Adozioni, parlano i protagonisti: le persone adottate e il Coordinamento CARE

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30 Novembre 2021

Terminiamo il percorso nel mondo dell’adozione con due ultime testimonianze: Monya Ferritti, Presidente Coordinamento CARE e Devi Vettori, formatrice, esperta di narrazione adottiva e Presidente di Legami Adottivi, associazione che si occupa di relazioni nell’adozione, partendo dallo sguardo delle persone adulte adottate. Con loro indaghiamo, ancora una volta, i termini per fare una corretta narrazione dell’adozione e promuovere la cultura dell’adozione nella nostra società, partendo anche dal Convegno che il Coordinamento Care ha organizzato lo scorso sabato 27 novembre, online, e che aveva come titolo “L’IMPORTANZA DI OGNI PAROLA. Razzismo e discriminazione nel sistema dell’adozione”.

Iniziamo con Monya Ferritti e con il raccontare cos’è il Coordinamento CARE e di cosa si occupa

Il Coordinamento CARE è un’organizzazione di secondo livello, i cui soci sono associazioni familiari adottive e affidatarie. Il nostro compito è quello di advocacy delle istanze che provengono dal basso, dall’associazionismo e quindi dalle famiglie adottive e affidatarie. Da più di 10 anni portiamo le loro richieste, le necessità e i bisogni alle istituzioni con le quali ci interfacciamo maggiormente e che sono: il Ministero dell’Istruzione, la CAI, il Dipartimento della Famiglia, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ma anche il Ministero della Salute. A livello locale interagiamo con le singole regioni.

Spesso chi non conosce direttamente il fenomeno non distingue l’adozione dall’affido, vogliamo fare un po’ di chiarezza in merito, dicendo quali sono le differenze fra i due percorsi?

C’è una differenza nettissima. L’affido è una famiglia in più, il cui obiettivo è quello di accompagnare il minore, la cui famiglia è in un momento di difficoltà, per una parte della sua vita e poi farlo ricollocare nella sua famiglia di origine. Quindi quella affidataria è una famiglia che si mette a disposizione di un’altra famiglia, in una fase di bisogno, accogliendo il figlio. Solitamente le due famiglie viaggiano in parallelo, nel senso che il minore continua anche a vedere la sua famiglia di origine e poi, quando la situazione si è risistemata, l’obiettivo è di tornare a vivere con la sua famiglia. A volte si creano anche dei rapporti fra le due famiglie. L’adozione invece è un altro modo di comporre la famiglia, è un’altra genitorialità ed è un modo diverso, ma uguale di essere famiglia.

Si può quindi definire l’affido come un’adozione temporanea?

No l’affido è un affidamento, una fase della vita del bambino, nella quale abita con un’altra famiglia. Ci sono diversi tipi di affido. In alcuni casi ci sono gli affidi diurni a supporto delle madri sole che lavorano e che lasciano il figlio presso un’altra famiglia vicina, durante il giorno. Ci sono gli affidi del weekend, in modo da dare degli strumenti culturali, educativi in più. Ci sono gli affidi di emergenza, quando per esempio le istituzioni decidono di allontanare velocemente un minore da un determinato contesto, magari di notte, presso famiglie affidatarie che si mettono a disposizione a qualsiasi ora per accogliere un bambino, affinché possa essere poi collocato in una famiglia affidataria, in una famiglia adottiva o in una comunità. L’affido è una forma di straordinaria generosità, perché è proprio un mettersi a disposizione. Purtroppo su questa confusione di terminologia si gioca anche molto il marketing. Pensiamo a quanto è abusata l’espressione “adozione a distanza” oppure tutte le forme come “adotta un albero” “adotta un monumento”. Noi ci stiamo battendo per sostituire questa terminologia con la parola SOSTEGNO. Molte Associazioni lo fanno, esiste anche un forum che raccoglie centinaia di associazioni (ForumSAD), altre invece rimangono ancora ancorate all’emotività che la parola adozione suscita. Questo però pregiudica la vita di chi le adozioni le fa davvero, perché quando dici “ho adottato un bambino” a volte ti rispondono “ anch’io l’ho adottato a distanza”, facendo lì davvero confusione.

In una tua precedente intervista hai sottolineato come, quando si parla di adozione, si tenda sempre a parlare di difficoltà e problemi, cosa che non aiuta a cambiare una narrazione sbagliata. Quali sono invece i punti di forza del percorso adottivo e dei suoi protagonisti?

