Teatro
Un po’ meno fantasma: la consistenza della fragilità
Uno spettacolo di Kronoteatro con Tommaso Bianco, per la rassegna “Mentre vivevo”, visto a Poggio Torriana l’8 febbraio 2026
Siamo nella Sala Teatro Poggio Torriana, per la rassegna Mentre vivevo diretta da Quotidianacom. La platea attende davanti al palco che presto darà corpo al titolo del giorno: Un po’ meno fantasma, di Kronoteatro, con Tommaso Bianco, per la drammaturgia di Tommaso Cheli e Francesca Sarteanesi.
Cala il buio, la scena si accende su una figura accovacciata a terra, il corpo è ricoperto di un piumaggio colorato – ideato da Rebecca Ihle – che vibra dal rosso al celeste al rosa chiaro, come il manto di un animale esotico. Sul dorso speroni dall’aria inoffensiva completano una sagoma curiosa, appariscente.
Il cranio sta tra il busto e le gambe piegate a terra, il corpo abbraccia sé stesso, chino e raccolto, così da formare al centro un cuore purpureo che prende a battere: colpi netti, asciutti, danno inizio al movimento. Solo pochi battiti, scanditi dai tacchi nascosti dall’abito-armatura che copre e rigonfia il corpo dell’attore; sono questi battiti, in sette sequenze brevi, a dirci che si tratta di uno spettacolo cardiaco, intimo, nel gioco e nell’ironia che sostanziano la vita e così il teatro. Lentamente la figura si solleva; eretta, attende l’allineamento degli occhi a un orizzonte estatico poi comincia a raccontare, per frammenti, la sua vita.
E’ un uomo dall’età indecifrabile, dal volto pallido sotto la capigliatura nera scolpita e lucida. E fisso è anche lo sguardo, come rivolto al proprio sbigottimento, concentrato nei ricordi che prendono voce; gli occhi emergono al volto cereo dell’invocato fantasma, da un essere che ha del fantastico e del ferale assieme. I colori dell’abito che riluce sotto i fari, gli speroni spuntati, la voce sussurrata, tenue fino all’inudibile: ecco il tragicomico di questo personaggio che annuncia un lavoro denso, aggraziato e desolante.
Fremono solo le estremità delle braccia calate lungo i fianchi: Marcello – ne scopriamo il nome durante un suo racconto – parla della propria vita come trasognato, intrecciandosi con le voci di persone e congiunti estratte dalla memoria nei diversi idiomi dialettali, dal veneto al siciliano, dal lombardo fino al toscano al romagnolo, risaltando di Tommaso Bianco l’abilità vocale capace di virate timbriche veloci e calate memorabili. E tutte queste voci sono in lui, sono le voci delle ferite e dei colpi inferti dalla vita, che pure non lo scuotono, non lo scompongono, lo portano invece a continuare, a mostrarsi, con voce dimessa, imperturbabile.
Dopo i primi venti minuti di monologo statico si è affaticati ma anche pungolati dalla fermezza e dalla precisone dell’attore, dal suo controllo del corpo e dai lampi irridenti dello sguardo; il solo movimento è quello labiale, che evoca personaggi rianimati da una voce maestra che richiede ascolto attento, come a rivendicarne il valore, proprio a teatro, dove spesso lo spettatore è addormentato o distratto. Così Marcello resta in piedi senza muovere un solo passo, si racconta dentro una vita fatta di umiliazioni e mancanze accolte con mestizia, di sogni infranti nella scoperta di ogni assenza e privazione materiale; una vita dimessa da ogni reazione, esposta all’assurdo di un presente stracolmo di disagiati che diversamente da lui non si sentono tali e lo aggrediscono, si arrogano poteri, critiche. Lui racconta dell’umanità greve e volgare che ha intorno e che da sempre accompagna, e ama, indulgendo alle tante aggressioni, dal professore, dal datore di lavoro, dall’amico di sempre e poi anche dalla nonna, dallo zio, dal padre, e anche da un se stesso che lo vorrebbe meno fantasma. E’ il trionfo composto dell’uomo ai margini del nostro sguardo, degli invisibili che a teatro risuonano più forti, veri. Presenti.
Ogni personaggio rievocato porta nel timbro e nella parola sofferenza, sgarbataggine, ferocia; Marcello, al contrario non soffre, non si lamenta; raccontando accarezza il suo disagio, la violenza e l’indifferenza degli altri – che pure si dichiarano sensibili; scorrono lungo la sua corazza variopinta storie d’amore e di lavoro avvilenti, che sembrano mano a mano rafforzarlo, renderlo sempre meno fantasma, sempre più spirito libero, anima pura.
Nella sua bellezza, il lavoro mette a prova la resistenza emotiva dello spettatore, costretto a concentrarsi in un ascolto sottile e protratto, ipnotizzato dalla monotonia tonale di Marcello, ma allo stesso tempo pervaso dalla forza intima e spettrale di questa grande prova fisica e psicologica di Tommaso Bianco, che ci provoca dall’alto di una fragilità estremizzata nella parola, senza un batter d’occhi, senza nessuno dei tentennamenti che invece lui racconta. Si sollevano le braccia, due sole volte, come ad accennare un volo indeciso, come a gonfiare il cuore in petto per tutta risposta contraria.
La nemesi sta nell’imporsi della fragilità cosciente sulla spavalderia grossolana delle tante voci che per quanto robuste e disinvolte, tradiscono un mal di vivere amaro e solitario, risaltato dalla mancanza di gentilezza, dalla ruvida sgradevolezza dei timbri vocali, dallo strascicamento parodistico dei dialetti.
Inevitabile seguire il racconto di Marcello a tratti surreale e comico e ricordare quanti personaggi simili abbiamo incontrato nel quotidiano: quegli strambi stralunati che spesso abbiamo ignorato imbarazzati, che hanno saputo resistere e ci sorridono, e vivono i giorni e le loro ingiurie con intuibile amore per la vita, con imperturbabile fiducia. Marcello racconta in se i fragili, i disagiati, i visionari che hanno respinto gli attacchi della vita e ora sono “un po’ meno fantasmi”, s’impongono all’attenzione, anche grazie al teatro, all’esporsi a un pubblico che resta scosso da un’arte che penetra nell’intimo senza rumori ed effetti, turbato da tanta sommessa forza d’animo. Ma è vero, si va a teatro per ricordarsi com’è fatta la vita attraverso la sua deformazione, ricordando il sublime e la durezza del cuore umano.
Nel finale, accolto il padre che parlando della sua “canina” d’infanzia rantola in una cupa risata, Marcello torna a richiudersi, riabbraccia se stesso; prende forma il cuore purpureo, pulsa in una nuova serie di battiti, scatena l’applauso.


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