Don Gino Rigoldi: “Vorrei che i politici non fossero bulli”

29 Novembre 2022

Entra per la prima volta al Carcere Minorile Beccaria di Milano nel 1972 e subito capisce che quei ragazzi hanno bisogno di un aiuto diverso, non solo dentro, ma anche fuori dal Carcere. Don Gino Rigoldi nel 1973 fonda il “Gruppo Amici del Beccaria”, che cambierà nome nel 1975 in “Comunità Nuova”. Oggi la Fondazione, nata nel 2015, diffonde la cultura della solidarietà e a sostiene progetti e servizi che rispondano ai bisogni dei ragazzi che non hanno un contesto relazionale adeguato nel quale crescere e costruire un futuro. Incontro Don Gino presso la sede della Fondazione a Milano, e mi faccio raccontare come è cambiata la sua missione in più di 40 anni.

Sul sito della Fondazione la prima frase che si legge è “Non si diventa grandi da soli” eppure oggi molti giovani si ritrovano soli. Come si deve agire per arginare questa situazione?

Per prima cosa vanno educati gli adulti affinchè siano capaci di accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita. Bisogna partire dai posti dove si trovano i ragazzi: famiglia, scuola, società sportive e qualsiasi luogo di aggregazione dove ci sono i giovani. Ma non bisogna dimenticarsi dei tanti giovani nelle piazza, nelle strade: questi ragazzi bisogna “andarli a prendere”. Con i miei collaboratori abbiamo sperimentato diverse possibilità per assolvere a questo compito. Abbiamo realizzato dei corsi di formazione proprio per gli insegnanti, ad esempio, con un’unica materia: la capacità di relazione. Se tu riesci ad ascoltare i ragazzi, a dargli valore facendoli sentire partecipi, le cose funzionano. Ho visto classi di balordi cambiare totalmente in poco tempo. Abbiamo anche un settore che si occupa dello sport, dove l’importante non è organizzare le partite, ma mettere in condizioni gli allenatori che devono diffondere i valori dello stare insieme, il concetto di comunità, di progetti da costruire e anche di giustizia. Gli offriamo accoglienza attraverso i nostri sportelli tra il quartiere Barona e Baggio per capire insieme quale strada percorrere per un reinserimento positivo nella vita sociale. Con BIR, un’associazione che partecipa alla Fondazione e di cui sono Presidente, negli ultimi 20 anni ha inviato circa 3.000 ragazzi a fare volontariato. Mandavamo negli orfanatrofi rumeni mediamente 120 persone ogni anno, divisi in gruppi di otto, accompagnati da un nostro formatore o da nostri ragazzi che nel frattempo avevano imparato ad essere dei facilitatori di relazioni tra le persone. è stato un successo: i ragazzi in gruppo si scambiano le reciproche esperienze, si arricchiscono tra loro, condividono un’impresa, un impegno, riuscendo ad assolvere a quel ruolo che in una famiglia è scontato venga svolto dai genitori. È un fatto molto rassicurante vedere all’opera i nostri giovani quando ben accompagnati, io stesso non smetto di meravigliarmi per come i ragazzi cambiano in un modo così rapido. Il segreto è che insieme si moltiplicano le energie. Ho visto ragazzi  dai 16 e i 18 anni stare 6/8 ore al giorno a contatto con i bambini degli orfanotrofi rumeni, dove la disperazione e lo stato di abbandono sono tali che io stesso, che ritengo di avere una certa esperienza, non riuscivo a reggere. I giovani hanno una forza straordinaria e nel momento in cui diventano un gruppo generano un reciproco rinforzo che rende qualsiasi azione più performante.

Come è cambiato il disagio giovanile da quando lei ha iniziato a oggi?