Il punto di forza più grande che hanno le famiglie adottive è la capacità di dimostrare che le famiglie sono molteplici e non bastano solo i legami di sangue per potersi sentire famiglia, ma serve un ingrediente fondamentale che è il legame. Un altro fattore importantissimo delle famiglie adottive è la multiculturalità che molto spesso rappresentano. Ci si può dire genitori e figli anche se non ci si somiglia, anche se si è davvero molto diversi, ma quello che conta è la potenza del legame genitoriale che tu stabilisci con tuo figlio. Questa secondo me è la grande forza delle famiglie adottive ed è quello che poi portano verso il mondo.

Quando si parla di adozione raramente lo si fa partendo dal punto di vista dei figli adottivi. Chiediamo quindi a Devi, che appartiene a quella generazione di figli, adottati circa 30 anni fa, che ha iniziato a costruire una narrazione diversa, raccontando la  propria esperienza e il lproprio vissuto. Quanto è importante lo sguardo dei figli adottivi per costruire una corretta cultura dell’adozione?

Senza voler essere antipatica (giuro!) per iniziare è necessario sostituire “figli adottivi” con “persone adottate” poiché identificare le persone adottate solo come “figli” infantilizza e toglie forza alle riflessioni che portano avanti, relegandole di fatto ad essere prese in considerazione solamente in relazione al loro ruolo all’interno della diade genitore – figlio mentre l’essere stato adottato non si esaurisce in questo ma accompagna tutta la vita, certo con diverse sfumature e focus. Se insomma li si pensa solo figli, bambini, come si potrà immaginare di avere un dialogo paritario? È davvero  necessario farli crescere anche nel linguaggio e iniziare una riflessione condivisa sulle varie tematiche.

Spesso il raccontarsi nasce dall’esigenza di rimettere insieme i pezzi di più storie e affrontare il buco nero che le persone adottate hanno insito dentro di loro. Anche per te Devi è stato così?

Per me raccontarmi, prima di tutto a me stessa, è stato il modo per ri-trovarmi è ri-conoscermi, dopo che per molto tempo non riuscivo a sentirmi intera. Il raccontarsi è davvero uno strumento valido, soprattutto perché non definitivo, anzi nel corso della vita è quasi inevitabile, riprendere in mano più volte la propria storia e guardarla da angolature differenti; ogni volta si aggiunge una sfumatura nuova e molto spesso si colgono letture e particolari che prima sfuggivano. Il famoso buco nero è qualcosa di non sanabile e non serve tentare di riempirlo, quanto piuttosto trovare il modo, e la narrazione è uno di questi, in cui poterlo rendere compagno di strada, buco in cui gettare lo sguardo ogni volta con più consapevolezza e tirandone fuori anche peculiarità e risorse personali.

 

Tornando a Monya, l’anno scorso hai scritto un libro “Il Corpo Estraneo” sugli stereotipi e i pregiudizi intorno all’adozione, non vorrei tanto concentrarmi su quali siano i pregiudizi e gli stereotipi, ma sul perché è così difficile scardinarli e come mai siano così presenti anche fra chi fa parte del mondo adozione.

I pregiudizi ci accompagnano, quindi è così difficile scardinarli perché ci viviamo accanto e ne siamo immersi, tutti, nessuno escluso. Anche nel mondo dell’adozione. Parlando dei nostri temi, ci sono delle ideologie molto resistenti, che si prendono come dato di fatto, senza pensare a quali sono gli sviluppi e che si spargono a macchia d’olio, nel sistema adozione. Una di queste ideologie, ne cito una molto semplice per rendere chiaro il concetto che sto esprimendo, è il termine “signora” riferito alla mamma d’origine dei bambini che sono adottati. Come chiamare la mamma d’origine dei bambini? Mamma originaria, mamma di prima, mamma di pancia… Ci sono mille modalità e ognuna è vera per la famiglia, cioè ogni famiglia ha il diritto di descrivere, nella sua narrazione familiare, qual è il nome con il quale chiamare la mamma di origine dei propri figli. Il problema nasce quando viene imposto un nome dall’esterno, cioè quando la famiglia si rapporta magari con le istituzioni, con i servizi sociali, con un’associazione o con un ente, chiedendo loro come chiamare la mamma d’origine e loro hanno una risposta “va chiamata così, altrimenti succede questo…”  “non la chiamare così, altrimenti succede quest’altro…” “chiamala signora, perché è troppo piccolo per capire il concetto di due mamme ed è importante che tu sia l’unica mamma”. Ecco queste sono ideologie è questo che è difficile da scardinare. Si perde la legittimità della famiglia adottiva a essere come vuole essere. Il problema è che molto spesso le famiglie adottive sono confuse e hanno bisogno di guide strutturate, perché non si sentono loro stesse legittime, ma dare le risposte certe è il miglior modo per continuare a delegittimarle.

