Tiziana Cantone, la rete e quella finta libertà che ci rende schiavi

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14 Settembre 2016

Mi è sempre piaciuto molto praticare il rapporto orale alla mia partner e penso sinceramente e senza falsa modestia di avere un gran talento. Ma io sono un maschio, se lo scrivo sono “un figo”, nessuno mi insulterà mai dandomi del “puttano”. È vero: in Italia – ma non solo da noi – c’è un problema culturale legato a come viene vissuta la sessualità, specialmente lontano dalle grandi città, in quei luoghi dove ancora oggi “la gente mormora”. Delle cause potremmo parlare a lungo, discutendo di quanto la Chiesa Cattolica contribuisca ancora oggi a congelare i nostri costumi o riaprendo il dibattito sul ruolo della donna, su quanto sia continuamente vittima di pregiudizi. Tutte questioni aperte che puntualmente si ripresentano quando sono portate alla ribalta da un fatto di cronaca o quando il celebre idiota di turno pronuncia una frase sessista.

Ma la vicenda che ha portato al suicidio di Tiziana Cantone tocca un altro grande tema, qualcosa che ormai quotidianamente ci passa sotto gli occhi. Parlo ancora di loro, di quelle che Umberto Eco definì “legioni di imbecilli” composte da quei “leoni da tastiera” che sfogano i loro istinti più repressi, le loro frustrazioni e i loro disagi psicologici nel grande circo della rete. Una plebe diffusa che dai siti e dai social network parla a un pubblico vasto, agevolata da algoritmi basati su regole funzionali al commercio, che con la sensibilità umana hanno ben poco a che spartire. Sono quegli algoritmi che fanno in modo che cercando “Tiziana Cantone” sul più noto dei motori di ricerca, si trovino ancora i link dei siti dove uno scarto dell’umanità e dei suoi degni simili, hanno pubblicato momenti di intimità di Tiziana, senza il suo consenso. Al resto ha pensato la plebe, amplificata dal gioco dei like, delle condivisioni, dei contatori di visite che “portano in alto” alcuni contenuti rispetto ad altri.

È giusto che la rete resti libera, che nessuno limiti la possibilità a chiunque – anche alla più inutile delle zavorre biologiche, figlia del sovrappopolamento del pianeta – di potersi esprimere. Ma servono delle regole, perché ciò non sia confuso con la libertà di diffamare, insultare, ridicolizzare e schiavizzare altri esseri umani. Regole che limitino la troppa libertà di “interpretazione” di grandi realtà come Google e Facebook e puniscano anche le aziende se necessario. Bisogna agire in fretta, perché la diffusione di tecnologie sempre più avanzate e di nuove forme di comunicazione sta aggravando esponenzialmente emergenze sociali come il cyberbullismo, piaga sempre più diffusa tra i giovanissimi. La falsa libertà della rete aveva reso schiava Tiziana Cantone. Schiava un’immagine virtuale sovrapposta alla sua immagine reale, di quella carne fatta di pixel che ha finito per logorare il suo corpo vivo, i suoi sentimenti, la sua voglia di vivere.

Tiziana Cantone non c’è più, di lei restano gli articoli come questo che parlano dei motivi della sua morte, quei maledetti video che probabilmente in queste ore sono tra i più cliccati della rete, i fotomontaggi fatti per schernirla e ridicolizzarla sui social network. Chi era davvero non lo sapremo mai, è qualcosa che uno schermo luminoso non saprà mai riprodurre.

TAG: Cyberbullismo, diffamazione, social network, Tiziana Cantone
CAT: discriminazioni, Legislazione

Un commento

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  1. evoque 4 anni fa

    Sulla sua specifica abilità ne siete a conoscenza voi due: lei e la sua compagna. Noi lettori dobbiamo solo fidarci. Non senza però averle ricordato che, di solito, chi si loda… -‘) Sugli idioti (criminali) che hanno tormentato la poveretta ha già detto bene lei. Io vorrei però soffermarmi sul prima, prima che il caso esplodesse con le tragiche conseguenze. La ragazza era 30enne, aveva mandato spontaneamente, per quanto ne so, a 5 persone (immagino “amici”: il virgolettato è d’obbligo) il fimato in cui faceva sesso con il fidanzato. Dopo di che le è caduto addosso il mondo. Infinita pietà per lei e per i suoi cari. Ma questo non toglie che avesse agito con notevole superficialità. Che ti aspetteresti da una tredicenne non da una trentenne. Capisco che il nostro tempo cerchi di de-responsabilizzare le persone: sono infatti sempre pronte le giustificazioni i giustificazionisti, le auto-assoluzioni; che a 30 anni si venga considerati quasi degli adolescenti, ma non si possono sottacere, vuoi per ipocrisia vuoi per un malinteso senso di pietà vuoi per il cosiddetto politically correct, le responsabilità che fanno in capo a ciascuno di noi. Ogni nostra azione ha una conseguenza. Dobbiamo esserne coscienti. Poi, là fuori ci sono dei lupi indegni di essere annoverati fra gli esseri umani. Però noi, ADULTI; dobbiamo fare di tutto per evitare che le loro sozzissime zampe ci ghermiscano. PRIMA non DOPO:

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