Io ho iniziato 50 anni fa in un’Italia che stava ricominciando a marciare, la guerra era oramai finita da qualche tempo, era iniziata l’era della industrializzazione, c’era lavoro per tutti, si respirava un certo ottimismo. Quando hanno iniziato ad arrivare gli stranieri – ricordo il primo barcone carico di mille albanesi – si è creata una novità nel mondo del lavoro, ma anche una situazione di insicurezza. Era già capitato che il carcere Beccaria si riempisse, ma era pieno di ragazzi figli di immigrati provenienti dal sud del paese, i milanesi erano solamente il 2/3%, il resto da Roma in giù. Ragazzi tutti decisi a conquistare il benessere sociale, soldi per vestirsi, per divertirsi, tutti con un’opinione sostanzialmente ottimista. Gli stranieri sono arrivati con le stesse aspettative in un mondo nuovo: questo ottimismo è però scivolato verso un opportunismo un po’ triste. Una volta riempita la pancia, l’inno al benessere non è stato accompagnato poi dall’inno alla solidarietà, all’onesta e alla cura della propria vita, intesa come significato etico e politico da offrire. Mi sembra oggi di avere di fronte giovani disorientati, o meglio, negli ultimi anni sono orientati dai social, dal successo, dal cinismo del successo, dall’affermazione di sé, dall’esibizione, dal possedere oggetti di culto. Ai miei tempi c’erano l’Eskimo e le Clark, oggi invece ci sono gli orologi di marca e il completo griffato a prezzi centuplicati. C’è una gioventù che, in mancanza di una educazione da parte degli adulti – intendo tutto il mondo adulto, dalla scuola alla chiesa – vive alla giornata; quando però li incontri in momenti di crisi non sanno nulla di sé, non conoscono nulla del mondo e esprimono, in questi ultimi anni, una richiesta affettiva esagerata. Questo lo noto in carcere, ma anche fuori. Nel momento in cui incontrano un adulto che li sostiene, dopo aver smaltito l’”ubriacatura” di possedere tante cose, si rendono conto che ricevere un po’ di amore forse non sarebbe male.

Crede che il nuovo Governo e la linea che sta attuando, per esempio nei confronti dei migranti, la visione di un carcere punitivo o anche il caso del rave di Modena, siano di aiuto all’emergenza sociale oppure no?

Vorrei che ci fossero dei politici non dei “bulli”: i bulli spaccano i poveretti, il bullo per sua natura si rifà sul più debole, non sul più forte. Tutti devono sapere che il carcere non è un luogo bello – di bello non c’è nulla – c’è tanta disperazione, ci sono tanti suicidi… Credo però che con questo governo, con il nuovo Ministro, ci sia una maggiore sensibilità al riguardo. Insieme a questa sensibilità bisogna però avere anche senso pratico: io sono un prete, servo messa e parlo di Gesù Cristo, ma se in carcere non c’è un direttore – e almeno in quaranta forse cinquanta istituti di pena questa figura manca – e si sommano i facenti funzioni, i precari, ecco che non c’è nessuna politica, ma solamente il mantenimento di quello che c’è. C’è una grave carenza di educatori, una figura di riferimento. Nelle case circondariali, dove ci sono i detenuti già condannati, l’educatore è il tramite tra il recluso, gli agenti, la direzione, l’avvocato, il tribunale, la famiglia. Se calcoliamo che le carceri sono popolate soprattutto da poveri, questi non possono permettersi nemmeno un avvocato difensore, l’unico appiglio che potrebbero avere è l’educatore. Se pensiamo a un carcere come quello di Monza, che ospita 600 detenuti con una parte dei reclusi (almeno un centinaio) con problemi psichiatrici e solamente due educatori, questo luogo diventa paragonabile ad un lager. Gli stranieri sono un grande problema, una faccenda davvero complicata, non possiamo accogliere migliaia di persone in poco tempo, ci sono dietro grandi affari. Noi diamo molti soldi alla Libia che tortura e di nuovo sfrutta le persone che sono scappate dai luoghi poveri, alla Turchia dove esistono dei campi profughi eterni, e ancora nell’isola di Lesbo non esistono profughi temporanei, quelle sono persone che resteranno lì per sempre. Esiste poi un grande guadagno per chi organizza il traffico di queste persone, che arrivano sì dalle zone povere, ma ci sono anche i profughi e richiedenti asilo, che arrivano da luoghi dove c’è la guerra. Non possiamo discriminare, non arrivano solo gli egiziani o i marocchini che provengono da situazioni di povertà, ma ci sono persone che arrivano ad esempio dalla Siria sotto i bombardamenti: ecco queste persone hanno un altro titolo per essere accolti. Andrebbero fatte delle politiche serie e non delle semplificazioni da bulli.