Devi, secondo te, cosa c’è ancora di profondamente sbagliato oggi quando si parla di adozione?

Credo che ancora si pensi molto al diritto delle coppie di diventare genitori e non invece a quello fondamentale del bambino di avere genitori che siano adatti a lui, pronti ad accogliere la sua storia e il suo vissuto e a mettersi in discussione quando serve. E serve sempre con i figli, adottivi e non 😅.

Il Coordinamento Care ha organizzato un Convegno dal titolo “L’IMPORTANZA DI OGNI PAROLA. Razzismo e discriminazione nel sistema dell’adozione” che si è svolto sabato scorso. Monya, da dove nasce l’esigenza di questo convegno e quali temi sono stati approfonditi?

Ci tengo a dire che è la prima volta che si fa un evento che lega i temi razzismo e adozione. Sono stati scritti libri, articoli, ma mai fatto un evento di questo genere. L’esigenza viene dalle famiglie adottive e dalle persone adulte che sono state adottate, che raccontano molto spesso di episodi legati al razzismo. È evidente che il razzismo non va visto solamente sotto la luce adottiva, nel senso che il problema razzismo coinvolge tutte le persone identificate come diverse, indipendentemente che siano adottate o no. Ovviamente però la nostra lente è quella adottiva, perché come dicevo prima le nostre famiglie sono multiculturali. Non escludo che il razzismo interiorizzato appartenga alle famiglie adottive stesse, sicuramente il razzismo sistemico appartiene alla nostra società, noi vogliamo semplicemente dare una leva in più, di tipo culturale, per questo abbiamo invitato a parlare persone che non appartengo solo al nostro sistema adozione, ma appartengono a una sfera culturale più ampia, che si occupa di razzismo e discriminazione in Italia. Vogliamo dare una spinta culturale in più per pensare al razzismo, ancora troppo spesso si pensa che sia un problema di altri, un problema dei migranti, un problema delle famiglie biculturali… In realtà è un problema di tutti, perché nel momento in cui non pensiamo cosa significa razzismo in Italia, di fatto non stiamo facendo un vero processo inclusivo che riguarda la società e che riguarda tutti noi.

Devi, anche tu eri fra i relatori del Convegno con un intervento su “Razzismo e famiglia adottiva, tra stereotipi e consapevolezze”. Quali sono i pericoli di un’adozione internazionale?

Più che di pericoli potremmo parlare di consapevolezze necessarie, e penso ci siano alcuni punti essenziali da tenere presenti. Il primo è quanto sia importante per una persona adottata l’essere vista nella sua interezza, che comprende anche il suo avere origini altre che anche quando non conosciute sono parte indelebile di se stessi. A questo proposito una attenzione particolare serve da parte dei genitori adottivi  nel non appropriarsi di queste origini e del vissuto a loro legato, sovrapponendosi alle persone adottate nelle narrazioni e nei passaggi importanti che riguardano il proprio percorso. Piuttosto è utile avere compagni di consapevolezza che siano accanto con rispetto e ascolto che portino la narrazione della loro esperienza, così da creare un quadro ampio e sfaccettato della realtà che si vive. Un altro aspetto riguarda il perpetrarsi di stereotipi e pregiudizi anche all’interno della famiglia adottiva un modo inconsapevole, che porta ad una maggiore fatica per la persona adottata anche nel riconoscerli ed affrontarli. Ma per saperne di più, è possibile rivedere il convegno sul canale YouTube del Coordinamento Care.

Monya, cosa significa per un Paese avere una cultura dell’adozione?

