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Storia

La guerra dopo la guerra: lotte partigiane e nascita dell’Italia repubblicana

di Giovanni Chiriatti
12 Marzo 2026

L’errore più comune che si fa pensando alla storia, è quello di intenderla in ciò che definisco “compartimenti a stagno”: è una grave distorsione dovuta all’abitudine, soprattutto scolastica, di farci intendere che un fenomeno storico abbia un inizio e una fine datata e certa. Per alcuni fatti storici è vero, ma per altri – tanti altri – non è così. Eppure, siamo abituati a pensare che, per esempio, nel 476 d.C. l’Impero Romano d’Occidente sia svanito, così, di punto in bianco. Oppure, che il giorno dopo della fine della Seconda Guerra Mondiale, il 2 settembre del 1945, tutto sia tornato alla normalità. Non c’è niente di più distorto. Essendo italiano e, per ovvi motivi, scrivendo nella mia lingua, voglio agganciarmi appunto al già citato termine del Secondo conflitto mondiale, per fare chiarezza su alcuni punti.

Dopo l’armistizio del 1943 e l’istituzione della R.S.I. (Repubblica Sociale Italiana) con capitale Salò, l’Italia venne trascinata in una moltitudine di conflitti sul proprio territorio: quello tra le forze fasciste ancora attive che, insieme all’esercito nazista, si scontra con le forze alleate; quello tra nazi-fascisti e partigiani e quello, spesso ignorato o comunque poco considerato, tra partigiani stessi. L’ultimo punto non rappresenta un paradosso: è il brutale processo naturale che si riscontra quando, diverse forze attive in un conflitto, pur provenendo dalla stessa area geografica, non condivide il fine comune e lotta per arrivare all’egemonia una volta che il regime x, crolla. C’è la credenza diffusa che la lotta partigiana sia stata una prerogativa dei comunisti; ma non è così. Sicuramente, hanno rappresentato una, se non la vera, forza maggioritaria, ma non di certo l’unica. Esistevano i partigiani monarchici (o badogliani), i partigiani azionisti (legati a Giustizia e Libertà e al partito d’Azione), i partigiani cattolici (Brigate Fiamme Verdi), i partigiani socialisti (in Italia, ma anche altrove, l’esperienza socialista si distaccherà gradualmente da quella comunista – questo lo approfondiremo in un articolo a parte) e infine i partigiani liberali. Ma allora, vi chiederete, come si è risolta questa situazione?

Ve lo spiego subito: i partigiani comunisti, guidati da Togliatti, erano determinati ad acquisire il potere dopo che il regime di Mussolini – e di riflesso quello di Hitler – sarebbe crollato, lasciando campo aperto alla rivoluzione che avrebbe portato ad una svolta rossa nella penisola. Agli sgoccioli del termine del conflitto mondiale, nonostante la collaborazione tra americani e russi (e i vari alleati), il loro rapporto presentava già alcune crepe che, in seguito, avrebbero portato alla divisione in due poli e alla Guerra Fredda. Tuttavia, ci fu un episodio emblematico: “La svolta di Salerno”. Essendo indispensabile il dover unire le forza per abbattere una volta per tutte il regime totalitario, Togliatti spinse i suoi a collaborare con gli altri nuclei di Resistenza, rinviando a data da destinarsi, la rivoluzione. Ma poi cosa accadde? Accadde che il conflitto bellico terminò, ma non la lotta tra i gruppi paramilitari di partigiani che, improvvisamente, tornarono a lottare tra loro compiendo anche atti spregiudicati e di efferata violenza: vendette, processi sommari, esecuzioni e sparizioni che coinvolsero anche civili inermi e spesso innocenti. Mentre il mondo quindi si ritrovava diviso in due: i paesi filo occidentali da un lato e, dall’altro, quelli sovietici che andavano delineandosi nel Patto di Varsavia, in Italia si decideva da che parte stare: monarchia o repubblica? Come sappiamo, vinse la seconda e, tale risultato – e la formazione di una Costituente e, di riflesso, di una Costituzione democratica (anche sotto la spinta statunitense) – vanificarono ogni tentativo di svolta rivoluzionaria bolscevica. E poi? Qualcuno di voi si chiederà. E poi, accadde che in Italia nacquero i partiti ma, non tutti erano legittimati a governare. D’altronde, se da un lato avevamo il PCI (Partito Comunista Italiano) che strizzava l’occhio alla dittatura repressiva e antidemocratica sovietica, dall’altro avevamo il MSI (Movimento Sociale Italiano) nato dalle ceneri del Partito Fascista, quindi anche esso assolutamente delegittimato. Non restava altro che la DC (Democrazia Cristiana) che, filoamericana – ma non poteva essere diversamente, visto che eravamo debitori in tutti i sensi degli USA – era quella più legittimata (più, non completamente) a governare. A parte alcune pause e tentativi di cambi di timone – il futuro governo Craxi con il PSI (Partito Socialista Italiano) ne è una prova – la DC tenne bene o male sempre le redini del potere nostrano (dando vita a quello che viene definito: bipartitismo imperfetto). Tutto questo, ovvero l’esperienza della Prima Repubblica, culminò con Mani Pulite, il processo che le diede il colpo di grazia anche se, questa esperienza politica era già destinata a crollare o comunque, a subire un forte mutamento, visto che la Guerra Fredda era finita (più o meno) con la caduta dell’URSS e la spinta di propulsione della DC – l’anticomunismo – non serviva più, come non serviva più neanche il PCI e di riflesso il MSI.

Questo, per comprende che, i fatti storici, non hanno un inizio e una fine totalizzante, ma che si portano dietro degli strascichi che possono arrivare fino ai giorni nostri, creando ancora delle conseguenze che possono avere un impatto sulla società odierna: d’altronde ancora oggi si parla di fascismo e comunismo e, ancora oggi, soprattutto oggi, il mondo è diviso più che mai.

 

Pavone, Claudio. Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza. Torino: Bollati Boringhieri, 1991.

Woller, Hans. I conti con il fascismo. L’epurazione in Italia 1943-1948. Bologna: Il Mulino, 1997.

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