro quel personaggio musicale, volevo andare oltre perché sono anche molto altro, e in me c’è anche la musica di Ornette Coleman per dire… quindi poi è arrivato questo momento musicale solo mio, che per me è stato davvero un rinascere. Mi sono trovato solo con me stesso, ed ero io senza altri musicisti, senza nessun consiglio, da solo con mia figlia Viola che mi ha accudito e ascoltato, spesso anche consigliato: lei devo dire mi ha aiutato a definire idee che restavano sospese per aria, è stata l’unica che ha vissuto davvero da vicino questa mia nuova genesi in musica; mi sentivo dopo tanto in piena libertà espressiva, mi sentivo di nuovo io per intero. Questo è un disco che sento come liberatorio ma anche molto intimo, se penso al brano Paul Motian, dedicato al mio batterista “faro” musicale, ad esempio, ai tre omaggi d’autore che ho voluto incidere.
Canzoni in solo arriva come una moltitudine di suoni diversi, di suggestioni, di stili, di sentimenti. Come ti sentivi registrando?
M.M: Sì, è stato un entrare e uscire dalla realtà e dal sogno, tra canzoni sentite dal cuore, movimenti sentimentali, e brani invece giocosi, istintuali. Surreali… A volte registravo alla prima idea e poi andavo in un campo con una cassa amplificata e mi riascoltavo proprio lì in mezzo al verde e alle colline. Momenti di grande forza evocativa.
Un disco nato sul campo, è davvero il caso di dirlo (sorrido).
Nell’humus musicale dove affondano le tue molteplici radici. Dentro al disco c’è anche molta famiglia, brani dedicati a tua moglie e alle tue figlie.
M.M: Sì ho seguito anche le mie profondità e le ho volute condividere così, con la famiglia e poi gli amici che alla fine mi hanno aiutato a selezionare le 30 tracce registrate. Lavoravo di continuo e registravo inizialmente senza pensare a un disco e senza rendermi conto di quanto materiale avessi accumulato. Anche quando mi sono fermato per mettere ordine, non ho voluto masterizzare e mixare, sono stati degli amici discografici a scrivermi di essere interessati a produrre il lavoro, io non avevo deciso nulla. Un amico di Ravenna, Francesco Giampaoli di Brutture moderne, alla fine mi ha messo a disposizione lo studio e dopo la faticosa cernita finale siamo partiti… Ti ripeto, io volevo un disco solo per continuare a fare una mia musica, come voglio fare da qui in avanti… Allora Francesco mi dice “Usciamo subito Mirco”, e così è andata, il disco è nato proprio in gran velocità, in un mese abbiamo registrato oltre 60 canzoni, alcune purtroppo sono rimaste fuori. E’ qualcosa di straordinario anche per me, perché poi il disco – riascoltandolo a cose fatte – rivela una sua logica nascosta, ci sono canzoni che suonano come arrangiate, affinate a lungo.
Sento anche una sezione disco anni ’80, è così? Penso a Meniac, Ahi bye mai, Japanese e anche Voglio l’erba voglio… tutte modulazioni disco si può dire?
M.M: Senz’altro sì, e pensa che ci sono dei pezzi di pura disco che sono rimasti fuori, uno si chiama Ugo dancing, Ugo è il mio cane. Erano dei pezzi dance pazzeschi, che con la selezione finale sono poi stati esclusi. Io penso che gli anni ’80 abbiano il merito di aver fatto una musica felice, che ancora mi rende gioia… In Ahi bye mai volevo fare incontrare Paolo Conte con i Kraftwerk… insomma è un saliscendi pazzesco che balza da standard anni ’50 che ho sempre cantato come Cuccuruccucù Paloma verso un futuro sconfinato, un viaggio intergalattico come ho già detto, fatto idealmente in sella a un trattore.
Parlami dei tre omaggi del disco: Tomás Méndes, Carlo Rustichelli, Paolo Benvegnù. C’è un legame?
M.M: Il legame sono i sentimenti riemersi anche da una solitudine prolifica. I tre omaggi sono una parte fondamentale di questo lavoro: Cuccurucucù Paloma la canto da sempre e mai l’avevo registrata, questa volta ho sentito che fosse il disco giusto per farla; Sinnò me moro è un omaggio a due grandi della musica, Gabriella Ferri e Lilli Greco che ho conosciuto. Pensa che ho lavorato al penultimo disco di Gabriella Ferri, ero ancora un ragazzo, di quel periodo mi è sempre rimasto dentro qualcosa di grande che ancora non avevo espresso, qualcosa che univa poesia e leggerezza… ho ripensato a questi due grandi che ho avuto la fortuna di conoscere, e ho cantato questo classico di Rustichelli che cantò appunto Gabriella Ferri in un’interpretazione da brividi… Poi ho voluto ricordare Paolo Benvegnù col suo bellissimo brano Cerchi nell’acqua; lui negli ultimi anni era diventato un amico, avremmo dovuto fare qualcosa assieme, ci siamo visti tante volte, io rimandavo la collaborazione perché stavo lavorando troppo tra la casa in campagna e tutto quel mio trambusto di musiche e canzoni… poi mentre preparo il concerto di Capodanno mi arriva la notizia della morte improvvisa di Paolo e resto impietrito. Cerchi nell’acqua è per me una delle canzoni più belle della musica italiana e l’ho cantata in omaggio al grande cantautore e amico scomparso all’improvviso. Sono tutte e tre canzoni a cui tengo tantissimo per questi motivi.