La cultura dell’adozione coincide con la cultura dell’accoglienza, quindi avere una cultura dell’adozione è innanzitutto immaginare i bambini, tutti, come i figli di tutti. Tutti noi dovremmo essere responsabili dell’infanzia e dell’adolescenza, abbiamo appena lasciato il 21 novembre che è la giornata dei diritti all’infanzia e all’adolescenza, uno di questi diritti è che i bambini debbano poter vivere con la propria famiglia d’origine. Quindi da questo Paese mi aspetto che si faccia molto di più per permettere alle famiglie, che sono più fragili, di poter riuscire a tenere i loro figli. Questa è la prima cosa che deve fare un Paese democratico che è aperto all’accoglienza. L’altra cosa è quella di occuparsi e preoccuparsi dei bambini che in questo momento sono in stato di bisogno, sia quelli che sono ospitati presso le comunità educative o le case famiglia, sia quelli che vivono sotto la soglia minima della povertà. Questi sono poi i minori che rischiano di finire nel sistema adozione, quindi un grandissimo lavoro va fatto prima, affinché lo Stato possa davvero usare le proprie risorse umane e di sistema per le famiglie d’origine e uno dei modi in cui può farlo è investire economicamente nei servizi sociali, che in questo momento sono veramente ridotti al minimo. Senza un servizio sociale, che rappresenta le antenne su un territorio, le situazioni al limite rischiano facilmente di esplodere.  Il terzo settore fa un eccellente lavoro di sussidiarietà, ma questo non può essere sufficiente. Un impegno forte, proprio nell’aumento del numero dei servizi sociali sul territorio, è fondamentale. È inoltre necessario imparare le parole dell’adozione, in modo che i genitori adottivi e i bambini che sono stati adottati si sentano in spazi sicuri rispetto ai luoghi che frequentano, come le famiglie allargate, gli amici, la scuola. Per una cultura diffusa dell’adozione è significante imparare tutte le parole che orbitano interno all’adozione, all’affido, all’accoglienza e alla solidarietà in generale.

In questo scenario, Devi, cosa significa invece essere un’esperta di narrazione adottiva?

La narrazione adottiva prende in considerazione i vari livelli e tipologie narrativa che entrano in gioco in una storia adottiva, per esempio quella che faranno i genitori al proprio figl* adottiv* , quella che faranno alla società, e come  questa verrà recepita, la narrazione che la persona adottata farà a se stesso del proprio vissuto e quella che agirà verso l’esterno etc etc. Il mio ruolo è da una parte quello di accompagnare con varie modalità in un percorso con cui acquisire gli strumenti per poter srotolare la propria narrazione, dal proprio punto di vista, dall’altra quella di fornire alle persone esterne alla famiglia o al mondo adottivo (penso agli insegnanti, gli educatori etc) gli strumenti con cui poter approcciare queste tematiche, senza mai focalizzare l’attenzione sull’isola essere stato adottato in sé, quanto sul creare un ambiente accogliente in cui ognuno, a suo tempo e a suo modo, si senta sicuro nel raccontarsi con il suo vissuto.

Quando hai capito che la condivisione di queste storie potesse essere d’aiuto per le coppie che scelgono questo percorso e per altri figli adottivi? Come nasce Legami Adottivi?

Fin da subito mi è stato chiaro che condividere le proprie esperienze è un modo per mettere in circolo le storie, e accade spesso che negli altri si trovi non solo ascoltatori attenti ma anche specchi e parole che sanno dire sensazioni condivise. Non di rado qualcuno ha parole per dire emozioni che proviamo e a nostra volta diamo voce anche ad altri sguardi, e tutto questi intrecci di vite e parole arricchiscono ognuno di noi. Legami Adottivi è l’Associazione che ho fondato insieme ad altri amiche e amici perché a nostro avviso mancava uno spazio in cui le persone adottare potessero confrontarsi in modo paritario con gli altri attori del panorama adottivo, uno spazio culturale e di elaborazione quindi che però tiene salde le sue origini dovute all’amicizia tra di noi. In Legami adottivi ognuno di noi porta non solo la propria esperienza di vita ma anche le sue competenze professionali e così riusciamo a creare occasioni sia dedicate esclusivamente a persone adottate sia invece aperte a tutti gli interessati, in questo modo anche il nostro sguardo si arricchisce, cercando di non cadere mai nell’autoreferenzialità ma coltivando le visioni divergenti.

Monya, Fondamentale il lavoro che il Coordinamento CARE ha fatto e continua a fare con il MI per la scuola, quanto è importante questo aspetto?

