Musica
Una questione privata
Ricordo di Michelangelo Zurletti, il critico, l’amico.
Una questione privata
Ricordo di Michelangelo Zurletti
La via comune che unì le nostra attività di critici musicali nacque in una gita a Firenze dove andammo insieme a due nostri amici, una collega che insegnava storia e filosofia e un grafico di un importante quotidiano nazionale, suo compagno di vita, a vedere il Flauto magico di Mozart messo in scena e trasformato in un film da Ingmar Bergman. Il grafico c’informò della nascita di un nuovo quotidiano, “la Repubblica”. Michelangelo Zurletti concorse e fu scelto da Scalfari per coprire la cronaca e la critica della vita musicale nel mondo. Dopo un po’ Michelangelo mi chiese di aiutarlo in questo lavoro. Era il 1976. Ci accomunava una ricerca mai terminata di sondare com’è fatto un brano musicale e quanto di quella invenzione venisse rispettata dall’interprete. O quanto l’interprete ce ne facesse scoprire lati nuovi. L’analisi doveva, sempre, prevalere sull’impressione. Fu probabilmente questo che sorprese molti: la critica era sottratta al futile estetismo di un genere più letterario che di critica, e in particolare di critica, musicale per diventare un modello di confronto con la struttura della musica e la capacità dell’interprete di restituirne la costruzione. Erano anche gli anni in cui, non solo per quanto riguarda la musica, si sentiva il bisogno di analizzare strutturalmente ogni aspetto della vita, sociale, politico, culturale. E se ne percepiva anche l’intima interconnessione. Libri come The classical style e The Sonata Forms di Charles Rosen ci apparivano esemplificativi. Ma poi, dal punto di vista letterario, c’era anche il nostro amore per Gadda. Di questo ampio specchio entrò a far parte anche lo Sperimentale di Spoleto: lì prendono forma le avventure dei nuovi giovani interpreti, dei nuovi teatranti, dei nuovi compositori. Nella musica, inoltre, l’interesse, se non la passione, per la polifonia fiamminga e rinascimentale, per il madrigale, il melodramma monteverdiano, e per quel miracolo d’intelligenza e di nuova sensibilità musicale che è l’Ars Nova francese occupavano lo spazio di una curiosità culturale che non conosceva limiti o confini. Per la musica popolare – quella vera – per esempio, come attestavano gli studi di Diego Carpitella. A tutto questo si aggiungevano, con insistenza, la curiosità, l’interesse per la “nuova musica”. Che in qualche modo ci appariva come una moderna declinazione dei principi sperimentali che avevano fecondato la “nuova arte” di ogni secolo, e in particolare di quella medievale. Di alcuni compositori legati alle avanguardie novecentesche, italiani e no, eravamo, anzi, entrambi anche amici e seguivamo con attenzione l’attività. Tutti questi fermenti agivano irresistibilmente all’ascolto di ogni concerto, alla visione degli spettacoli d’opera, alla lettura di nuovi saggi, di nuovi libri. Non mancavamo una Biennale veneziana. Non ci sfuggivano le novità di Berlino, Parigi, Bayreuth, Salisburgo, Charleston, Glyndebourne, Aix-en-Provence e naturalmente, Spoleto, Fiastra, Siena. Se penso agli spazi ridottissimi che oggi la stampa riserva alla critica teatrale e musicale e alla cultura in genere mi verrebbe da giudicare quel tempo un tempo quasi eroico. Ma non era così. Erano tempi difficilissimi, durissimi, di battaglie radicali. C’ra io terrorismo nero e quello rosso. C’erano le prime, e devastanti, avvisaglie di ciò che sarebbe poi stato il populismo oggi dilagante. Qualcuna delle battaglie vinta, ma molte, perse, visto che cosa è diventato oggi il mondo, e che cosa la stampa che lo racconta. Non si creda che quei viaggi in altri paesi, quelle ricerche, quelle scoperte, fossero normali. Era normale la fiducia che ci era concessa. Ma gli obiettivi andavano spiegati, conquistati volta per volta. Un compositore presentava una nuova opera in un borgo quasi sconosciuto delle Marche, della Toscana, e si proponeva di andare ad ascoltare la creazione. Poteva anche risultare una delusione. Ma ci si andava lo stesso, perché la garanzia era che si trattava di una nuova pagina di un compositore importante oppure di un’opera che prometteva di rivelarsi significativa anche se il compositore era ancora un illustre sconosciuto. Anche qui, nessuna certezza del risultato. Era, insomma, un’epoca dominata dalla curiosità di conoscere il nuovo.
