Musica

Marco Manusso, la musica fuori dall’inquadratura

Marco Manusso ha attraversato cinquant’anni di musica italiana restando quasi sempre fuori dall’inquadratura: session man, arrangiatore, compositore. Poi un disco nato dal dolore. Ritratto di un musicista che ha costruito suoni per tutti, prima di trovare la propria voce.

8 Marzo 2026

Ci sono storie che, pur restando sotto traccia, hanno modellato la realtà quanto quelle più celebrate. È accaduto con sconosciuti membri di ordini monastici, pittori, architetti, imprenditori, politici, musicisti: figure che hanno inciso profondamente sul proprio tempo senza ricevere spazio sufficiente — o il cui spazio è stato deliberatamente cancellato.

Mi occupo spesso di queste vicende. Raramente lo faccio quando i protagonisti sono ancora in vita.
Faccio volentieri un’eccezione per Marco Manusso: non per promuovere un disco — che ha quasi sei anni — ma per raccontare un musicista che ha attraversato la musica italiana restando quasi sempre fuori dall’inquadratura.

Genovese di nascita e romano d’adozione, Manusso ha costruito in oltre cinquant’anni di carriera un percorso di ampiezza rara: chitarrista e arrangiatore per grandi nomi della canzone italiana e internazionale, compositore per cinema e televisione, conduttore radiofonico e televisivo, giornalista musicale, didatta, autore di libri e metodi per chitarra.

Una poliedricità che rende difficile collocarlo in una categoria precisa. Ed è proprio questa completezza sfuggente a renderlo interessante: non è mai stato soltanto una cosa.

Il suo strumento d’elezione è la chitarra, in tutte le sue forme.
Dalla sei corde elettrica del rock-blues alle acustiche del fingerpicking e del bottleneck, passando per il country e il jazz manouche. Una tecnica maturata in decenni di studio e di palco, che lo ha reso uno dei session man più richiesti tra gli anni Ottanta e i Duemila.

La lista delle collaborazioni racconta già molto — De Gregori, Dalla, Ron, Morandi, Patty Pravo, Renato Zero, Renzo Arbore con l’Orchestra Italiana, Alex Britti, Ray Charles — ma è nei margini di quella lista che si misura davvero il valore di un musicista.

È suo, per esempio, il leggendario fraseggio di Titanic di Francesco De Gregori.
E quando Tommy Emmanuel, probabilmente il più grande chitarrista acustico vivente, lo sceglie come interlocutore musicale, non lo fa per cortesia.

Il rapporto con De Gregori, del resto, va oltre la semplice collaborazione professionale. Diventa il cuore di uno dei progetti più personali di Manusso: Canti DeGregoriani, spettacolo-concerto in cui rivisita in chiave fingerpicking i brani più significativi del cantautore romano, affiancato da Bruno “Patinho” Paparazzo. La musica si intreccia al racconto di aneddoti vissuti in prima persona con l’artista. È il punto di vista di chi quella musica la conosce dall’interno, non da ascoltatore.

Nel frattempo scorre anche un’altra carriera: cinema e televisione.
Direzione musicale della versione italiana di Shrek, colonne sonore — tra cui il documentario RAI sull’ILVA di Taranto — sigle, programmi.

Dal 2000 insegna al Saint Louis College of Music di Roma. In aula non porta soltanto tecnica, ma anche storia e cultura della chitarra: dal rock and roll ai virtuosismi contemporanei del fingerstyle.

Cinquant’anni di musica per gli altri.
Poi, a un certo punto, la musica propria.

Bella Mattì (Camilla Records, 2019) nasce da una storia di dolore impossibile da nominare con facilità: la perdita del figlio Mattia, scomparso quasi dieci anni prima della pubblicazione, pochi giorni prima del suo ventitreesimo compleanno.

Dieci brani. Quarantadue minuti. Etichetta indipendente.
Nessuna campagna di lancio, nessuna spinta di una major. Il disco è semplicemente lì. E basta ascoltarlo.

Mi colpisce — e mi commuove — la musica che nasce dall’attraversamento del dolore.
Sappiamo che l’elaborazione dei traumi passa dal coraggio di entrarci dentro, senza scorciatoie. Ci si rialza entrando nel buio.

Questi brani raccontano esattamente questo, con il linguaggio di chi possiede un talento forgiato da decenni di ascolto e di esperienza. Ne emerge un compositore e un chitarrista finalmente libero di essere fino in fondo sé stesso — che è poi la sintesi di ciò che ogni musicista dovrebbe cercare.

Chitarristicamente si avverte Jeff Beck, si percepisce Knopfler, si riconoscono Leo Kottke e Bruce Cockburn. Manusso li fonde con pacatezza, senza mai invadere.

Non è facile trovare un album in cui la chitarra sia protagonista senza cedere alla tentazione della dimostrazione tecnica. Qui non c’è una nota che non sia al servizio del racconto.

I suoni sono splendidi, le armonie e i richiami interni costruiscono un’atmosfera malinconica e coinvolgente. È la colonna sonora di un film interiore che non è mai stato girato — ma che si vede lo stesso.

Non è un disco per classifiche.
È un disco da ascoltare sapendo da dove viene.

Perché conoscere la scintilla che lo ha generato — strappata a un evento indicibilmente devastante — gli conferisce un peso che non si può simulare.

Marco Manusso racconta il suo dolore con lo stile di chi, come una spugna, ha assorbito cinquant’anni di musica. Quando la spremi restituisce un fluido unico.

La metafora è di Mark Knopfler.
Ma qui si adatta con precisione.

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