Noi abbiamo in Italia le uniche linee guide per il successo scolastico dei bambini in adozione, al mondo. Ce le richiedono in continuazione, dalla Svizzera, dalla Francia, dal Canada e dall’Australia, le stanno studiando e stanno cercando di fare un po’ quello che abbiamo fatto noi, perché i problemi che hanno i bambini adottivi a scuola, , sono uguali ovunque, hanno delle caratteristiche molto simili. In questo l’Italia è davvero all’avanguardia, stiamo cercando di fare la maggiore formazione possibile, affinchè siano applicate veramente e anche gli insegnanti possano imparare le parole dell’adozione, ma anche i concetti importanti che ruotano intorno all’adozione stessa. Ovviamente per noi il punto di partenza è averle avute, ma vogliamo andare oltre. Insieme alla CAI, ne parla anche Starita nella sua intervista, vogliamo rivedere il protocollo fatto e rinnovarlo a cinque anni di distanza, per poterlo ancora migliorare e investire nuove risorse, sia per la formazione sia per la nomina degli insegnanti referenti. La cosa più importante che è cambiata, da quando ci sono le linee guida, è il fatto che un bambino appena arrivato dall’adozione a 5/6/7 anni, un’età critica per l’ingresso a scuola, con alle spalle una storia molto e frammentata, possa restare in famiglia e alla scuola dell’infanzia ancora un anno in più, senza dover produrre certificati altri. Viene quindi riconosciuto al minore e alla famiglia la sua particolarità, vengono privilegiati i legami familiari e un tempo più lento, piuttosto di transitare velocemente alla scuola primaria dove, anche se minima, viene richiesta al minore un’attenzione diversa.

Pochi giorni fa è apparso su tutte le cronache il caso della bambina ucraina, rifiutata dalla coppia che inizialmente si era rivolta alla GPA e tornata oggi in Italia per essere adottata. Anche in questo caso Monya, attraverso la pagina Facebook Il Corpo Estraneo, hai sottolineato come siano stati usati termini sbagliati e come si sia costruita una narrazione fuorviante e lesiva, per tutti.

Leggendo quello che stava accadendo attorno a questo episodio di cronaca drammatico ho voluto porre l’attenzione sui termini che venivano usati per descrivere la bambina in questione e di conseguenza tutti i bambini nati con la GPA, che, pochi o tanti che siano in Italia, ci sono, alcuni sono anche grandi e leggono. Venivano nominati come pacchi, sfizi, pacchi postali, capricci e altri nomi di questo genere. Secondo me bisogna porre molta attenzione, perché, al di là del fatto di cronaca, che è drammatico, va dedicato tutto il rispetto per questa bambina e per gli altri bambini e ragazzi nati con GPA e questa, secondo me, è la base comune del vivere civile. La bambina, pur nel tentativo di essere difesa, è stata oggettificata e questo non è accettabile.

Quale futuro auspichi alle famiglie adottive e affidatarie?

La cosa che mi piacerebbe di più è che abbiano tutto il sostegno e il supporto di cui hanno bisogno. La famiglie adottive vivono anche momenti molto duri nella loro vita familiare e molto spesso li devono affrontare da soli, un po’ perché le associazioni familiari non sono così diffuse in Italia, come mi piacerebbe che fosse, un po’ perché i servizi sociali sono pochi, poco formati sulla linea del tempo delle famiglie adottive e occupati in altre questioni. Un’altra cosa che mi auspico è che diventino per la società famiglie come le altre, ma conservando comunque le loro caratteristiche. Vorrei concludere con un pensiero alle famiglie che aspettano i loro figli dalla Repubblica Popolare Cinese, che sono bloccati da tanto tempo, da prima dell’inizio della nostra pandemia e non possono raggiungere i loro figli ai quali sono abbinati, perché la Cina non permette il viaggio. Un pensiero particolare va a loro e a tutte le altre coppie di genitori che stanno aspettando di partire per poter raggiungere i loro figli.

Devi, spesso racconti che da quando sei diventata mamma hai riletto la tua storia con occhi diversi. C’è qualcosa che ti senti di dire alle persone adottate, che ancora sono in cerca di risposte, che forse non arriveranno mai?

Di tenere sempre presente che la loro storia è unica e personale e non serve metterla a confronto con quella di altri, perché ognuno ha il proprio percorso. Accade a volte che si pensi di dover seguire una strada stabilita o che ci siano delle regole valide per tutti in base alle quali dover agire, invece io sono convinta che ognuno debba fare i suoi passi della sua personale strada, e che a volte, le vie traverse portano scoperte e consapevolezze inaspettate.

TAG: adozione, affido, diritti infanzia, terzo settore
CAT: diritti umani, terzo settore

Un commento

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  1. andrea-lenzi 12 mesi fa

    La vicenda della bambina nata con la GPA è stata strumentalizzata dai soliti noti (cattodementi genuini, o per compiacere il vaticano), come se nei 2000 anni passati non fossero mai stati abbandonati figli. Piuttosto deve essere chiaro a tutti, e sempre, che chi fa figli li fa per se stesso, vuoi per motivi biologici, vuoi per motivi social-psicologici, e che è la crescita il momento nel quale si vede se si manifestano l’accettazione e l’amore, indispensabili ad una crescita equilibrata del bimbo; cosa alla quale mai fanno riferimento i cattodementi omofobi e contro la GPA

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