Storia

Tacito, Trump e il potere

L’analisi del parallelismo tra l’opera di Tacito e la presidenza di Trump trova nelle riflessioni del latinista Rosati e nella figura di Calgàco le chiavi interpretative per decifrare le dinamiche del potere e la metamorfosi del linguaggio politico tra autorità e post-verità

4 Aprile 2026

Il contributo di Gianpiero Rosati, eminente latinista e filologo, pubblicato nella serie “Le Lezioni” del Corriere della Sera, ci restituisce un’immagine di Tacito che va ben oltre quella del cronista della decadenza. Rosati, con la consueta finezza analitica, lo delinea come un acuto psicologo del potere, capace di trasformare lo stile stesso – quella sintassi spezzata, densa e asimmetrica – in uno specchio della realtà politica che descrive. In un mondo dove non c’è più spazio per la linearità della democrazia, ma solo per le torsioni e le ombre del dispotismo, Rosati ci invita a leggere Tacito non come un reperto museale, ma come un autore straordinariamente contemporaneo, capace di insegnarci a leggere tra le righe delle comunicazioni ufficiali per scorgere la verità nuda e spesso brutale del dominio.

Il silenzio dell’abiezione di cui scriveva Chateaubriand nel 1807, quel vuoto pneumatico dove risuona solo la catena dello schiavo mentre tutto trema davanti al tiranno, è il punto di partenza per una riflessione che scavalca i secoli. Chateaubriand vedeva in Napoleone un nuovo Nerone e annunciava che, nell’ombra dell’impero, era già nato un nuovo Tacito, l’unico storico incaricato della vendetta dei popoli. Questa trasparente allegoria ci ricorda che Tacito è, da sempre, il nemico più acuto e intransigente di ogni potere che si faccia assoluto.

Oggi, guardando alla parabola politica di Donald Trump, questo monito risuona con una forza inedita: il “tacitismo” non è più solo una categoria letteraria, ma una bussola per orientarsi nel crepuscolo delle istituzioni liberali.

Il dilemma che lo storico romano poneva nelle sue pagine – come vivere sotto i tiranni senza cedere né alla sterile ribellione né al servilismo degradante – è il medesimo che oggi agita le cancellerie e i corridoi di Washington. Osservando il panorama attuale, si scorge con chiarezza quel deforme obsequium che Tacito rimproverava alla classe senatoria: quella bramosia di consenso, quella fretta di correre a servire il nuovo leader per timore o per calcolo, che trasforma uomini teoricamente liberi in cortigiani proni ai capricci di un principe che governa a colpi di provocazioni. La corte di Mar-a-Lago, con i suoi rituali di fedeltà assoluta e le sue repentine epurazioni, è la versione moderna delle stanze del Palatino, dove il favore del sovrano è l’unica moneta che conta.

Quando Calgàco, figura quasi mitologica e leader dei Britanni che nell’83 d.C. si oppose alle legioni romane, denunciava i conquistatori dicendo che chiamano impero il deserto che hanno creato, svelava il meccanismo della post-verità ante litteram. Tacito trasforma questo capo barbaro in un gigante della retorica, affidandogli il compito di smascherare l’ipocrisia del civilizzatore.

“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”
Calgàco, capo dei Caledoni

È Calgàco a pronunciare la sentenza definitiva sulla “Pax Romana”: la capacità dei vincitori di devastare il mondo e chiamare poi quella solitudine desolata con il nome di “pace”. Egli rappresenta l’antagonista necessario, l’uomo libero che offre a Tacito l’occasione per esercitare una lucidità disincantata che non risparmia nemmeno la propria patria.

Sopravvivere al potere di un leader come Trump, che fa della rottura sistematica delle norme e del disprezzo per le procedure la sua bandiera, richiede la stessa fermezza intellettuale che Tacito metteva nel descrivere la parabola dei Cesari. È necessario guardare oltre la maschera del populismo, oltre il fasto ostentato e i proclami incendiari, per individuare le fibre scoperte di un sistema che, nel momento in cui sostituisce il bene comune con il culto della personalità, inizia il suo inesorabile declino.

“Trump come Gesù, tradito e accusato”
Paula White-Cain, consigliera dell’ufficio della Fede, Casa Bianca

Il parallelismo si fa stringente: come i contemporanei di Tacito dovevano imparare a decifrare gli arcana imperii dietro le finte modestie di Tiberio, così noi oggi siamo chiamati a distinguere la realtà dalla narrazione in un’epoca di “fatti alternativi”.

Tacito ci ha lasciato gli strumenti per non essere travolti: uno sguardo spietato, una parola densa che non si lascia sedurre dalle semplificazioni e la consapevolezza che la storia non perdona. Sebbene un leader possa prosperare per un tempo, manipolando le paure e il risentimento, lo storico è già lì, pronto a scrivere la verità sui muri del tempo. In fondo, la vera sfida non è solo sopravvivere politicamente, ma impedire che il potere ci tolga la capacità di chiamare le cose con il loro nome, evitando che il deserto sociale e culturale che ci circonda venga, ancora una volta, scambiato per una nuova era di grandezza. È proprio attraverso la lente di studiosi come Rosati che comprendiamo come il grido di Calgàco non sia solo un lamento del passato, ma un monito perenne sulla natura del potere di ieri e di sempre.

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