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Essere sé

televisione

Essere sé stessi, essere un altro e i mass media…

di Davide Morelli
14 Marzo 2026

 

Se i contestatori giovanili del’68 e del’77, poi la sinistra extraparlamentare e infine coloro che fecero lotta armata avevano un atteggiamento alloplastico, che diventava allocentrico, quando in realtà qualcuno di loro avrebbe dovuto risolvere i suoi conflitti intrapsichici, il suo irrisolto esistenziale, i suoi nuclei psicotici, oggi molti cercano non di cambiare il mondo ma sé stessi in base ai canoni estetici, consumistici, capitalistici, edonisti, pragmatici. Un tempo molti volevano un mondo altro, oggi molti vorrebbero essere un altro o un’altra. L’invidia è sempre esistita. La deprivazione relativa pure. Lo schadenfreude è sempre esistito. Sono sentimenti ed emozioni innate e fanno parte della natura umana. Si possono attenuare ma mai eliminare. Ma oggi più che mai grazie a moda, mass media, nuovi media, cinema molti vogliono essere un altro o essere come un altro o un’altra. La soddisfazione consiste nel sapersi avvicinare a certi modelli imposti dal potere. Ecco allora che molti sono diventati completamente autoplastici, cioè adattano e cambiano loro stessi in funzione del mondo esterno, spesso creando un disequilibrio dinamico tra assimilazione e accomodamento per dirla alla Piaget. Un tempo l’atteggiamento alloplastico veniva legittimato dalle ideologie, dalla politica dal basso, dai movimenti studenteschi, dalla partecipazione collettiva, etc etc. Oggi questa legittimazione politica e socioculturale, intrisa di fideismo, a tratti indebita, è finita, si è dissolta. Ecco quindi che molti sono diventati camaleontici, insomma degli Zelig, ricordando il film di Woody Allen. In fondo la psicologia insegna che l’apprendimento per imitazione è uno dei modi di imparare e dei modi di conformarsi alle norme più efficaci fin da bambini. Molti imitano le star della tv, del cinema, del web, etc etc. Un tempo le ideologie erano un punto di riferimento etico e valoriale e i gruppi, i movimenti, le associazioni, lo spontaneismo giovanile difendevano i singoli dall’ansia, dalla solitudine, offrivano empatia e sensazione di fusione psichica in momenti e in luoghi di aggregazione sociale e politica. Oggi i singoli per essere accettati, per non rimanere soli devono accettare simboli, codici, status per essere integrati socialmente e lavorativamente. Bisogna avere le cose come i ricchi, essere belli come gli attori, essere ben vestiti come i modelli, essere prestanti sessualmente come i pornoattori, pensare in modo politicamente corretto, leggere bestseller, frequentare locali in, ascoltare i tormentoni, seguire la moda, etc etc. Molti hanno per tutta la vita in testa certi termini di paragone e tutta la vita stanno a chiedersi quanto si discostano da certi standard. Ma i termini di paragone fin dall’infanzia non li scegliamo noi, ma ci vengono quotidianamente imposti. Oggi possiamo affermare che per quanto riguarda il processamento e l’influenza dei mass media la teoria degli effetti limitati non è più attuale, così come si può considerare datato il comportamento proairetico del consumatore. Oggi gli effetti dei mass media sulla popolazione si possono studiare quasi esclusivamente con la teoria dell’ago ipodermico o bullet theory, con la teoria della dipendenza dei mass media, con l’apprendimento sociale di Bandura (è su questo che si basa il piccolo saggio “Cattiva maestra televisione” di Popper), con la desensibilizzazione, che causa indifferenza e, come si diceva un tempo deumanizzazione orientata sull’oggetto e sul soggetto, senza dimenticare che noi siamo soggetti a dinamiche elementari di voyeurismo, narcisismo, esibizionismo, che oggi vengono slatentizzate in molti. E questo vale anche per la cultura, per l’arte, perché anche lì ci sono modelli, icone, star. In ogni ambito c’è un élite di influencer e una massa di influenced. E poi mi fanno ridere quelli che dicono che ognuno è libero di fare come vuole, di pensare come vuole, di amare chi e come vuole, di essere come vuole, quando gli stili di vita, i modi di essere ci vengono continuamente propinati dall’alto. I mass media controllano le menti delle masse, colonizzano l’inconscio individuale, costituiscono di fatto l’inconscio collettivo. Pochissimi riescono a rompere la bolla rassicurante della cultura di massa, in cui sono dentro fin dalla più tenera infanzia. Sia ben chiaro: il potere non ha bisogno dei messaggi subliminali, che spesso sfruttano l’effetto primacy, e la cui efficacia a lungo termine non è scientificamente provata, ma gli basta usare il condizionamento classico di Pavlov, aggiornato secondo i dettami del neuromarketing. Pochi vogliono essere sé stessi, cercano di riappropriarsi fino in fondo di loro stessi. È più difficile farlo perché significherebbe accettare sé stessi, magari dopo un duro lavoro su sé stessi. È sempre più difficile oggi diventare ciò che si è, come voleva Nietzsche, perché oggi bisogna diventare ciò che i mass media, la moda, il capitalismo, la cultura, la politica, il cinema ci dicono. L’apparire, il modo di essere, le cose da avere, il pensiero finiscono per essere eterodiretti. E coloro che si elevano intellettualmente spesso finiscono nel conformismo culturale. Nel migliore dei casi si finisce hegelianamente nell’antitesi, nell’essere contro a priori, nel vuoto ribellismo e mai si riesce nell’autosuperamento per approdare alla sintesi. La via di uscita si chiama spiritualità, ma viene considerata dai più una scommessa pascaliana persa in partenza. Molti ripetono che siamo tutti unici e irripetibili, ma è solo una frase fatta perché bisognerebbe chiedere a chi lo ripete come un mantra ossessivo in cosa consiste veramente la sua specificità e non saprebbe rispondere. Viste e considerate la dipendenza degli infanti dagli adulti, l’interdipendenza adulta e il fatto che è molto difficile sapere chi si è è cosa si vuole veramente, la nostra identità è sempre stata sociale, come studiò Tajfel. Questo per secoli e secoli. Il problema è che oggi la nostra identità sociale è frammentata, visto che socialmente siamo uno, nessuno, centomila, mentre l’identità vera di molti è solo mediatica, recepita passivamente, plasmata inconsciamente e quotidianamente, imposta dall’alto.

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