Di tutto questo Michelangelo Zurletti non era tanto un promotore, quanto un appassionato suggeritore, un instancabile promotore. In altri campi un Alberto Arbasino, un Pietro Citati facevano lo stesso. E noi due si andava d’accordo in questo. Magari anche con divergenze di giudizio su questi o su quegli, su quest’opera o su quell’altra, ma mai sul fatto che se ne dovesse scrivere. Forse perché alle spalle, tanto per Zurletti, quanto per me, c’era l’insegnamento. Per lui, da sempre nei conservatori, per me, dapprima nei licei, ora lettere al ginnasio, ora italiano e latino nei licei classici e scientifici, e poi, definitivamente, anch’io nei conservatori, storia della musica. Il contatto diretto con i giovani c’insegnava quale fosse e quale dovesse essere il loro campo d’interesse. Non a caso, finiva che molti allievi diventassero amici e magari collaboratori. Ogni nuovo libro, ogni nuova musica, un nuovo interprete, un nuovo teatro, erano tante occasioni per riconfermare, rivedere, ridiscutere le nostre idee.
Poi c’era l’uomo, le passioni comuni, le divergenze di gusto e d’idee. Ma, per esempio la comune attrazione per la montagna. La salita alla Marmolada. O il piacere della tavola. La scoperta di quello e di quell’altro ristorante nei luoghi dove si andava. La curiosità per il nuovo cinema, per il nuovo teatro. Per il lato comico o spregiudicato del vivere. Ricordo una cena in un ristorante dell’Umbria, dopo un concerto. Il soprano era una nostra amica, golosissima. E la sua stazza lo dimostrava. Un commensale poco gentile e, soprattutto, poco attento alle formalità della convivenza civile, le chiese come avesse potuto non controllare l’aumento di peso. Il soprano scoppiò a ridere. Si pizzicò un braccio e disse: “Vede? conquistato: grammo per grammo”. L’individuo non fece mai più parte della nostra compagnia.
C’era il padre. Innamorato dei suoi due figli, Matteo violoncellista, e Sara, violinista, allora, e oggi musicologa, come il padre. La moglie, Maria Carla Notarstefano, suona il pianoforte. Una vigilia di Natale pensai di fare loro un regalo. Trascrissi per trio di pianoforte, violino e violoncello un canto popolare natalizio austriaco. Quando andai a casa loro, diedi la partitura a Maria Carla e dissi: “Questo è per voi tre, per te e per i tuoi figli”. “Suoniamolo subito!” esclamò Maria Carla. Si mise al pianoforte, i figli accanto a lei, uno al violoncello l’altra al violino. “Che emozione!” disse Maria Carla: “che emozione suonare qualcosa di nuovo con i figli”. Ma si era commosso anche il padre. Farla, la musica, era più bello che scriverne.
Quella serata mi è restata impressa. Non li ho mai più sentiti suonare insieme. Ma in quei pochi minuti avevo capito che l’analisi della musica era così capillare, così profonda, ogni volta che Michelangelo scriveva qualcosa, perché prima di arrivare sulla pagina, la musica era per lui, e per la sua famiglia, soprattutto una questione privata, un modo di vivere.
Che bell’articolo, pieno di affetto e di stima, per un amico che davvero deve essere stato prezioso. Ed è anche evidente il rimpianto per un periodo della nostra storia sociale e culturale in cui ancora arte, musica, letteratura e pensiero occupavano uno spazio fondamentale nella coscienza e nella formazione dei cittadini.