Quanto è importante lavorare con le famiglie per prevenire alcune situazioni e non trovarsi a risolverle quando magari è troppo tardi? Come e chi dovrebbe farlo?

Intanto nelle famiglie non si lavora mai, se non quando si verifica un incidente nella famiglia stessa. Il figlio può essere un cinico, un credente, un miscredente, un puttaniere, ma fin quando non c’è un incidente le famiglie non chiedono aiuto. Venticinque anni fa alla parrocchia del Rosario mettemmo insieme un gruppo di 25 famiglie, perché veniva sollecitata un’attenzione all’educazione, poi svanita completamente. Se la famiglia è mediamente felice, le cose camminano serenamente fin quando accade l’incidente, a quel punto ci vuole qualcuno che dia una mano a reagire.

La città di Milano, così all’avanguardia sotto tanti aspetti, ma che negli ultimi anni sembra aver fatto passi indietro rispetto a determinati contesti come le periferie e la gestione della sicurezza, cosa dovrebbe fare per colmare questo gap?

La città deve necessariamente occuparsi della gente più povera. In Piazza Selinunte, dove ci sono scuole frequentate al 95% da ragazzi di famiglie arabe, succedono un sacco di casini con i rapper e compagnia bella: lì bisogna lavorarci con gente competente, ci sono moltissime case occupate, bambini che nascono in condizioni di grande povertà, dove la famiglia c’è e non c’è. Al Giambellino abbiamo fornito 250-300 tablet per la scuola, non so se anche a San Siro è avvenuto, in caso contrario i bambini hanno perso completamente due anni di scuola elementare, sono luoghi di grande povertà. Qualcuno ha suggerito di fare un luogo di aggregazione giovanile, ma bisogna stare attenti. Forse dall’esperienza del Barrios nel quartiere Barona, dove anche noi siamo presenti, si può imparare: qui c’è il bar, ci sono luoghi di formazione, c’è la sala prove, c’è un’orchestra con il metodo Abreu, il doposcuola per i bambini. Bisogna pensare ad un posto amico delle famiglie che diventa pian piano anche amico degli adolescenti: se ci occupiamo delle mamme, dei bambini e dei fratelli minori, anche i fratelli maggiori inizieranno a dialogare con noi.

In queste ultime settimane ha fatto clamore il caso di Bilal, il ragazzino senza identità, più volte fermato e portato in comunità, dalle quali è sempre riuscito a scappare e alla fine arrestato, anche se non si è certi della sua età. In casi come questi cosa è mancato da parte delle istituzioni e quale percorso andrà fatto?

Le istituzioni non possono occuparsi di casi di questo genere, questo è un caso di un ragazzo iper cinetico, iper attivo che non si può mettere in galera, non può essere bloccato con i farmaci, perché questo non va bene. Adesso è da Don Claudio Burgio, un mio collega a cui sono molto legato, facciamo le stesse cose insieme: l’idea era quello di affiancarlo ad un ragazzo marocchino di buon senso, più grande di lui. Io ora non posso tenerlo, ho già la casa piena. L’importante è che ci sia una comunità e Don Claudio la sa creare, dove il ragazzo scappi e ritorni, bisogna essere sufficientemente elastici, cosa che io e Don Claudio facciamo abitualmente. Ci vuole pazienza: magari va bene la prima volta, magari bisogna aspettare la quarta volta. Un anno fa circa avevamo intervistato Gabriele Tosi, responsabile comunicazione CISOM, in merito alla situazione del boschetto di Rogoredo e ci aveva riportato un quadro preoccupante. La droga però non fa distinzione tra “ultimi” e “non ultimi” è un fenomeno più trasversale.

I disagi alla base sono gli stessi oppure no?

Direi di no. Ci sono due categorie di persone che fanno uso di droga: quelli che hanno una vita normale e vogliono “accelerare un po’” e poi “gli sfigati” che cercano in questo il conforto e lì si fregano. Oggi esistono anche altre sostanze, come il Rivotril, un farmaco che se preso in piccole dosi ti fa dormire, ma in dose maggiori e miscelato all’alcol diventa un acceleratore della violenza. Per quel che mi è dato vedere e osservare non c’è più un consumo spaventoso di eroina: è la cocaina a essere più in linea con la cultura del nostro tempo, che ci chiede di essere brillanti.

Quanto il Covid ha peggiorato alcune situazioni?

