Storia
Il Giorno della Memoria, nel tempo che dimentica tutto
Fa quasi sorridere, di un sorriso amaro, la celebrazione odierna del Giorno della Memoria, in un’epoca che sembra invece dedicata all’indifferenza di tutto, all’oblio, al solo ricordo dell’offesa e dell’interesse privatissimo. Istituita all’inizio del nuovo secolo, mentre i decenni ci allontanavano da Auschwitz e dal Nazifascismo, doveva servire a ricordare la tragedia immane dell’Olocausto. La legge istitutiva, votata all’unanimità dal parlamento italiano nel 2000, recitava così:
“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Sembra preistoria il tempo della legge: non solo per le molte ragioni di crisi che riguardano ormai da molti anni questa istituzione del nostro calendario civile, e nemmeno solo per il cortocircuito doloroso, problematico, inevitabile che finisce per collegare il passato mostruoso del genocidio ebraico in Europa e il presente catastrofico della Striscia di Gaza martoriata dal governo e dall’esercito di Israele. Un cortocircuito del quale sarebbe bene discutere apertamente, evitando sia la semplice equiparazione tra Gaza e Auschwitz sia anche, però, il divieto assoluto di ogni comparazione problematica di Auschwitz con qualunque altra cosa: l’unicità storica della Shoa, per caratteristiche, disegno ideologico-razziale, impegno bellico e tecnologico, non è una ragione sufficiente per non rinvenire tratti comuni e sinistre assonanze in altri giorni della storia. Anzi, il Giorno della Memoria, estremizzando, doveva servire proprio a comparare: non per equiparare forzatamente, ma per evitare che pezzi di quell’orrore fossero resi attuali dall’umanità del presente e del futuro.
Sarebbe una bella discussione, sarebbe anzi un bell’esercizio politico e civico ma richiede un elemento della vita collettiva che va del tutto perdendosi, assieme alla capacità di discussioni laiche e libere, cioè appunto la memoria. Non solo e non tanto degli orrori lontani, delle polveri e delle ceneri del Novecento, ma anche di quelli recenti, appena sepolti, ancora sanguinanti. Senza memoria remota e recente non c’è nessuna salutare comparazione e nemmeno nessuna scandalosa equiparazione. Senza memoria non c’è niente, ed è questo forse il morbo del nostro tempo e di quello che abbiamo davanti. Pensiamo proprio a Gaza, per non sottrarci all’orrore più vicino, più sanguinante. Le manifestazioni, il “dibattit0” – si fa per dire – politico, gli echi di quello storiografico e giuridico sulla definizione di Genocidio, le indignazioni e le mobilitazioni, le accuse reciproche, spesso becere: tutto risucchiato nel gorgo della dimenticanza, tutto sepolto dalla pagina dopo. Ovviamente, ci sono luoghi e persone che continuano nella loro mobilitazione, nello sviluppare discussioni serie, che poi sono per definizione la base del pensiero collettivo, dell’azione, del miglioramento della società. Ma nel complesso, a parte poche nicchie di intelligenza attivista, quel che resta sono sparute bandierine che sono altrettanti segnaposti, e poco altro. Non parliamo di altri conflitti che hanno goduto da subito di minore attenzione, o di pezzi di mondo che sono abbastanza lontani dalla nostra geografia interiore di tardo-occidentali da non meritare proprio alcuna attenzione.
L’assenza di memoria copre rapidamente guerre e crimini contro l’umanità, ma sembra permeare ogni dimensione collettiva del nostro tempo, quasi a costituirne la vera dimensione politica. Cosa resterà nel ricordo, e come cambierà l’azione di stati e individui, di questa amministrazione di Donald Trump, tra il rovesciamento con un blitz militare di un governante ostile, la minaccia all’integrità territoriale di uno stato estero alleato, l’utilizzo di corpi speciali coperti da scudo penale per reprimere fino all’uccisione di innocenti una protesta democratica? È triste e molto realistico rispondere. “niente”. Se non resterà niente di questo, di Gaza, del sangue sparso a fiumi in Iran, se della guerra in Ucraina qualcosa resta solo perchè è ancora in corso, non può restare niente di nessun orrore, fosse anche sacralizzato nel calendario civico ed educativo di un intero continente. Le ragioni che fondano questo tempo dell’oblio sono molte, hanno sicuramente a che fare con il sistema mediatico ed educativo, con la fine della passione politica, con l’inazione delle classi dirigenti di mezzo mondo, con l’impossibilità di fare sentire e vedere che l’azione politica cambia davvero in meglio la vita delle persone: e tutti questi elementi, assieme ad altri, sono legati da un complesso rapporto tra cause ed effetti che rende il gomitolo inestricabile, in modo che davvero sia colpa di tutti e quindi di nessuno.
Resta dunque il senso di inutilità di ogni retorica della memoria, che invece di rompere l’avanzata degli Ultracorpi dell’oblio finisce col rafforzarla. C’è però del buono, in questo assedio: a differenza degli altri, nei quali si può rispondere solo con le armi e con la certezza storica che si finirà per capitolare, a questo si può rispondere potendo dire, per davvero: “Io ricordo, ricordo tutto, quasi tutto, e se qualcosa mi dimentico mi sforzo perchè non capiti, mi sforzo di ricordare”. Quantomeno, noi che ci ricordiamo, potremo dire, un po’ più in là, che non è servito a niente. Ma almeno ci ricorderemo di averci provato.
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