L’intenzione di uscire ufficialmente come Mirco Passione Mariani: eredità del nonno Guido Passione?
M.M: Sì, ho ereditato questo nome in famiglia perché mio nonno era un uomo straordinariamente appassionato, innamorato dell’orto, del suo trattore, dei vimini da intrecciare, delle castagne, della campagna insomma…Io la mia Passione l’ho messa sempre in musica e spero che questo nome mi porti come per mio nonno a quella “verità di spirito” che ci anima, che sta dentro di noi e picchia perché vuole uscire… Spesso le parole si usano a vanvera, magari per moda o convenienza, nel mio caso abbinare la parola Passione al mio nome in occasione di questo disco ha il senso di voler celebrarle questo lavoro come un lavoro nato da una fede appassionata nelle canzoni e nelle musiche che lo compongono. Un disco che sono io per come mi sento in questo passaggio di vita. Non mi sposto da questa idea, sento addosso la passione che aveva mio nonno messa dentro la mia musica.
La brevità dei trenta brani, che di rado superano i due minuti, è una scelta strategica in risposta ai tempi d’ascolto digitale e radiofonico?
M.M.: No assolutamente nessuna strategia, ho dovuto tagliare spesso i brani; è per il convincimento amaro che le canzoni fossero davvero troppe e avrei dovuto ridurle… ho dato importanza all’idea, al nucleo iniziale, ho compiuto una gimcana spaziale senza pensare troppo, ho seguito l’urgenza creativa… le canzoni a volte le reinventavo ancora in fase di registrazione, come per Il suono del trattore che ritorna nell’ultima traccia del disco col titolo Una sola volta sola: è la stessa canzone della prima traccia, solo rimaneggiandone l’anima che contiene; ecco, mi sentivo come nello spazio, leggero e con una grande libertà espressiva, che però ha saputo anche togliere, sacrificare…
Hai detto in alcune interviste di aver riscoperto il valore della solitudine, me ne parli?
M.M: Sì è così, sono andato alla ricerca di una solitudine vera, che ho rivalutato come momento rivelatore, di cui avevo bisogno. Sai, ho sempre suonato dentro a gruppi, spesso molto corposi, con tante voci e tanti strumenti. Ho compreso che stavolta dovevo ripartire solo da me stesso, e così è andata. A proposito di solitudine, un giorno passa dal mio studio a Bologna Ermanno Cavazzoni, mi chiede “Ma come fai a registrare di solito qui?” Allora gli faccio un giro di suoni e lui si entusiasma al punto che in cinque minuti ho buttato giù una linea musicale e lui ci ha improvvisato su quei versi. Così è nato La vita prende… capito? Un microfono, un effetto e lui che intona quelle parole, tutto in cinque minuti. Tutto come per gioco! Storia di un’amicizia direi, come recita anche il suo ultimo libro sulla sua lunga vicinanza allo scrittore Gianni Celati. Ecco, quindi, solitudine ma sempre veri amici vicino; e poi guarda cosa succede quando si è davvero amici… qualcosa ti porta oltre e scrivi anche un brano musicale in pochi minuti.
Ti stavo proprio per chiedere come definiresti quella “cosa” con Ermanno Cavazzoni dal titolo La vita prende… Come la chiamiamo?
M.M: È un’invenzione estemporanea, nessuno dei due sapeva dove poteva andare a finire… La chiamerei proprio così, un’invenzione, un qualcosa che nasce dalla vera amicizia tra uno che suona e uno che scrive.
Potremmo chiamarla un ready-played (sorrido) Ricapitolando, Musica in solo esce il 17 aprile prossimo, sono già previste date di concerti?
M.M: Le date dei concerti le segue International Music con cui mia moglie Anna si interfaccia, e lei mi dice che arriva già qualche richiesta; io non ho ancora pensato a niente, ma so che due brani sono già usciti, Bambola e Ahi bye mai… però sento che arriveranno anche i concerti presto, me lo sento dentro.
Foto di Gilda Mariani
In Canzoni in solo, ho ascoltato un album semplicemente stra-ordinario; più che l’aggiunta di note scritte richiede un ascolto pieno, anzi una decina di ascolti consecutivi, per coglierne tutte le sfumature, le diverse anime, i rimescolamenti, le citazioni.
E’ un viaggio che Mirco Passione Mariani compie dal sedile del trattore verso gli astri siderali della percezione, che ritorna alla terra dopo una trasvolata su oltre 100 brani abbozzati in presa diretta, ordinati e poi faticosamente ridotti ai 30 per l’incisione.
Un lavoro che può cambiare la narrazione sul cosiddetto mainstream musicale entrandoci di traverso, perché Canzoni in solo è un disco che si fa ballare ma anche meditare, può toccare i cuori maturi ma anche le meningi affilate di un adolescente intrippato con lo sperimentale-digitale; è un disco brain-stream, di correnti pensanti e corse campestri, dove primeggia la libertà espressiva, non per questo priva di tecnica e talento, di anima e di coraggio.
La foto di copertina, di Gilda Mariani, in un’immagine riassume tutto questo.



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