Con il Covid si era portati a pensare a un blocco totale, a una forma coatta di staticità, nella quale sarebbero dovuti emergere in noi alcuni valori, ripensare alla propria vita, ma in realtà invece abbiamo girato solamente intorno alla sopravvivenza. Per i più giovani la situazione è stata drammatica, lo si capisce dalla impressionante crescita delle richieste di aiuto ai servizi per la salute mentale, per l’anomalo numero di suicidi anche tra i giovanissimi. Per i più poveri, con pochi strumenti tecnologici, la frequenza in DAD è stata molto difficile. I giovani vivono di relazione, ne hanno bisogno come del pane. L’isolamento gli ha tolto uno dei nutrimenti più importanti.

Qual è la sua visione di recupero, di accoglienza e di comunità? E come si orienta la Fondazione in tutto questo?

La comunità deve essere un luogo con diverse caratteristiche. Può essere una comunità residenziale, una comunità temporanea oppure un gruppo che si è formato prima; si può fare qualche percorso di formazione professionale o altro, ma è la relazione che diventa determinante. La competenza che io chiedo ai miei formatori è che abbiano grandi capacità relazionali, grande pazienza e che abbiano ben chiaro in mente che loro hanno in mano il potere di tener dentro o mettere fuori certi ragazzi. Attenzione però, metter fuori certi ragazzi può significare per loro la rovina, possono essere cattivi, comportarsi male, ma è lì che tu devi esserci. Io in carcere ora vado spesso anche a San Vittore, decido della vita delle persone – metterli in un posto piuttosto che in un altro, dargli una casa o no, trovargli un lavoro, fare in modo che escano dal carcere in un modo decente. Prima di escludere i peccatori bisogna pensarci bene, è vero che ci sono i furbi, i prepotenti, ma non dobbiamo dimenticare che dietro a certi comportamenti c’è sempre una storia alle spalle, conoscerla e capirne i motivi ti permette di essere meno tassativo nell’includere o nell’escludere.

Quante persone sta ospitando ora in casa sua?

Dodici, questo è il limite massimo. Ora uno andrà via perché verrà arrestato, adesso è agli arresti domiciliari: chi ha commesso reati ostativi, quando arriva al termine, obbligatoriamente deve tornare in carcere. Un altro dovrebbe uscire, perché finalmente ha trovato un lavoro a Brescia. Ne arriverà uno che ha passato cinque anni in galera e ora lo terrò in affidamento; un altro – che ha commesso una rapina a mano armata – spero possa uscire visto che gli ho trovato un lavoro come cameriere, quindi potrebbe uscire per lavorare in base all’art. 21: anche in questo caso “devo averla vinta io!”.

C’è un caso di cui vuol parlare?

Uno su tutti, un caso di successo. Una persona che mi ha fatto disperare, un ladro intelligente, svelto e simpatico. L’ho cacciato via una volta, poi ha avuto un incidente, è stato in galera, è venuto da me una seconda volta; l’ho cacciato nuovamente ed è tornato indietro, poi l’ho cacciato definitivamente. Cinque o sei anni fa, fuori dal Beccaria si ferma una Mercedes, noto a bordo una signora bionda e due bambini. “Don Gino, Don Gino”, scende lui, oramai credo quarantacinquenne, diventato un grosso imprenditore del centro Italia.

TAG: Don Gino Rigoldi, giornalismo, immigrazione, terzo settore
CAT: diritti umani, terzo settore

Un commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

  1. andrea-lenzi 2 mesi fa

    uno dei pochi casi nei quali l’invicile religione cattolica è stata utile, poiché ha attirato a se persone proattive ed altruiste coem i due “don” dell’articolo, che conferiscono quell’aura di bontà immeritata alla chiesa cattolica.
    Con risorse più ingenti (che evidentemente la chiesa cattolica miliardaria non vuole sborsare) potrebbero fare molto di più;
    se in parlamento non ci fossero i conservatori come meloni/salvini/berlusconi (tutti cattolicissimi) già da tempo avremmo strutture statali per aiutare i più deboli, anche stranieri immigrati, che invece da tempo sono colpevolizzati perché alla destra serviva creare un nemico da fare odiare ai loro elettori frustrati dalla vita

    Rispondi 0 0
CARICAMENTO...